Appunti dal Kirghizistan. Di denti d’oro, tabacco nero e nottate su furgoni pieni di carote

Nei tempi lenti tra un’avventura e l’altra scavo, rimugino, medito sulle cose capite (o che penso di aver capito). Riguardo le foto, riprendo in mano gli appunti scritti qui e lì. Dall’Asia Centrale ho scritto molto. Un po’ perché è un’area così intatta e variopinta che non può non regalare emozioni forti. Un po’ perché a Bishkek, in Kirghizistan, ci sono atterrata da sola, scontrandomi per la prima volta con un mondo russofono, sì, ex sovietico, sì, ma che fondamentalmente non conoscevo.

Appena scesa dall’aeroporto, e assalita dai consueti cani randagi* dell’universo postsovietico, mi sono sentita in fondo a casa come mi sentivo a casa a Mosca, se non che tutte le persone intorno a me erano bene o male cinesi. Col passare dei giorni, come affini il gusto sulle spezie e gli impasti del non, il tipico pane centroasiatico, così affini l’occhio per le differenti etnie che popolano le steppe, i deserti o le grandi montagne. Che sono tutt’altro che cinesi!

*per una definizione esaustiva della natura di questi fantomatici esseri, che io e Sara abbiamo ribattezzato cani randagi, vi rimando alla descrizione dei tassisti di Yerevan, Armenia.

Oggi vi racconto le mie impressioni da strada del Kirghizistan. Una repubblica piccola, abitata da persone gentili. Dove si respira aria libera e fresca, come la portano le immense montagne del Tien Shan – le montagne celesti.

Se invece cercavate informazioni pratiche per organizzare un viaggio, vi consiglio quest’altro post sull’Asia Centrale.

Buona lettura!
Eleonora

1. Andrò in Kyrgyzstàn


Tutti i kirghisi del mio quartiere ormai l’hanno saputo. Non c’è scampo, sono più in fibrillazione di me. Anche perché prima di una partenza sono sempre nervosa e di pessimo umore. Apro la porta della mia stanza e mi trovo un signore sulla cinquantina, occhietti centroasiatici e un po’ di cavi elettrici in mano. Mi sorride con trentadue denti d’oro.

– Allora, diévushka, quando parti?
– Eh, venerdì all’alba.
– Sai, anch’io sono del Kyrgyzstàn! Mia moglie ha saputo dal guardiano che ha saputo da Ermek che hai parlato con Bakai.
– (Ammazzate, oh)
– Volevo salutarti e assicurarmi che tu sappia cosa fare e cosa vedere! Fa caldo, adesso, in Kyrgyzstàn!

In Russia ci sono quasi più tagichi, kirghisi e uzbechi che in Centro Asia. Parlano perfettamente il russo, spesso fanno i lavori più umili perché hanno un disperato bisogno di lavorare. Si trovano bene, qui, per carità; ma che nostalgia hanno del loro paese. Hanno un senso di appartenenza incredibile. E se tu mostri interesse verso la loro piccola repubblica, è fatta: sei parte della famiglia. Sono molto legati alle loro lingue nazionali, diversissime dal russo (sono lingue turchiche, tranne il tagico che è indeuropeo e vicino al persiano). Molti sono musulmani, spesso non praticanti, ma molto fieri di esserlo.

Ieri ho passato un pomeriggio a esplorare il Kyrgyzstan su Google Earth con Bakai, che vive un piano sotto di me, a guardare le foto della yurta estiva della sua famiglia, a vedere i suoi cuginetti che imparano a cavalcare. Mi ha raccontato del poema epico di Manas, l’eroe nazionale alla guida di eserciti di cavalieri. Del latte fermentato di cavalla, degli yak, dei lupi delle montagne. Dei laghi purissimi. Ma non è stato abbastanza.

In questo momento ho paura. Ho tutti i muscoli contratti. So che è questione di tempo, di ore, che passerà, e che una volta lì verrò investita dal vento bello, freschissimo, della libertà. Ma ora come ora è difficile.

2. Bishkek è Europa

Se ve lo stavate chiedendo, Bishkek è Europa. Aisha mi guarda basita.
– Ma ovvio che siamo in Asia, qui!
Vero. Ma lo spirito, credetemi, lo spirito non lo fanno gli occhi a mandorla.
Un piccolo centro abitato in mezzo a tutto, o in mezzo a niente: da queste parti non fa gran differenza. Dove le strade sono squadrate e alberate, Lenin saluta come sempre il radioso avvenire, e qui e lì si affacciano teatri, collegi del Politecnico, cinema addobbati à la soviet. Ci si sente a casa. Bishkek è un’appendice di Russia al confine con la Cina, abitata da ex tribù di nomadi turco-mongoli e tanti, tantissimi europei. Tedeschi, polacchi, russi deportati durante la rivoluzione, e persino coreani del Nord: davvero. Deportati anche loro. In Kirghisia c’era bisogno di manodopera, e la neonata Corea del Nord decise così di omaggiare il compare suo Stalin. Tutti, nel dubbio, ormai parlano quasi solo russo. Si spara musica russa nelle strade e i ragazzi iniziano addirittura a dimenticare la loro lingua madre, il kirghiso. “Non lo scrivo mai. Per parlare bene devo pensarci tanto”, mi racconta Aisha, la mia host CouchSurfing, che a 18 anni lavora come insegnante nella scuola di inglese più famosa del Kyrgyzstan. Qui tutto è così giovane e fresco!

