Storie di autostop nei Balcani. Albania e Montenegro [1]

L’autostop non è solo un modo per viaggiare gratis. E’ molto, molto di più, credetemi: specialmente l’autostop nei Balcani, in Caucaso, in Asia Centrale. E’ un mondo che ti apre decine di portiere, ti lascia sedere a fianco di gente che ha voglia di raccontarsi a te, bizzarro straniero, che non aspettavi nient’altro. E’ un modo per raccogliere storie di gente qualsiasi, che non incontrerai mai più e che non avresti mai incontrato così da vicino in altro modo: un campione casuale che ti aiuta a rimodellare l’immagine dei paesi che attraversi. E’ un andare dritto al sodo, alla confidenza con perfetti sconosciuti, senza spettatori a giudicare il vostro piccolo miracolo. Succede solo così. CouchSurfing ti presenta un campione filtrato, evoluto, giovane. L’autostop un campione random di persone aperte, curiose, chiacchierine, a volte un po’ sole, altre semplicemente vogliose di aiutarti e che vogliono sentirsi un po’ dei piccoli eroi nella loro piccola vita.

Questo post è la storia delle persone che abbiamo incontrato in viaggio in autostop nei Balcani io, MamaAfrika e PrinceOfPersia. Decine e decine di passaggi tra il Montenegro e l’Italia. Passando dall’Albania, dalla Macedonia, dal Kosovo, dalla Serbia, dalla Croazia e dalla Slovenia. Tutta in autostop e dormendo in tenda, ascoltando tantissimo, guardando tantissimo.

In questo post racconto sette storie di autostop nei Balcani: due in Montenegro e cinque in Albania. Usa questo piccolo menù se vuoi andare direttamente alle storie di uno o dell’altro paese.

Vai a: autostop in Montenegro
Vai a: autostop in Albania

Autostop nei Balcani [1]

Per me era il terzo viaggio nei Balcani, e non certo l’ultimo. Questo post è invece il primo capitolo, perché le storie sono tante e tutte hanno diritto al loro piccolo spazio qui sopra. Ne farò almeno un altro, a seconda della lunghezza. Che poi io racconto tutto con ironia, ma sono grata nel profondo del mio cuore a tutte queste persone, e sorrido mentre li ricordo e scrivo queste righe. Perché senza di loro i Balcani non sarebbero i Balcani come li conosciamo: luoghi zingari, crudi, abitati da popoli con una tremenda voglia di raccontare le loro storie. Che da sole sono storie piccole, umili. Ma insieme a tutte le altre hanno una potenza e una pulsazione chiara e forte, tragica e imbevuta di speranza, che ci illumina la strada nei nostri tempi europei.

Buona lettura e grazie.
Ele

Storie di autostop in Montenegro

1. Due fancy tatuati montenegrini e un cane troppo bavoso

autostop nei BalcaniIl primo autostop comincia da Vjrpazar, un piccolo paesino sul lago di Skadar, un enorme specchio di acqua dolce coperto di ninfee diviso a metà tra Montenegro e Albania.. Io arrivavo in direttissima dall’Ucraina via Budapest, Belgrado, MamaAfrika (Sara) da una summer school in Danimarca e PrinceOfPersia (Dario) da un viaggio in Bosnia: ci eravamo trovati la sera prima a Podgorica. Treno con sedicimila ore di ritardo, non un Wi-Fi né campo per avvisare e Dario che ha fatto come ai vecchi tempi: è stato, solo in stazione, ad aspettarci per ore, mangiando banane marce. La sera è stata ancor più devastante del viaggio in sé grazie a Marko, un CouchSurfer borderline Asperger che ha imparato duemila lingue straniere guardando la televisione e insegnante di matematica. Ci ha costretti, con io che (realmente) mi addormentavo camminando, a fare un imperdibile tour di Podgorica by night, dandoci l’impagabile opportunità di confermare che sì, Podgorica è una città brutta e in cui non c’è niente da vedere. Parola di Pain de Route.

