Appunti dal Tagikistan. Di camionisti solitari, di altopiani desertici e della banalità del male

Di Leòn ho avuto paura, eppure in qualche modo ripensando al mondo visto dai suoi occhi mi ci sono affezionata. Viaggiando ho imparato ad appuntarmi le parole degli altri nella mente, quasi come se me le cucessi con ago e filo nella testa. Quando un’espressione mi colpisce, me la ripeto più volte, cercando di non perdere il filo del discorso e continuare ad ascoltare, ma con un mantra di sottofondo. Mentre viaggio non scrivo quasi mai, non appunto quasi niente. Appena c’è una pausa nel nostro parlare io riepilogo tutto quello che si è detto, come lo si è detto, cercando di colpire il nodo cruciale della questione come in un tiro al bersaglio. Quando, dopo alcuni tentativi, faccio centro, mi sento di aver capito un concetto nuovo, di avergli dato una sfumatura ancora non visibile nello spettro luminoso interpretato dal mio cervello.

Con Leòn non è stato così. Covavo le avvisaglie di un male tremendo che ci avrebbe stesi per tre settimane e si sarebbe manifestato la sera stessa, avevamo freddo, io e Sherpa, ed eravamo sostanzialmente stravolti. Ho parlato a lungo con lui, ma sul momento non stavo realizzando quanto nel profondo le sue frasi mi avevano toccata. Dialogavo, rispondevo, un po’ intorpidita dal mal di testa, ma non avevo la metacoscienza del viaggiatore che scrive i suoi racconti. Sdraiata in un letto, qualche giorno dopo, ho iniziato a ripensarci. I discorsi di Leòn mi hanno accompagnata per molti giorni, hanno guidato il mio rimuginare e piano piano ho iniziato a rimodellare il mondo secondo i suoi grandi occhi fondamentalmente indoiranici.

È con la storia di questo uomo semplice, deluso e annoiato da una vita ingiusta, sfiancato da un paesaggio desolato, monotono e dalle buche, che inizierò la raccolta dei miei appunti di viaggio dall’Asia Centrale.

E mai come questa volta vi auguro, con tutto il cuore, una buona lettura.
Aspetto i vostri pensieri.

Ele

Si chiamava Leòn

Il camionista si chiamava Leòn.
Come il film?, gli ho chiesto.
Come il film.

Da Dushanbé a Kashgàr e ritorno, ogni tre settimane, a casa non ci stava mai. Un pendolare tra il Tagikistan e la Cina, a trasportare di tutto, da solo, su strade semplicemente infami e desolate. L’avevamo in realtà trovato noi all’unico bar del villaggio, dopo aver aspettato a bordo strada nel vento gelido di uno dei primi villaggi kirghisi del Pamir, Alichur. Due ore, neanche un’auto, figurarsi un camion. E c’è da dire che nel Pamir le auto non solo le vedi a chilometri di distanza, ma soprattutto le senti arrivare con minuti d’anticipo prima ancora che il tuo occhio le distingua all’orizzonte. Non si può capire come un motore a scoppio possa sconvolgere l’ecosistema acustico di un deserto a 3500m di altitudine. Un’auto lassù è violenza pura. La malvagità dell’uomo che sfregia l’equilibrio senz’anima di rocce e sabbie intatte da millenni.
Abbiamo pranzato con Leon. Gli abbiamo chiesto di portarci con lui a Murghab e ha chinato la testa ridendo un po’ – abbiamo provato a offrirgli il pranzo, ma si è quasi offeso. Mi ha ricacciato i soldi in mano: non si fa, da noi non si fa. Prima lezione imparata. Il camion era immenso.

Quando fai autostop dopo un po’ lo sai di cosa si può parlare e cosa no. Hai moglie e figli? Com’è tua moglie? E i tuoi fratelli quanti anni hanno? Niente politica, niente religione e tutto andrà bene.
Questa volta era Leon a fare domande a noi, tra uno sputo di nasvai e l’altro. Credo che le domande fossero sincere, o forse era solo un modo per non annoiarsi. È stata la prima volta in cui mi sono vista interamente con i suoi occhi, esattamente per com’ero: un’idiota.
Ogni tanto facevo foto dal finestrino. Paesaggi desolati che cambiavano colore di continuo, massicci solitari scampati all’erosione e incrostati di ghiaccio. Picchi scoscesi color manganese che virava al rosso, al bluastro, all’antracite. Un paio di case sperdute nel nulla, basse, battute e quasi umiliate dal vento, ma coi vestiti colorati di un neonato stesi fuori. La linea nera di un gregge, che da lontano sembra uno sciame d’api immobili, che sfuma nella polvere: ogni tanto cercavo di fermare queste immagini nella memoria, mentre il camion ruggiva scansando le buche.