In città, però, una cosa insospettisce. Non ci sono ipermercati, né McDonalds, né BurgerKing. Non ci sono catene, marchi, firme internazionali. Niente centri commerciali patinati. Sembra una specie di Europa distopica. Se vuoi del cibo devi comprarlo ai baracchini agli angoli delle strade, seguendo il profumo di pane appena sfornato, o andare all’Osh Bazaar, il cuore pulsante di Bishkek, dove si vende il nero nasvai, cioè semi di papavero narcotizzanti; teste di capretto essiccate, dolci mielosi e spezie mai sentite. Cappelli di feltro tradizionali, vestiti di seta, verdure freschissime, carta igienica (o carta vetrata, a seconda dei punti di vista): tutto.

Bishkek mi sta dando molto da riflettere. Molto più di quello che mi aspettavo.

Se ti interessa una passeggiata virtuale nel cuore dell’Asia, ti consiglio il post su cosa vedere a Bishkek.

3. Il nasvai

Nei primi giorni a Bishkek ho visto anche il nasvai.

Non ne avevo mai sentito parlare, non sapevo cosa fosse. Nell’Osh bazaar della capitale c’è un reparto separato, distinto, con vecchie piacenti, uomini con lenti a specchio e giubbotti di jeans o ragazze mascherate da cerone e ciglia finte.
Ti squadrano con disgusto, un po’ ridono di te che guardi la loro polverina nera con curiosità. Una ragazza soffia nelle bustine di plastica, grandi poco più di una sigaretta, per gonfiarle e riempirle coi grammi precisi. Una bustina: 3 som, 5 centesimi di euro. Una miseria anche per i locali. Ecco perché tantissimi ragazzi ci restano sotto. Il nasvai è una polvere derivata da un taglio segreto di tabacco locale, spezie, aromi o anche altri stupefacenti.

In Kyrgyzstan lo mettono tra i denti e il labbro inferiore, in Uzbekistan sotto la lingua, per farlo entrare in circolo più in fretta, altri ancora lo fumano. Ti dà una botta fortissima per un po’, crea subito dipendenza ed è tra le sostanze più cancerogene per la lingua e la bocca. Ma soprattutto costa poco, molto meno di alcool o sigarette.
In Kyrgyzstan vedrete gente coi denti verdi, marci, che sputa in continuazione. È il nasvai. Lo producono poche famiglie in ogni città, ciascuna con la propria ricetta segreta. Babi, a Samarcanda, ci dice che è un problema gravissimo. Il nasvai è legale, perché considerato tabacco.

La gente è così radiosa che non riesci a pensarci. Ti chiedi come sia possibile, non ci credi. Da noi invece arrivano solo le notizie dei grandi traffici di oppiacei dall’Afghanistan al Pamir tagico e kirghiso e da lì, pian piano, verso l’Europa…

4. Da un furgone merci che trasporta carote

Pain de Route è vivo e, in questo momento, stipato nel tetto di un furgone merci che trasporta tonnellate di carote verso Osh, nel Sud del Kyrgyzstan. Valicare la catena del Tien Shan, con picchi fino a 7.460m, richiede fino a 15 ore. È per questo che alcuni camionisti ricavano 4/8 posti letto nei loro furgoni per trasportare, insieme alle merci, anche le persone, facendole viaggiare di notte. Siamo nel ripiano in alto insieme a una madre uzbeca con sua figlia di 6 anni. Il russo non lo parlano, vengono da una zona rurale dell’Uzbekistan al confine col Kyrgyzstan, ma Sara ha insegnato alla madre a leggere le parole del mio libro italiano mentre mangiavamo un po’ di noccioline insieme. Insomma, condividendo una specie di lettone matrimoniale in quattro per forza ci si deve conoscere un po’  

Lei è tremendamente affettuosa, ha trent’anni ma ne dimostra molti di più. Ci accarezza, ci sorride, ci fa qualche foto: forse per lei siamo così esotiche… Mi chiede di vedere come sono i passaporti e i nostri soldi. Non aveva mai visto un passaporto biometrico né degli euro. Le allungo una banconota, la guarda attentamente – mnogo deneg, da?

Sì, sono molti soldi, sorrido. Le regalo una monetina da tenere come ricordo.

Arriviamo dall’immenso lago salato Issyk e da un’escursione dentro le montagne al confine con la Cina. Ne abbiamo passate più di crude che di cotte, ma le avventure si raccontano con calma e al momento giusto.

Trovi qui la (divertentissima) storia completa sulla notte a bordo di un furgone merci in Kirghizistan.

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