Appunti dal Kazakistan. Di yurte, del gelo e di sortilegi

Altri appunti di viaggio dal Kazakistan, una terra immensa e desolata, battuta da sabbie, venti e nevi, abitata da un popolo silenzioso e gentile.

Il gelo del grande Nord

La moschea Hazrat Sultan e lo Shabyt Palace of Creativity

Fa un freddo cane qua a nord, tira un vento secco che spacca le labbra, alza le polveri e non c’è tempo di preoccuparsene.
– Siete fortunati che è ancora estate, dice Zhaslan. All’alba si sfiorano gli zero gradi. E che ne sa lui, che lavora al computer giorno e notte e non esce mai.
La città è sfavillante nel centro, dove instancabili immigrati lucidano vetri o piantano nuovi fiori alle porte dell’inverno. Nelle periferie è coperta di una sottile patina di sabbia che arriva direttamente dalla fine della strada, dove inizia la grande steppa.
Roshan di notte fa la tassista, è nata ad Almaty ma ormai vive ad Astana da quindici anni. Gli stipendi sono migliori, ma c’è comunque poco lavoro. Lei ne ha due. Penso che non deve dormire mai, eppure è così frizzante e radiosa. Ci aspetta sotto casa alle cinque di mattina. L’app dei taxi mi dice che la macchina è bianca, ma non ne vedo nessuna. Infatti la sua è nera, ha una targa diversa. Forse sta usando l’account di qualcun altro per lavorare anche come tassista.
Come ogni bàbushka di tutto rispetto, va dritto al sodo. Non sono sposata? Perché non ho figli? E poi la domanda da un milione di dollari:
– Vy kitayanka, pravda? (lei è cinese, vero?)
Rido, me lo chiedono sempre tutti e non mi sono ancora stancata di rispondere che no, per quanto ne so sono italiana.
– Sì, ma i tuoi genitori?
Penso che dovrei davvero affidarmi all’intuito centroasiatico invece che ai test del DNA. Loro lo sanno, ti vedono in faccia, lo sanno: sei tu che non lo sai. Ma grazie a loro ora lo sai. Sei cinese e basta. O se proprio proprio mezza russa e mezza uzbeca.
Parliamo un po’ della città. Un po’ mento a Roshan, la città non mi è piaciuta proprio così tanto. O meglio, è sicuramente impressionante, ma il vuoto che lascia dentro il pensare a quante altre cose più utili si sarebbero potute fare al posto di centinaia di cattedrali nella steppa non se ne va. Non sono forse impressionabile come il centroasiatico medio, e a me la megalomania senza scopo non appassiona. Astana è sovradimensionata, celebrativa ma inquietantemente vuota. La ruota panoramica era vuota. I centri commerciali, le uniche parvenze di normalità nel centro, sono vuoti. L’area expo è vuota. I parchi e i parchi giochi sono vuoti. È una città progettata a tavolino per impressionare gli investitori e non perché le persone ci vivano. Camminarci è spossante, si macinano decine di km senza vedere niente che non sia enorme e kitsch. Sembra un rendering virtuale. L’entusiasmo per il colossale lascia spazio a un po’ di depressione. Ma cosa fanno le persone in una città del genere, oltre a lavorare? Che hobby hanno? Che musei visitano, oltre alla casa presidenziale e al museo del Kazakistan o quello delle forze armate? Dove si incontrano, dove vanno per una gita fuori porta?
Nei centri commerciali, credo.
Le persone nelle strade sono veloci e silenziose, non troppo amichevoli ma curiose di te, concentratissime, tutte diverse tra loro. Nessuno usa i marciapiedi nuovi di pacca, che sono interamente vuoti. Nessuno abiterà gli enormi condomini in costruzione nelle periferie. Ma soprattutto la qualità delle costruzioni farà crollare a pezzi i palazzi plasticoni tra qualche decina d’anni. Astana mi è sembrato un grande buco nell’acqua, una nuova las Vegas russizzata di cui non c’era bisogno. Ho comunque apprezzato un giro in città: non capita tutti i giorni di camminare dentro un rendering vuoto, lussuoso e kitsch, senza identità, circondato dal nulla.
Fa effetto. E alla fine la colpa forse è nostra. Siamo noi quelli strani, cresciuti bruciati dal sole, in città dove ogni pietra per terra è storia. Lì la storia la si scrive di giorno in giorno, la si cambia come si vuole, la si tira su dal nulla in un paio di mesi se gli operai sono cinesi. Solo una cosa ricopre tutto di un sottile velo di storia, che sporca i vetri dei grattacieli, le auto, le aiuole – la sabbia.