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Ma torniamo al lago: il lato nord è frastagliato e sembra un Grand Canyon verde, con gole d’acqua blu coperta di ninfee; il lato ovest invece è montuoso e ripido, con qualche bella isoletta bianca puntellata di macchia mediterranea scura. Come ogni stupido e recidivo painderoutiano, durante il momento di analisi e studio delle strade autostoppabili decidiamo di prendere la strada più breve. La quale sì, passa per le montagne, ha una vista mozzafiato su tutto il lago liscio come l’olio, che riflette tutte le sfumature del cielo blu e delle nuvole. E’ ovviamente, e noi in realtà lo sapevamo nel profondo, la strada meno battuta e più tortuosa, dove non passano macchine e non ci sono villaggi: come sempre pessima idea, gran botta di fortuna. Lungo la strada soffiamo l’unico possibile passaggio a due autostoppiste spagnole, e veniamo tirati su da una coppia superfancy montenegrina, iperpalestrata e ipertatuata.

Hey guys, qualche chiacchiera simpatica, lei bella e abbronzata oltremodo, lui muscoloso-wow e yeah siamo una coppia figa. In realtà molto carini e premurosi. C’è posto per noi tre, ma certo: solo c’è il cane dietro nel bagagliaio, ma non preoccupatevi, è un amore e non ha fatto mai del male a nessuno… La storia continua con io che, schiacciata dal peso del mio zaino in braccio, cerco senza uccidere Sara e Dario di prendere uno scottex da una delle tasche esterne per proteggere la mia spalla destra dalla cascata di bava di cane che la dolce bestiola mi sta riversando da mezz’ora. La vista mozzafiato sul lago ripaga la puzza di bava di cane, lo sgrondino che cola giù per la schiena e l’unico di due vestiti da viaggio impregnato di schifame batterico. Insomma, un inizio in grande stile. Volano sonori improperi contro il povero animale sofferente per il caldo mediterraneo, e l’autostop si conclude a un passo dall’Albania con la bella ragazza tatuata che ci sorride e saluta in perfetto italiano: sapete, da piccola in televisione vedevo Calimero…!
(mérde)

2. Cricca di albanesi sul retro di un cargo, al confine montenegrino

autostop nei Balcani

Sara e Dario sul retro del cargo in corsa, abbracciando l’anguria

Al bivio per l’Albania decidiamo di asciugarci dalla bava di cane e pranzare sull’erbetta di uno pseudo-autogrill prima di rimetterci in marcia. Sul confine già tira aria albaese, perché in meno di un minuto ci tirano su degli operai appunto albanesi di rientro in patria. Ci caricano sul retro di un cargo merci aperto, ma non siamo soli. Con noi ci sono un po’ di bombole del gas, un paio di biciclette e naturalmente una cricca di carpentieri albanesi al completo. Cinque orientati verso il sole, con cappellini e occhiali ultimo grido 1972, e altri tre dal lato nostro. Salutiamo in italiano, stringiamo le mani, si chiacchiera un po’ e ci si sente subito a casa. Senonché siamo seduti sul retro di un cargo merci aperto che sfreccia in libertà verso un orizzonte il cui ultimo pensiero sono le cinture di sicurezza e gli airbag.

Primissimi paesaggi albanesi, oltre il confine

Girando in autostop nei Balcani questo è ordinaria amministrazione. Questo incontro, con il vento nei capelli e il tramonto sulle zone industriali della zona di Scutari, è emblematico degli incontri in Albania in autostop. La cricca parla solo italiano e albanese; chi parla solo albanese comunque capisce un po’ di italiano base. Molti dei nostri uomini si erano trasferiti a lavorare in Italia, ma attenzione! Uno di loro addirittura a Cormano, un piccolo paese inutile dell’hinterland milanese, famoso nella storia solo per aver dato i natali a Dario, in arte PrinceOfPersia. Questo triste dormitorio satellite della grande città è però stato, in questo viaggio, una specie di centro di gravità permanente.

