27.01, due punti su Auschwitz

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27.01, la Giornata della Memoria. Un rituale, ormai.

Certi viaggi non sono solo una sincera curiosità, ma una vera necessità. Andiamo ad Auschwitz?

Questa volta, dovevo. Ci sono arrivata su un treno regionale, un’ora e mezza da Cracovia. Quei treni coi sedili imbottiti in fintapelle rossa, le pareti di fintolegno, quell’aria pulitina triste anni ’70: tutto tenta di ripulire il disagio di fondo senza riuscirci. In cui tutto è soffocato da una cappa di insostenibile silenzio esteuropeo e la gente sonnecchia o passa le ore a guardar scorrere gli alberi nella tragicamente monotona campagna polacca.

A ognuno Auschwitz lascia un pezzo di Male. Ce ne si va via pensosi, col cuore più pesante di prima. Dopo che ci si è stati, si diventa dei piccoli testimoni di questo Male che non si può più tacere, anche se può volerci del tempo prima di avere il coraggio di affrontarlo e tirarlo fuori da noi.

Tre anni dopo, ci sono ancora due nodi su cui vorrei tornare.

1. La terra

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La campagna polacca, a fine Ottobre, è un ammasso di erba gialla sul punto di marcire. L’erba morta si affastella su zolle rivoltate, fatte di una terra nera e intrinsecamente cattiva. Lasciando Cracovia passavamo per periferie, o a fianco di orti in cui contadine cercavano di strappare qualche ortaggio a quella terra maledetta. Per il resto è solo terra bagnata, sconnessa, grandissima. Una terra che trasuda angoscia in ogni singolo filo d’erba ingiallito, in ogni rigagnolo che impesta le pianure di umido e insano.

A tratti si affiancavano alle linee del treno boschi di betulle, delle vene bianche in un paesaggio desolato e schiacciato da nuvoloni, animato solo dai gridi strozzati delle anatre. Questa terra mi tormenta ancora, certe volte. Siamo arrivati ai cancelli di Auschwitz I con un grande silenzio interiore, ogni cellula ad ascoltare l’umido e gli echi meccanici dei binari.

2. Il gorgo del male al vero cuore d’Europa

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Il dettaglio forse più agghiacciante che ricordo è una mappa dei collegamenti ferroviari europei da e per Auschwitz. I nazisti avevano scelto la desolata area di Oświęcim proprio perché geograficamente al centro perfetto d’Europa e perfettamente collegata persino alle aree più periferiche del continente. Ad Oświęcim arrivavano treni diretti da Lisbona, Parigi, Roma, Istanbul, Tessalonica, Copenhagen, Riga, Budapest, Kiev, Odessa…

Forse, al di là di tutto, quello che porta i miei pensieri al cortocircuito è questa efficienza così pulita e logica applicata a un vuoto umano. Ancora, dopo tre anni, il solo pensiero mi spiazza e annulla, come in un buco nero, ogni mia certezza razionale e punto cardinale.
But this was different. This was as if an abyss had opened. [Hannah Arendt at Zur Person, 1964]

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Andare ad Auschwitz significa andare al cuore cattivo della nostra civiltà, dove tutti i nodi del Male si ricongiungono e permeano il paesaggio di un’angoscia macabra e schiacciante. E’, a suo modo, un’esperienza catartica. Affrontare una storia scritta dentro di noi, con una paura legittima.

Hannah Arendt, con parole di uno spessore morale incredibile, dice che non ci potremo mai riconciliare con questo solco storico. E’ vero. E’ il caos generato dall’uomo. Ma bisogna avvicinarlo e vederlo con i propri occhi, rubargli una scheggia di male e conservarla dentro di sè.

Ora, se volete fare la vostra parte in questa giornata, prendetevi un’ora per voi stessi e guardatevi questa intervista a Hannah Arendt per il programma di Guenter Gaus “Zur Person”, del 1964, per la televisione della Germania Ovest. Più la guardo e più mi sembra un capolavoro del pensare. Intorno al minuto 39:30 si inizia anche a parlare nello specifico di Auschwitz, ma tutta l’intervista è acuta, illuminante.

Vi auguro delle profonde riflessioni per la giornata di oggi.

“Se tutto questo dolore non allarga i nostri orizzonti e non ci rende più umani, liberandoci dalle piccolezze e dalle cose superflue di questa vita, è stato inutile” [Etty Hillesum, Diario, 1941-1943]

Buona giornata,
Ele

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