Appunti dall’Uzbekistan e dal Sud Kazakistan. Di calzini rossi, tempeste di sabbia e sopracciglia tagiche

periferie di samarcanda
Una bimba fotografa me che la fotografo al di là di un torrente, periferie di Samarcanda

Dopo i diari kirghisi l’ultimo capitolo degli appunti di viaggio dall’Uzbekistan e dal Kazakistan del Sud. Avrei voluto scrivere molto di più dalle grandi steppe e dagli aridi deserti, ma spesso mi capita di viaggiare così intensamente da non riuscire a impiegare il tempo in maniera diversa dal dormire. Solo quando ho qualche ora di quiete, a bordo di qualche mezzo di trasporto di fortuna, riesco a trascrivere qualche impressione. L’Uzbekistan è stato certamente Babi, una ragazza di origine persiana da sempre a Samarcanda, l’unica città con una bellezza abbastanza brillante da accogliere la sua. Intelligentissima, con occhi neri vispi, tira i fili delle persone intorno a sè come vuole ma non ha mai lasciato il suo Paese, nonostante l’inglese impeccabile.

Il Kazakhstàn è stato in realtà solo una parentesi sulla via del ritorno verso Bishkék. Le grandi città petrolifere del Sud, dove le donne uzbeche vanno a cercare paghe migliori respirando i fumi neri, e una tempesta di sabbia nelle steppe di Turkistan, ai piedi dell’immenso mausoleo sufi, però, mi ha fatto molto pensare e ho deciso di scrivere comunque qualcosina nonostante i pochi giorni passati lì.

Spero davvero che vi piacciano, vi facciano un po’ ridere e riflettere allo stesso tempo. Aspetto i vostri commenti!
Un abbraccio,
Ele

*Nel post alterno diverse grafie, come Kazakhstan e Kazakistan, per questioni di indicizzazione.

1. Uzbekistan. Sopracciglia tagiche

– Da cosa li riconoscete i tagichi?
– Dalle sopracciglia. Quando uno è tagico si vede subito. Lo sguardo, gli occhi, ma soprattutto le sopracciglia. A Samarcanda sono la maggioranza, ma c’è un po’ di tutto in realtà.

Babi mi ha stupita. Dico davvero. E’ sempre così nitida, spiazzante. Le sopracciglia…

Samarcanda è in Uzbekistan, vicinissima al confine tagico. La gente lì lo nota subito che non sei del posto. E’ semplice: non parli tagico [lingua indeuropea e non turchica]. Il vero gioiello di Samarcanda, però, non sta nelle maioliche azzurro cielo.
Bisogna superare un lungo muro di cemento nuovo, trovarne un ingresso, farsi strada senza timore. A due passi dal leggendario Registan di Samarcanda c’è il vecchio ghetto ebraico, dove un turbine indomabile di bambini salta, corre, si lancia contro i getti d’acqua, gioca ma soprattutto viene a salutarti a braccia aperte. Perché puzzi di turista lontano un chilometro. E sei un ammasso di roba tremendamente interessante, tutta da scoprire.

Priviét, hello, welcome! Otkuda vy (da dove venite)?
– Siamo italiane.
– Pravda!? Ma anche la tua amica è italiana?
– Sì, ma suo papà è tunisino.
– Ooooooooh. Che strani capelli che ha. Perché sono mezzi neri e mezzi rossi? E perché non parla russo?
– Perché non l’ha ancora studiato. Ma capisce tutto quello che dici, bimba, sai?
– Oooh. E che lingue parla allora?
– Molte. Inglese, arabo, francese. Italiano e spagnolo. E ne capisce altre ancora.
– La mia famiglia è russa ma di Samarcanda. Quindi parlo anche uzbeco, tagico, russo e capisco l’afgano, il persiano, il kirghiso e il kazako. E a scuola studio un po’ di inglese.
– (Apperò, la bimba…)

I bimbi nella foto hanno tra i 6 e gli 11 anni. Sono uzbechi (la bimba a sinistra), tagichi (la bimba in alto) e russi (la bimba con la palla, una peperina adorabile che detta legge su tutti i bambini dell’area). Sono vicini di casa di un quartiere dove sono insediati, da secoli, anche ebrei askenaziti che parlano yiddish e sefarditi che parlano ebraico moderno.
E poi ci sono io, che sono stata scambiata per kirghisa, uzbeca o kazaka a seconda del paese.

