Bourj Hammoud: esplorazione del quartiere armeno di Beirut, Libano

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La notte è buia a Bourj Hammoud e i lampioni sono cosa rara. Quando poi salta la corrente elettrica, la città rovente rimane quasi completamente al buio, come un animale stanco che respira affannosamente, steso a terra. Guardare quella catasta anarchica di case nel buio totale, con solo il ronzio di qualche generatore privato, è una delle cose più spaventose che abbia mai fatto. È l’ultima sera prima di ritornare in Italia, dove nessuno si pone il problema di cosa significhi non avere la corrente elettrica per ore e ore consecutive, mentre il caldo soffoca e le zanzare, come sempre, non hanno pietà di me.

La qualità dei negozi a Beirut è fatta anche dalla presenza o meno di un generatore privato, ovviamente a gasolio. Sono gli unici fari nella notte, insegne led dai colori freddi da gelateria un po’ anni ’80, che abbagliano le pupille adattate alla tenebra. Sono ai margini di una grande metropoli lasciata al buio da una delle tre crisi economiche più gravi della storia.

Neshan ha acconsentito a incontrarci per due chiacchiere. È un insegnante di storia del liceo ed è di origine armena, come tantissimi a Bourj Hammoud. Non accorgersi della presenza storica di questa comunità qui è quasi impossibile. In soli 2.4 chilometri quadrati vivono oltre 150.000 persone, nel quartiere più densamente popolato di tutta Beirut (nonché tra i più popolosi di tutto il Medio Oriente) e con la più alta concentrazione di armeni. Bandiere dell’Armenia dispiegate tra i palazzi, negozi con insegne armene, sujuk colorati in vendita, stencil sui muri scritti in alfabeto armeno, che reclamano il riconoscimento del genocidio del 1915 o la fine dell’aggressione azera in Artsakh.

Una cartoleria a Qobayat, Beirut

Ho atteso l’esplorazione di quest’area con trepidazione, ma la mia macchina fotografica, dopo mezz’ora, decide di smettere di collaborare e si spegne senza possibilità di appello. Mi salva l’iPhone di Rebecca, amica, cooperante e mediatrice culturale, che si fida a venire con me nel quartiere urbanisticamente più sconclusionato della città.

È difficile girare a Bourj Hammoud, periferia delle periferie, nonostante la sua posizione privilegiata vicino al mare e a poca distanza dalla movida di Mar Mikhael. Su Google Maps la stragrande maggioranza delle strade non è mappata, e figura solo come Bourj Hammoud. Decine di Bourj Hammoud identiche, ordinate con una griglia stranamente regolare e fittissima, ma a cui non corrisponde altrettanto ordine nella realtà. Le strade sono strade strette e i balconi prominenti, come a rubare ai vicoli più aria possibile e quanti più centimetri quadrati di superficie calpestabile, proiettandosi precariamente fuori dalle facciate. Quelle strade probabilmente un nome ce l’hanno, quelle persone in un indirizzo preciso ci vivono, ma a Google Maps questo non interessa. Su Maps.me, ai nomi in arabo corrispondono strade anonime e numerate, come in una piccola cittadina di provincia americana. Delimitato da tre enormi e fondamentali arterie del traffico, che dal centro incanalano le auto verso il nord del Libano, Bourj Hammoud nel mare di Internet compare solo in studi sul sovrappopolamento, sul degrado ambientale e abitativo, sullo sfruttamento del suolo. O sull’enorme discarica abusiva e sulle zone industriali dismesse, ormai una colline in riva al mare, che impediscono l’accesso al Mediterraneo al quartiere dal 1975.

Per la verità, però, Bourj Hammoud non è così lontana dal centro. Appendici di armenità si trovano anche al di qua del fiume, verso Karantina o Qobayat, seguendo la rue d’Armenie. Prima di varcare la soglia, ho osservato il quartiere al di qua del fiume Beirut, un torrentello soffocato tra due stradoni, ma che fuge da confine ideologico, e divide il governatorato di Beirut da quello del Monte Libano. Di torri (bourj in arabo significa “torre”) neanche l’ombra, ma solo un affastellamento in continua espansione di casette in cemento di pochi piani, costruite in fretta e furia e dando sfogo alla libera iniziativa degli inquilini là dove prima c’erano solo acquitrini e campi agricoli. Talmente ravvicinate che, da lontano, sembra impossibile anche solo immaginare che siano separate da strade carrabili.

