Anna Politkovskaja e la Cecenia

Anna Politkovskaja, grande giornalista russa uccisa in ulitsa Lesnaya 8/12. Perché parlarne su un blog di viaggi?

Oggi l’esigenza è di parlare di una donna, una giornalista, che ormai tre anni fa mi ha letteralmente cambiato la vita con la forza delle sue parole.

Anna Stepanovna Politkovskaja, nata a New York da genitori ucraini, cittadina sovietica, cresciuta a Mosca. Protagonista assoluta nel denunciare i crimini contro l’umanità commessi dall’esercito russo e dalle bande terroristiche cecene durante le due guerre in Cecenia, dal 1991 al 2006. Minacciata di morte, rapita e avvelenata, è stata uccisa nell’ascensore di casa sua mentre tornava a casa con le borse della spesa, il 7 ottobre 2006.

Tre anni fa avevo iniziato un lavoro di ricerca sulle due guerre cecene, sulla questione geopolitica del Caucaso settentrionale e sulla politica russa più recente, il tutto letto attraverso le pagine di Anna Politkovskaja.

Quest’estate, il 7 agosto, a Mosca ho avuto la fortuna di poter portare due fiori sulla targa a fianco del portone di casa sua. Vi dirò che non ho avuto il coraggio di entrare. Sono solo rimasta fuori a fissare la scritta e a pensare. Qui ci sono due piccoli post che ho scritto il giorno stesso e in occasione del 9° anniversario della morte.

Buona lettura e grazie della compresione. Sono certi che capirete perché per me sia così importante.

Ele

Diapositiva87 agosto 2015.

Finalmente. 
Aspettavo questo momento da quando una sera di novembre di quattro anni fa, per caso, nel buio di un teatro, la forza delle tue parole non mi dava uno schiaffo fortissimo, aprendomi gli occhi. Sei stata uno dei primi spiragli sulla Russia, sul giornalismo vero, sul significato della contemporaneità, sulla lotta per il giusto.

Sono proprio qui, davanti a un palazzo qualsiasi, in una strada qualsiasi di una zona qualsiasi dell’agglomerato immenso di Mosca, con ancora la voglia di stringerti la mano e dirti “спасибо” per tutte le cose che hai fatto e scritto, per la tua grinta, determinazione, resilienza, etica civile e del lavoro.

Avrei davvero voluto conoscerti, Anna. L’ho desiderato tanto.

Ti ho portato due fiori piccoli, perché ho pensato che grandi e vistosi non ti sarebbero piaciuti. Li ho presi bianchi e gialli, come la semplicità e la chiarezza delle tue parole.

Te lo dico qui, sussurandolo nel vento caldo di questo pomeriggio d’estate, sperando che nuove persone possano capirlo e portare avanti la tua battaglia.

Grazie, Anna.

[Anna Politkovskaja, giornalista e scrittrice, uccisa da sette colpi di pistola nell’ascensore di casa sua il 7 ottobre 2006, in Lesnaya 8/12, Mosca, mentre tornava con le borse della spesa.]

7 ottobre 2015.

IO INVECE TEMO L’ODIO

Sono già due mesi esatti che quei fiori sono stati messi lì – ora saranno appassiti, marciti, o spazzati dal vento secco di Mosca, buttati via dai soliti che levano i fiori dalle lapidi.

Mi rivedo: io, un metro e sessantaqualcosa di mediterranea, travolta dalla folla nella metro di Mosca, dispersa in mezzo a orizzonti piatti di solo palazzi, strade immense, fermate in cirillico, auto, traffico, caos. Fermata Belorusskaja, metro verde scuro. Lesnaja ulica, numero 8. Quanto ho vagato prima di trovarla. 
Proprio all’angolo c’era una fiorista che mi ha venduto questi due fiorellini. Ancora oggi sono convinta di averli scelti bene.

Di nuovo mi si spezza il cuore a pensare che non c’era un solo altro fiore oltre al mio. Non un passante che si fermasse un minuto a leggere quella scritta, a vedere perché quella piccola italiana stava lì impalata da venti minuti.

Per te le cose che importavano erano altre, e molto meno materiali. 
Forse avresti pensato che un post come questo post vale più di mille fiori o mille sguardi. E’ vero, Anna. Le cose che importano sono ben altre, e scusami se ho dovuto appigliarmi a due piccoli fiori per dirti queste cose.

Non mi stancherò di raccontare la tua grinta, Anna, perché era di un valore e una bellezza senza confini, rarissima, pura e vera, Non mi stancherò di pensare a quanto ho ammirato ogni singola riga dei tuoi libri e dei tuoi limpidissimi articoli, fatti di parole piane e chiare, semplici, libere. Parole che chiedevano verità e umanità. Pregne di etica del lavoro come servizio civile. Di resilienza e forza di fronte agli insulti, alle pietre, alle minacce, ai rapimenti, agli attentati alla tua vita.
La voce prima di tutto, a costo di tutto, perché questo è il mio lavoro, dicevi – “Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro”

Non smetterò mai di sperare di poter “essere come te” anche solo in una frazione di secondo della mia esistenza.

E chissà cosa avresti detto di questi tempi strani, confusionari, del nuovo sangue, delle nuove guerre. Sono già passati 9 anni da quegli spari in Lesnaja 8, e non sappiamo ancora chi è stato davvero. Ma le cose che importano sono altre, avresti pensato tu.

La cosa importante è la tua voce limpida che è stata un suono unico, liscio, continuo e forte, senza esitazioni, in mezzo a un grande caos – e che manca terribilmente, oggi. Manchi, Anna. 
La tua voce, però, Anna, la tua voce non è svanita. Vive nella mia memoria e in quella di tutte le persone che hanno ascoltato anche solo una tua parola. E’ questa la cosa che importa: tenerla viva e costante.

Mi impegnerò perché non sfumi mai tra i rumori del sottofondo, perché sia sempre dominante, te lo prometto.

Resti, anche dopo 9 anni, un faro. 
Grazie.

“Sono certa che il mio compito sia necessario per una semplice ragione: in quanto contemporanei di questa guerra, ne saremo considerati responsabili”

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