Leon a quel punto mi ha chiesto cosa ci trovassi di bello da fotografare.
Ho pensato per qualche secondo alla risposta migliore possibile.
Me lo chiedeva con tono di sfida, gli occhi grandi da tagico, la fronte bassa un po’ aggrottata. Rideva tra il divertito e l’annoiato.
Ho risposto che a noi occidentali piacciono gli spazi aperti e la natura incontaminata. In Europa viviamo tutti attaccati, con case altissime, ogni pezzo di terra è costruito. Ci manca l’aria. Per questo ci piace il Tagikistan.
Non era la risposta giusta. Ancora ci penso, oggi, a cos’altro avrei potuto dirgli: al momento, non ho trovato risposte migliori.
Leon non l’ha presa bene.
– Come? Ma non lo vedi? Non c’è un cazzo di niente là fuori! Come fa a piacervi questa roba a voi, come? La strada tremenda, il freddo di merda, solo bestie e la stracazzo di neve!
Ero mortificata.
Leon continuava a inveire contro la strada, contro le buche, contro lo spazio vuoto che lo circondava, contro la fatica di dover passare una vita a pagare mazzette ai posti di blocco tra il Tagikistan e la Cina, da solo, mentre fuori si alzava la prima tempesta di neve dell’anno – ai primi di ottobre.

Ho aperto la bocca come per dire qualcosa, ma non mi è uscita la voce. Il sole stava tramontando e ci avvicinavamo a una delle zone più scoscese, selvagge e disabitate del Pamir. Siamo rimasti in silenzio a lungo, mentre Leon apriva ogni tanto la portiera per sputare il nasvai. La neve bagnava la sabbia e le folate di vento che entravano dalla portiera mi svegliavano dal torpore con un brivido.

A Leon non ho mai più risposto. Forse ancora adesso non saprei cosa dirgli. Vorrei però avergli parlato col cuore, con parole che avessero potuto dipingere un’immagine cristallina nella sua mente. Mi sono sentita una stupida. Mai, però, avrei pensato che un camionista tagico potesse farmi riflettere così a fondo sul come due culture scelgono il mondo, lo plasmano, ne godono.
Forse, Leon, sono solo un’occidentale privilegiata e tu un uomo frustrato da una vita ingiusta. Avremmo potuto dirci molto di più e non l’abbiamo fatto. Ma se le nostre strade si sono sfiorate per delle ore forse un motivo c’era. La tua domanda mi ha colto di sorpresa, e ora sono cambiata. E tu?

Quante volte ti ha già picchiata?

Leon mi guarda con confidenza, sorride un po’. Mi chiede:
– Quante volte ti ha già picchiata?
Lancia un’occhiata a Sherpa. Lui, intende lui. Non capisco, o forse non voglio capire. Ho un mal di testa che mi trapana il cervello. Gli chiedo di ripetere. Non conosco quel verbo. Mi fa un gesto: pugno contro la mano. Botte, botte, picchiare.
– Cosa ha detto?
Sherpa vuole sapere, io non so come dirglielo, non voglio tradurre. Dio, che mal di testa.
– Credo… Credo abbia chiesto quante volte mi hai già picchiata.
Un minuto di silenzio. Le buche sono diminuite finalmente, la strada procede piatta e solitaria nell’altopiano, il sole è sceso e tra poco farà buio. Ho la testa spaccata in due dal male. Gli occhi di Leon brillano nel camion. Quindici anni in Russia, sposato con un’ucraina. Poi l’ha lasciata, è tornato a Dushanbe e si è sposato di nuovo. Ma tanto fa il camionista verso la Cina, a casa ci torna una volta al mese. Ascolto con un brivido. Insiste, non ho risposto alla sua domanda. Quante, quante volte?