La presenza della comunità armena è già palpabile anche da qui, ancora in Beirut città. Una copisteria espone l’insegna in armeno, arabo e francese, e riveste le vetrine di scritte giallo sgargiante. Sui pali della luce, gli annunci con i numeri da staccare sono in alfabeto armeno. Altri, sono manifesti lavati via dalle piogge di molti anni, chissà di chi, chissà per cosa.

Bourj Hammoud visto dal monumento del genocidio armeno

Attraversato il ponte, è come entrare in un’altra dimensione. Il traffico si fa ancora più intenso e pulsante, chiacchierare per strada nell’ora di punta è impossibile per il suono costante dei clacson. Svicoliamo parallelamente al fiume, per andare a cercare uno dei simboli di Bourj Hammoud, benché in una posizione abbastanza defilata: il monumento al genocidio armeno.

Svetta in un’aiuola di una strada tranquilla, affacciata sulle colline abitate della città, come un menhir di pietra chiara che evolve in una testa d’aquila. Che strano pensare a un’aquila degli altipiani dalle acque calde del Mediterraneo libanese. Alla base, altre pietre proiettate in verticale che assumono i volti contorti di donne, uomini e bambini, il cui urlo rimane soffocato nella pietra, inascoltato, anche dopo più di cent’anni, da larga parte del mondo.

Ai piedi del monumento, due mamme siriane con i bambini fanno un picnic sull’erba.

Dal monumento, ci addentriamo nella parte più antica del quartiere di Bourj Hammoud, densissimamente popolata e di una vitalità spiazzante, con qualche bell’edificio anni Trenta dalle linee sorprendentemente pulite ed eleganti, qualche edificio neoclassico a colori pastello, che osa un paio di lesene ioniche di stucco. E ancora edilizia selvaggia e incontrollata, crivellata ancora dai colpi della guerra civile libanese (1975-1990), che si allarga in tutte le direzioni.

Rebecca non è mai stata in Armenia, ma le giuro che la differenza non è molta. Sono elettrizzata. Le bandiere armene appese fuori dalle case si sprecano. «Dr. V. Boyadjan chirurgien dentiste», dice un’insegna. Praticamente tutti i cognomi di medici, avvocati, librai, fabbri, artigiani sono armeni. Passiamo di fronte alla sede del partito Tashnag (Dashnak), il partito storico rivoluzionario armeno, fondato a Tbilisi nel 1890, ma radicatosi particolarmente anche qui. È tutt’ora il principale dei tre attualmente presenti nella comunità armena libanese. Poco lontana, la chiesa armena apostolica dei Quaranta Martiri e il centro culturale armeno. Mentre cerchiamo di capire cosa fare, se provare a entrare, o se chiedere informazioni a qualcuno, ci recupera Boghos (nome armeno per Paolo), il custode e factotum del centro. Di turisti a Bourj Hammoud, anche prima della devastante crisi in cui è sprofondato il Libano dopo il 2019, non se ne vedevano spesso. Senza che gli chiedessimo nulla, inizia a raccontarci la storia di quel luogo surreale.

Finiamo a fare un piccolo tour del centro e delle sue teche conservate con cura. Quel posto, dalle parvenze di un oratorio, è in realtà un piccolo museo culturale di un popolo che da rifugiato è diventato un cardine della città di Beirut grazie alla sua intraprendenza, creatività e produttività anche economica. Nell’ingresso, il simbolo del partito Tashnag, a fianco della bandiera libanese e di quella armena, svetta in bella vista: una spada, una penna, una pala incrociate e un pugno che sostiene un’asta di bandiera rossa. Poi, Boghos ci introduce alle personalità politiche di spicco, i cui ritratti baffuti svettano in bella vista su una specie di parete d’onore. Tra i ritratti in una teca, uno assomiglia quasi a Gramsci. Sotto di lui, due rivoltelle da Far West puntano a tre ritratti baffuti con un fez ottomano sul capo. Le foto hanno una croce a pennarello nero sopra. Eliminati. Li avranno fatti fuori?