Non so voi, ma per me questa è la cosa più bella del viaggiare. Vedere la gente, toccarla, abbracciarla. Lasciarsi toccare, avvicinare, baciare. Vedere che esistono occhi a mandorla e azzurri come le cupole di Shah-i-Zinda. Vedere che questi occhi giocano insieme, con la stessa palla, parlando tutte le lingue possibili.

Vi voglio consigliare un libro meraviglioso che prende le mosse proprio dalla diversità unica di Samarcanda. È un libro di cucina, è vero, ma è ricco di storie, foto meravigliose e cose da scoprire su Samarcanda e su tutta l’Aria Centrale, con qualche deviazione in Afghanistan e in Caucaso. Si chiama Samarkand, è solo in inglese al momento ma lo trovate su Amazon.

2. Uzbekistan. Come fare amicizia con una Bàbushka e vincere un calzino della seduzione

1. Quando vedi una Bàbushka Post-Sovietica*, o, meglio ancora, un sinodo di Bàbushki, sieditici accanto con aria serena e spensierata.
*d’ora in avanti, per comodità, Bàba, pl. Bàbe.
2. Se hai fame, mostrati deperito e in cerca di calorie.
3. Se sei povero, mostrati tenero e indigente.
4. A questo punto, la Baba attaccherà da sola senza che tu faccia nient’altro: assecondala, sorridi e andrà tutto bene.
5. Ti toccherà braccia, gambe, ti accarezzerà il viso dolcemente, i capelli e persino la pancia per vedere se sei incinta.
6. Ti chiederà se sei sposata: rispondile di sì e sarà la Baba più felice del mondo. Dopodiché falle vedere le foto di tuo marito, dei tuoi genitori e dei tuoi fratelli.
7. Ti dirà che i tuoi fratelli ti assomigliano, che i tuoi genitori sembrano giovani e che tuo marito è più bello di Cristiano Ronaldo.
8. Dopodiché ti chiederà perché non hai già dei figli. Non arrampicarti sugli specchi e non mentire, una Baba capisce tutto: dille che sono in programma prioritario, è solo questione di tempo. Non serve specificare quanto, la Baba sa già che appena tornerai in Italia ti darai da fare.
9. Allora la Baba ti inviterà a casa sua tra qualche anno, lasciandoti l’indirizzo, ma solo a patto che la verrai a trovare con già dei figli e il tuo bellissimo Cristiano Ronaldo mano nella mano.
10. Va bene, Baba. Tu dalle ragione. A questo punto inizierà a farsi millemila foto con te da fare vedere a tutta la sua cumpa di amiche. Mezzo Uzbekistan riceverà la tua foto via Telegram. Perché la Baba uzbeca è una Baba tecnologica.
11. Non contenta, attacherà coi video in cui ti chiederà di salutare in russo le sue amiche della valle di Fergana, poi quelle di Samarcanda, quelle di Tashkent e di Shimkent, dove lavora. Poi si passerà alle dediche in italiano con (tua, sgrammaticata, stupidissima) traduzione russa a fronte sul suo diario personale, che reciterà più o meno ciao-baba-tu-molto-bella-grazie-io-ti-voglio-bene. Ti scriverà in cambio il suo indirizzo e una dedica in uzbeco indecifrabile, piangendo di gioia. Saranno senza dubbio palate di complimenti, tranquillo.
12. A quel punto, dopo baci e abbracci, a seconda di come ti sei mostrato ai punti 2 e/o 3, la Baba ti darà un dono. Che, nella stragrande maggioranza dei casi, sarà cibo a non finire. O, se sarai fortunato come noi, sarà un Calzino della Seduzione.
Perché sì, una delle Babe ha deciso che i miei calzini marca Sport non erano abbastanza femminili, e ci avrebbe pensato lei.

3. Kazakistan. La Lonely Planet Vera per il Sud del Kazakhstan

Io e PrinceOfPersia ormai l’abbiamo imparato. Quando la Lonely Planet scrive “splendidi musei e vibrante cultura del caffè”, significa che in città non c’è proprio mezza fava da vedere. Era stato così per Priština, in Kosovo, e adesso che siamo in Kazakhstan ci siamo cascate di nuovo. Non compro mai le loro guide, ma dei polacchi a Samarcanda avevano quella del Centro Asia, e ho fotografato due o tre pagine sul Sud del Kazakhstan. Avevo, non so come dire, il sentore che a Shimkent e Taraz non ci fosse niente da vedere. Ma niente proprio, eh. Nemmeno gente simpatica o interessante da osservare, nemmeno un po’ di vita per le strade, un mercato, qualche baracchino che vende cibo: il n u l l a.
La LP è però, spesso, completamente senza pudore. Cioè, ho capito che ve la menate perché siete la guida di viaggi più venduta al mondo, ma pagatelo un mezzo kazako per aggiornarvi su come sono cambiate le cose dal 1991 ad oggi.