Ah! Cormano, certo che conosco! Salutami Pippo e Gianni del ristorante Al Vulcano, hai presente? Digli che li saluta Dani dall’Albania!

Storie di autostop in Albania

3. Gli stessi albanesi fino a Scutari, ma con un cargo diverso

Gli albanesi, per qualche mafiosa ragione, parcheggiano il cargo qualche metro prima del confine montenegrino, lo superano a piedi, e appena arrivati in Albania ne recuperano un altro identico con cui proseguono fino a Scutari. Li rincorriamo un po’ e ci tirano su di nuovo ma, in più, ci regalano un cocomero enorme. Il quale viene prima accolto con gioia e, successivamente, con fiorite imprecazioni (avete idea di quanto pesa un cocomero albanese? Abbiamo dovuto farlo rotolare per mezza Albania perché non sapevamo dove altro tenerlo e Pain de Route è apertamente contro gli sprechi alimentari). Così ci lasciano fuori Scutari. Io, Mama, Prince e un cocomero da dieci chili al guinzaglio.

4. Il muratore-imprenditore che ha sposato la siciliana, fino a Dürres

autostop nei balcani

Statue fascistoidi nella postatomica Durazzo, nel luogo del “are you children?”

Continuiamo senza attesa con un simpatico uomo sui trentacinque, che inizia la grande rapsodia di storie degli automobilisti albanesi e che sarà però responsabile del nostro Primo Grande Errore Finanziario (d’ora in avanti, PGEF). Il nostro uomo ha un cuore pieno di storie ed emozioni forti, che non vede l’ora di condividere con noi. Il suo racconto ha del meraviglioso: è una storia comune, per gli albanesi, ed è una storia di determinazione e riscatto. Come gran parte del suo paese, il nostro uomo al crollo del comunismo è salito su un barcone ed è emigrato in Italia. Perché in Albania non c’era niente, non c’erano opportunità, e il resto lo potete anche immaginare. L’italiano già un po’ lo capiva, per via delle antenne albanesi che predevano Rai 1. E’ sbarcato in Sicilia.

Dopo anni di clandestinità e lavoro in nero, in cui dormiva nei campi e faceva la fame, è riuscito a mettersi in regola e ad aprire la sua piccola impresa di costruzioni. Attenzione, però: un’impresa di costruzioni rispettabbile. Rispettabbilissima, anzi. La più rispettabbile tra tutti i costruttori siciliani, con lui nessuno mai ci ha litigato, nemmeno la polizia ci diceva niente ed era amico di tutti sempre. I problemi veri sono arrivati quando, come in ogni storia che si rispetti, il nostro uomo ha trovato l’amore, incarnato nelle forme di una donna sicula. Che, dopo un periodo di corteggiamento magistrale, si è lasciata conquistare. Ma la donna era sicula, e il nostro uomo un povero albanese che dormiva nei campi. E il padre di lei non ne voleva assolutamente sapere. Quello nun t’azzardare, cà ‘n casa mia manco un piede ci mette! La donna, presto incinta di lui, torna dal padre dopo essere stata cacciata. Prova a parlargli e con il cuore in mano gli dice che sì, sarà anche albanese, ma è una brava persona. Il padre non la vuole più vedere per due anni: un albanese, mai. Al che, cacciata e con un bimbo in grembo, decide di seguire l’amore suo e assisterlo in salute e malattia finché morte non li separi.