Un’altra teca espone la bandiera dell’Artsakh, il nome armeno del Nagorno Karabakh, e i suoi simboli, sotto la scritta «Artsakh strong». Sul bancone che espone la targa di anniversario del monumento al genocidio, si vedono due segni di colpi che hanno sbeccato il legno.

«È stata la porta del centro. Si è staccata e schiantata contro il muro», racconta Boghos. Parla ovviamente dell’esplosione del 4 agosto 2020 e che ha devastato in particolar modo le zone circostanti al porto, il centro storico di Beirut, ma anche tante case di Bourj Hammoud che, benché culturalmente alieno, rimane geograficamente vicinissimo ai famosi silos di fronte a Gemmayzeh.

Nel cortile del centro proiettano una partita di calcio. Stanno per iniziare gli europei, e nessuno manca di ricordarci che tiferanno Italia anziché Turchia. Sui muri del quartiere, stencil su stencil si impongono con slogan come «Turkey guilty of genocide», «Remember 1915», «Stop Aliyev» e «Stop Azeri aggression». Le locandine degli eventi pubblicizzano libri su Tigran il Grande. «Available on Amazon or Hamazkayin Bookstore».

Staremmo più a lungo, e Boghos è stato davvero un segno del destino, ma sta venendo buio, è difficile orientarsi in quella giungla e abbiamo un appuntamento con Neshan. Svicoliamo tra i tipici tendoni beirutini a righe gialle, rosse o azzurre, altre con il logo dell’UNHCR. La via Arax, intitolata al fiume leggendario Arasse che oggi segna la frontiera tra Armenia e Turchia, e poi oltre quella con l’Iran, è una via dello shopping molto alla moda.

I nostri vestiti modesti, girato l’angolo, diventano improvvisamente fuori luogo. Ragazze scosciatissime e con una cascata di capelli neri lisci come una coda di cavallo passeggiano come se fossero a una serata elegante a Mosca, a Berlino, a Milano, o anche a Erevan. Un cartello reclama la riqualificazione della via con fondi britannici, nell’ambito di un progetto UNDP, sotto le forme moderniste in cemento di un enorme cinema.

Prendiamo un panino con la basturma, che in Libano chiamano basterma, da Bedo, uno dei posti più famosi del quartiere, che troneggia nell’unica piazzetta con un’aiuola verde, e rigorosamente al buio pesto, di Bourj Hammoud. Stiamo in piedi lungo la strada, quando finalmente in motorino arriva Neshan.

«Neshan, ciao!», gli gridiamo agitando le braccia. Abbiamo avuto il suo contatto da Sara e Ilyos, due amici che hanno vissuto a Beirut per un anno.

Ci porta a prendere una birra Beirut e a fumare narghilé nel bar di un suo amico, che tutti chiamano Fiesta, e che adora la musica anni ’80. È esattamente il posto dove speravo di finire. Localino vuoto con piastrelle rosso aranciato, maxischermo con musica e balletti improbabili, sedie in plastica sul marciapiede per prendere un po’ di fresco nell’aria umida della sera, e un gestore che sa il fatto suo.

Lungo la via commerciale Arax, recentemente riqualificata.

Neshan parla con tutti in armeno occidentale. È una cosa talmente naturale (anche se non è sempre stato così) che a tratti mi dimentico di essere in un paese arabofono, o persino in Libano. C’è qualcosa di molto diverso e decisamente meno persiano dell’Armenia, ma in fondo sì, a Bourj Hammoud ci si sente in una città in esilio. Tra un sorso di birra, un tiro di narghilé e Fiesta che manda Ra Ra Rasputin lover of the Russian queen dei Boney M alla radio, inizio a registrare un’appassionante chiacchierata in inglese, che potete leggere in questo articolo o ascoltare come podcast.

I motorini sull’arteria principale di Bourj Hammoud sciamano come api in lontananza, una donna canta nella notte una melodia armena, e da qualche finestra esce il suono di un duduk, come nella capanna di un pastore degli altipiani. Era tutto quello che cercavo. Andiamo.

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