Φάρμακα

Diévushka, prendi questo – ti aiuterà a guarire la gripp, l’influenza. Ringrazio e accetto, la mano sul cuore come sempre: il nonno annuisce e sorride. Accetta il ringraziamento con gioia e serietà, come ogni vecchio vero dell’Asia Centrale. Il suo era quasi un dovere morale, dopo che gli ho rovinato la notte a suon di colpi di tosse e starnuti.
Portano una macchinina da bambino, arrivano da lontano con quel dono giallo e nero, che ad ogni tocco ο frenata del treno si anima di musiche e filastrocche. La bàbushka ride di gusto assieme al nonno, mentre le canzoncine svegliano la cuccetta del treno. Non parlano molto, forse il russo non lo sanno così bene, ma mi guardano con affetto. La nonna gli fa un incantesimo sulla schiena, dove ha male – un massaggio piano, con le nocche secche, poi scuote via il dolore agitando la mano nell’aria, mormorando a mezza voce le parole della stregoneria. È serena come la steppa, piena di uccelli scuri e muti, illuminata a tratti dai raggi del sole. Ho notato che in Asia Centrale la malattia è vista come un male da esorcizzare. Come un qualcosa che tira fuori il lato magico, dormiente e indispensabile della vita. Ognuno mi ha lasciato i suoi consigli più sinceri sul come guarire, seguendo rituali semplici ma che arrivano dritti al nocciolo del male, strappandolo via. Latte caldo di cavalla al mattino, per la tosse. Brodo caldo bevuto a piccoli sorsi. Stringersi fortissimo un panno di lana intorno alla pancia, per far passare i crampi: e più ti fa male più devi stringere, mi diceva la bàbushka kirghisa. Addirittura bere la propria urina per tre giorni consecutivi, tre volte al giorno. Me l’ha detto la proprietaria di una stolovaya di Tashkent, in pieno centro, a due passi da Bibi Khanym. Le ho sorriso con un po’ di imbarazzo. Ho cercato di spiegarle che noi in Europa preferiamo prendere delle medicine.
C’è una grande sfiducia verso i lekarstva, i farmaci: non servono, sono tutte schifezze, diceva Zhanibek. Cose che arrivano da fuori, sporche, pericolose, non naturali. Eppure l’impero delle farmacie ha comprato metà delle attività commerciali in Uzbekistan, dove per ogni Aviakassa (vendita biglietti aerei) c’è una Dorixona (farmacia), e si è presto fatto il totale degli esercizi commerciali. Migliaia di punti vendita semivuoti spacciano farmaci venduti a prezzi stracciati, sfusi, senza confezione né foglietto illustrativo. È in questo che emerge a sprazzi lo zoccolo duro della cultura nomade che non si è piegata all’occidentalizzazione. Il male va curato in altri modi. Zhanibek ha capito che il nostro male era serio solo quando l’abbiamo implorato di portarci nella grande città, perché avevamo bisogno di una farmacia vera: gliel’abbiamo chiesto una decina di volte con fare sempre più serio. Il loperamide lo conosceva anche lui e ha capito che non c’era altro modo di curarci: perché siamo degli occidentali. Se non mangiavamo era solo perché davvero non potevamo farlo. Il male si è scontrato con la nostra occidentalità irrimediabile che è emersa proprio là dove non potevamo nasconderla. Rifiutare del cibo perché davvero non posso. Soffiarsi il naso in pubblico, perché davvero non posso fare altrimenti – in Asia Centrale è segno di grande maleducazione, specialmente se in un luogo dove si serve del cibo. Tossire in continuazione, perché davvero non riesco a smettere. E infine supplicare di avere delle medicine vere. È che siamo occidentali e loro non possono che constatarlo. Zhanibek era uno attento a molti dettagli delle altre culture. Era uno che voleva capire veramente l’altro. Io credo che alla fine abbia capito. Gli scriverò che stiamo meglio, che le medicine su di noi hanno funzionato, che abbiamo proseguito il viaggio. E lo ringrazierò di nuovo per ogni cura che ha avuto per noi. Ma soprattutto per l’averci accettati e onorati come ospiti anche nella nostra stranezza incomprensibile.

La piccola yurta

Ho capito che la steppa
Non è mai tutta uguale
Solo occhi allungati
Sanno davvero guardarla
È piatta e calma
Una grande giumenta
Che dorme
Scorre piano
Ad ogni cespuglio
Ma non ti lascia solo
Mai
Pali della luce
Tacche identiche
A contare la strada
Equidistanti
E senz’anima
L’uccello sul filo
No, lui non è uguale
Il muro di neve là in fondo
Sagomato
Le mandrie mute
E la piccola yurta
No,
Non sono uguali.
Mentre passavo
Ho messo la mano sul petto
L’ho guardata a lungo
Piano
E ho ascoltato il battito
Mi chiedevo
Che cosa fare
Se non salutare

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