Con un bel po’ di presunzione (ma sicuramente meno dei tizi LP), ecco la Lonely Planet Vera per il Kazakhstan del Sud.

1. Shimkent. Brutta città della raffinazione petrolifera. Insegne ipercolorate su prefabbricati appoggiati a terra per sbaglio, statue orrende tipo “cammello meccanico” nelle rotonde. Ingorghi di traffico e puzza di gas nelle strade. Poliziotti sospettosi in giro, moschee trash fatte di Playmobil e un bazaar squallido e sporco, mezzo vuoto, dove a stento si riesce a trovare un cambiavalute a prezzi svantaggiosi. Le macchine ti falciano con cattiveria anche sulle strisce e col verde, sotto gli occhi accondiscendenti della pula corrotta. Gente scontrosa e pronta a truffarti, pochi realmente del posto, nessun bambino per strada, solo immigrati economici dal più povero Uzbekistan.

2. Taraz. College patinati e tirati a lucido pieni di ragazzini esattamente di fianco a ciminiere che sputano il male del mondo, color nero morte. Marciapiedi polverosi senza asfalto, lavori in corso dovunque, una stazione degli autobus deserta e annoiata. Roghi di rifiuti nei quartieri residenziali, autobus con cattiva combustione che annebbiano le strade. Gente inospitale, scritte solo in kazako.

È vero, non abbiamo visitato la Madrasa dello Zio Tom né l’imperdibile museo storico-etnografico, ma credo non moriremo.
Facciamoci una risata e non fidatevi troppo di questi qui 

4. Kazakistan. Pioggia nella steppa

Ora capisco cosa diceva Babi.
– Amo quando piove. Mi rende così felice…

La pioggia, da queste parti, è cosa rara. In Kazakhstan, a Turkistan, ha piovuto tantissimo, bene, allagando tutto, dissetando la steppa. Ha piovuto di quella pioggia estiva grande e imprevedibile, che arriva sul far della sera e coglie tutti impreparati. Tempesta di sabbia bianca, alberi piegati, la steppa battuta quasi da un tornado. Un portento che ammutolisce. La babushka di fianco a noi alza gli occhi al cielo e chiama Allah. Quando il cielo e la terra sono lande senza confini, grandi a 360° come qui, i temporali così fanno davvero paura.

Siamo stanche e, tornando dall’Uzbekistan, i kazaki ci sembrano più nordici e distaccati. Nessuno davvero ci capisce o si sbilancia per aiutarci. Senza internet da giorni, senza mappa del Kazakhstan scaricata, fradicie e quasi senza soldi. In città è pure saltata la corrente elettrica. Alexei, un ragazzino dolce e innamorato degli europei, ci guida nel posto giusto, una specie di ostello economicissimo per famiglie kazake e scolaresche in gita. Che fra l’altro è anche di fronte all’unica attrazione di Turkistan, l’immenso mausoleo di Yasaui, un predicatore sufico santo per i kazaki.

Il tramonto, dopo quel temporale, sembra un’esplosione nucleare con colori irreali. Il paese di Turkistan è esattamente come ve lo immaginate: casette basse appoggiate su terra desolata quasi per caso, prefabbricati o costruzioni trash che sembrano fatte di lego. Ma quel mausoleo è qualcosa di incredibile. Una facciata nuda, incompleta, col pistacchio sporgente e ancora coi legni delle impalcature conficcati. Sembra una cattedrale gotica in mezzo al nulla, maestosa e temibile. Due cupole azzurre enormi, motivi geometrici diversi da quelli uzbeki, un muro di sabbia merlato intorno, un calderone gigantesco all’interno.
Forse valeva la pena venire fin qui 

Scrivo da una marshrutka kazakamente silenziosa, diretta a Shimkent, nel degradato e industriale Sud del Paese, dove cercheremo di cambiare dei soldi e tornare a Bishkek, una decina di ore più in là. Tifate per noi 

Se non l’avete già fatto, non perdetevi i diari dal Kirghizistan e i diari dall’Azerbaijan, nello stesso stile.

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