Rido, ma un po’ ho paura.
– Ma zero, dai! Non mi ha mai picchiata. Mai.
Leon non ci crede. Non è possibile, dice. Glielo giuro: zero, mai, non è mai successo e davvero non succederà mai.
Leon ci prova ancora.
– E se succede, se succede che lui… che lui ti picchia. Mettiamo che succede. Tu cosa fai?
– Chiamo la polizia, Leon. Chiamo immediatamente la polizia.
Smetto di tradurre, ma Sherpa capisce lo stesso.
– Queste cose da noi sono molto serie: non si picchiano le donne. E se un uomo ti picchia devi chiamare la polizia. La polizia da noi ti aiuta. Insomma, di solito ti aiuta. E se lui ti picchia poi lui va in prigione.
Leon non ci crede. Come gli sarò sembrata naïve. Mi guarda sconcertato, scoppia a ridere, tira una pacca a Sherpa, gli scuote il braccio. Come per dirgli: cosa sei? Un uomo o cosa? Che significa che non l’hai mai picchiata?

Mi guarda ancora. Ha gli occhi grandi Leon, la faccia rossastra, la bocca impastata dal nasvai. Guida quasi ipnotizzato, su quella strada che maledice e conosce a memoria.
– Cos’è, non avete mai litigato?
– Leon, da noi si litiga con le parole.
– A volte le parole non bastano.
Le parole bastano eccome. La testa mi esplode. Non arretrerò. Lo so che non vuole capire ma per me questo è davvero troppo. Insisto: da noi è così.
– Allora non è vero amore.

Non sono mai stata forte nella dialettica. Troppe volte non so cosa ribattere e prima o poi arriva il momento in cui anche un camionista tagico mi lascia senza parole. Allora non è vero amore. Penso alla sua ex moglie ucraina, al loro divorzio, ai loro figli. Li penso in una casa con le pareti blu. C’è un ferro da stiro che vola, una mano che ferma un braccio, un bambino che piange. Penso alla nuova moglie tagica, che lo aspetta a Dushanbe. Leon parla da solo: pensa ad alta voce, è assurdo, dice, come può essere amore se lui ti picchia e per colpa tua finisce in prigione. Lui sta lì, seduto in prigione, perché tu hai chiamato la polizia. È assurdo, è assurdo.
Non sono mai stata forte nella dialettica. Tante volte ho parlato troppo, ma questa volta non ho parlato abbastanza.
– Da noi è così, Leon. Da noi è così.
Per un po’ siamo stati zitti.

Fa impressione essere sul far del buio, in cima a un enorme tir, in quell’altopiano arido dove potresti non incontrare un uomo per giorni. Fa impressione e fa paura. Mai come in quel momento ho percepito con così tanta precisione ogni centimetro della bellezza del Pamir sulla mia pelle: la bellezza che sfiora l’orlo della morte. La bellezza del deserto dove l’uomo soccombe alle tigri delle nevi, agli orsi, ai lupi. Dove l’uomo soccombe alla roccia, all’infinita pianura, all’implacabile vento. Una bellezza che è solo adrenalina prima che paura, e che se non è un paesaggio non ha davvero niente di bello. Leon guidava assorto, sputando il nasvai fuori dalla portiera. Acqua passata: dopotutto era un discorso come un altro. La mia pancia diceva di no. E dio, che mal di testa.

3 Commenti

  1. Anonimo

    Bel post! In effetti e’ assurdo trovarsi in situazioni in cui davvero emergono le differenze – per cosi’ dire – “culturali”. E’ come se le tue certezze vacillassero, nel dover varemente spiegare qualcosa che per te e’ cosi’ familiare, assodato, dato per certo e inconfutabile. Figuariamoci poi quando si tratta di un argomento cosi’ serio come la violenza sulle donne. Capisco il tuo non aver risposto, ma forse doveva andare cosi’.
    Un episodio per certi verso simile mi e’capitato anni fa in Marocco, mentre parlavo con una persona del posto. Mi chiese di che religione fossi, e si aspettava una risposta tipo “cristiana”. Ma fu sbalordito quando candidamente risposi che “non credo in Dio”. Non riusciva a concepire il solo concetto di “non credere”. “Ma come? Cosa significa? Dovrai credere per forza a una qualche religione!” E anche li’ come te, semplicemente lasciai cadere la conversazione.

    1. Hai ragionissima, queste sono le cose che consideriamo semplici ma che alla fine rimangono quelle più spiazzanti. Dovremmo esercitarci a rispondere alle domande semplici più spesso.A tutte le conversazioni cadute, un buon proposito per il 2019 🙂

Aggiungi un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.