Risveglio dalla nostra tenda in un’aiuola a Durazzo con una MamaAfrika inedita

Alla nascita della bambina, però, il padre s’intenerisce. Dopotutto la figlia è albanese solo a metà. La guarda in viso, le sorride e si riconcilia con la neonata famiglia. Il business delle costruzioni però non va più a gonfie vele (insomma, non è che possiamo volere tutto), e così, un po’ delusa dall’Italia, la famiglia decide di tornare in Albania e ricominciare da zero. Il nostro uomo è infatti diretto a Durazzo, ad aspettare il traghetto con gli amori suoi di ritorno dalle vacanze in Sicilia. Passando di fianco ai tipici scempi edilizi albanesi, lui commenta felice: guarda, guarda: chebbelle case. L’Albania per me è un sogno, cà qui quello che vuoi ci puoi fare. Uno viene qui e per la moglie sua una bella casa ci costruisce, come si vuole, con il giardino, magari con due piani. E vedi poi lei com’è felice di una casetta così, non ti lascia più se gliela costruisci!

Scaricati nel Bronx di Durazzo, noi e il nostro cocomero da ventordici chili salutiamo il piccolo Uomo Felice. Hackeriamo la password del WiFi dell’unico centro commerciale della città (00000000, nel caso vi serva) e ci sediamo su un muretto, spacchiamo il cocomero e lo offriamo alle gang locali, sedute fuori da un bar, che ci offrono gentilmente birra e coltello per tagliarlo meglio. Fare amicizia con gli albanesi è la cosa più facile del mondo, specie se c’è un cocomero di mezzo. Stravolti e pezzati marci ci spingiamo fino al lungomare di Durazzo, piantiamo la tenda in un’aiuola pubblica e dormiamo soffocando nell’umidità durazzese, svegliandoci in uno scenario post-atomico. In cui, come ciliegina sulla torta, appena uscita dalla tenda in condizioni inenarrabili vengo adocchiata da un vecchietto in bicicletta che, seguendomi passo passo, cerca di rimorchiarmi con un “Hello… Are you children?”. Ai posteri i commenti.

5. Da Berat fino ai dintorni di Tirana: la famiglia immigrata con successo

Il mattino dopo commettiamo il famoso e ineluttabile PGEF. Il brav’uomo emigrato in Sicilia ci aveva confuso le idee circa il cambio euro/lek, la moneta locale. Probabilmente qualche anno prima il governo aveva deciso di falciare un po’ di zeri dal cambio di conversione, visto che stampare miliardi di lek non era granché agevole. I più anziani tutt’ora continuano a scrivere nei prezzi solo le prime cifre, lasciando tutti i vari zeri successivi sottintesi, mentre gli altri si sono già adeguati al nuovo cambio. MamaAfrika decide di prelevare dei contanti da un ATM di Durazzo. Seleziona quindi l’importo più grande disponibile, pensando si trattasse di una ventina d’euro, ma scopre poi di essersi prosciugata la carta e di aver prelevato tipo 220€ in valuta albanese. Al che cerchiamo di spendere quei soldi e di ricambiarli in euro il prima possibile, presi dal panico. Sostanzialmente perché, in una settimana in Albania in tre, non riesci a spendere 220€ nemmeno se ti impegni. Il mito ci insegna che: non bisogna fidarsi della moneta albanese e dei consigli economo-aritmetici degli automobilisti albanesi.

Da Durazzo prendiamo un mitico furgòn fino a Berat ed esploriamo la più bella città dell’Albania, un borgo di pietra bianca dalle millemila finestre tutto arroccato su un monte. MamaAfrika, all’alba, decide di consegnarsi come trofeo di guerra ai trafficanti albanesi, che per 70€ le promettono di riportarla in Italia (ma questa è un’altra, incredibile, storia, che prima o poi vi racconteremo: alla fine è comunque, più o meno, arrivata) e noi ricominciamo ad autostoppare in direzione Macedonia. Veniamo tirati su da un’amorevole coppia emigrata in Veneto. Io, da linguista fallita, ho reazioni scomposte di fronte alla loro adorabile cadenza veneta, specialmente dopo aver chiacchierato qualche giorno prima con il siciliano, il cui parlato era imperlato da splendidi . La loro storia è il tipico esempio di un’emigrazione classica riuscita e con buona integrazione nella società italiana. I genitori, determinati a una vita migliore per sé e per i propri figli, hanno fatto enormi sacrifici per stabilirsi in Italia, integrarsi e dare un futuro alla prole. Ora hanno la cittadinanza, dice la madre, con gli occhi che le luccicano. E sono entrambi iscritti all’università…

6. Da Tirana fino ad Elbasan: Shpatim

La famiglia veneta ci lascia lungo l’autostrada a un bivio per Tirana o per Elbasan, l’ultima città prima della Macedonia. Questi qui sono inglesi, se non li tiro su io nessuno li tira su, perché agli albanesi non piacciono gli inglesi, ci dice.
Si era preparato qualche parola in inglese, ma è esploso di gioia quando ha sentito che eravamo italiani. Ha lavorato molti anni a Pescara, ma è rimasto deluso. Non guadagnava abbastaza, era complicato. In Albania le cose sono più semplici. Shpatim parla abbastanza bene, ha la voce soffiata, è praticamente obeso. Se la prende con massima calma e ci offre un caffè, perché il caffè albanese è l’unico buono come quello italiano (confermiamo).

Poi ci porta a fare un giretto a Elbasan, la sua città d’origine, di cui non vediamo granché; è una città moderna piena di palme, caldissima e con persino un’università. Ci mangiamo un burek insieme – i burek albanesi sono palesemente i più buoni dei Balcani, assaggiate quelli coi pomodori freschi o con le patate, ndr. E poi ci porta, apposta, sulla strada che porta in Macedonia. In realtà sembrava non ci volesse mollare più. Ci chiede i contatti, i numeri di telefono e noi glieli lasciamo. Ci aspetta dall’altro lato della strada per almeno un quarto d’ora: vuole assicurarsi che qualcuno ci tiri su, altrimenti saremmo potuti essere ospiti da lui. E, in realtà un po’ per fortuna, una macchina arriva: è un ragazzo che non dice una parola se non Macedonia. Trasporta una mega trave incastrata tra i sedili e che esce dal finestrino davanti. Tappa successiva: Ohrid.

7. Il confine: lo pseudo-tassista macedone

autostop nei Balcani

Altopiani balcanici. Giù dalla scarpata, il lago di Ohrid, tra Macedonia e Albania

Il ragazzo ci lascia all’ultimo bivio per il confine. E’ in alta montagna, gli alberi non crescono più e ci sono solo prati bruciati, pecore e qualche ramingo pastore. Giù a valle, l’incanto blu del lago di Ohrid. Ce la facciamo a piedi, in salita e sotto il sole. Chiacchieriamo con dei pastori albanesi in una lingua inventata in attesa di una qualsiasi macchina. Ma il luogo non è adatto, la strada è ghiaiosa e ripida. Stiamo per desistere quando ci tira su un macedone emigrato in Grecia, ad Atene, con cui riesco a scambiare quattro chiacchiere elementari in greco moderno. Sostanzialmente ci teneva a informarci che le donne greche sono brutte mentre quelle italiane o russe sono belle. Lo spessore umano doveva farci presagire che poi ci avrebbe chiesto dei soldi, ma la faccia da finti tonti e i nostri okhi, parakalò, hanno avuto la meglio. Quando si fa autostop nei Balcani è fisiologico trovare qualcuno, ogni tanto, che provi a chiederti dei soldi. Di solito basta essere molto espliciti fin dall’inizio o, nel caso, andarsene via con fermezza, come abbiamo fatto noi.

[le storie di autostop nei Balcani continueranno con i capitoli su Macedonia, Kosovo, Serbia, Croazia e Slovenia]

Un commento

  1. Eftichia

    anche sugli “autobus” (chi ha percorso l’Albania capirà il virgolettato) questa gente ama molto raccontarsi e ascoltare l’altro, non importa che non conosciate la lingua, con questi popoli comunicativi partirà la mega conversazione in uno strano idioma misto di tutte le parole nelle lingue veicolari tra voi e l’interlocutore. In autostop, autobus che sia fate buon viaggio 🙂

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