Cinque giorni in Irlanda | #2

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Continua da Cinque giorni in Irlanda | #1

dal diario di Marco Gironi

          “Welcome back, my dear!” esclama allegra la stessa signora dai capelli brizzolati che mi aveva accompagnato all’andata. Evidentemente deve aver portato a termine l’intero circuito, e rieccola qui, disinvolta e radiosa, alla guida del suo autobus. Deciso a godermi fino all’ultimo istante i toni forti delle rigogliose steppe del nord, impugno la macchina fotografica. Il grande finestrino frontale mi regala una visuale a trecentosessanta gradi di ciò che mi sta attorno, e comincio a scattare foto all’impazzata.

L’oceano scompare e ricompare a tratti, facendo capolino tra le sinuose curve della strada. Il blu cobalto delle sue acque si rimescola all’azzurro del cielo, esaltando gli accurati dettagli di un enorme maniero a strapiombo sulla scogliera: l’incredibile costruzione, che poco più tardi avrei scoperto essere il Dunluce Castle, si aggrappa coraggiosamente a un brandello di roccia, a picco sull’Oceano scuro e burrascoso. La sua bellezza è indiscutibile: le sue articolate fortificazioni sembrano sfidare la logica e la gravità, appese come per disperazione alle rocce erose dal vento e dalla forza distruttrice delle acque sottostanti. Sporto dalla balaustra, a due passi dal precipizio che mi separa dalle alti torri color sabbia, mi sembra quasi di tornare indietro nel tempo; ma il breve tempo concessomi dall’autista si è esaurito, e a grandi passi ritorno sull’autobus, ricambiando il sorriso alla donna. E via, pochi metri e una curva, e l’oceano si perde alle nostre spalle.

irlanda 8Belfast mi accoglie per la seconda volta nella giornata: i minacciosi nuvoloni carichi di pioggia del mattino sono però scomparsi, e un timido sole invernale colora il cielo di arancione. Tra gli ordinati edifici in mattoni che mi circondano individuo il campanile di quella che deve essere la cattedrale di Belfast, e proseguo nella stessa direzione. D’un tratto i rombi delle auto scemano e le strade si fanno più piccole, i dettagli delle abitazioni più pomposi e i marciapiedi più curati: mi trovo nel quartiere di Saint Paul, delimitato a grandi linee da Donegall Street e York Street, e che ospita l’omonima chiesa romanica. Nonostante sia solo da pochi minuti a Belfast, mi appare immediatamente chiaro che il tempo in cui la città era conosciuta con il nome di The Trouble (i ‘guai’, e cioè il periodo più cruento delle lotte tra i Repubblicani, pro Irlanda, e gli Unionisti, pro Regno Unito, e quindi tra Cattolici e Protestanti) è ormai lontano. Oggi ai miei occhi Belfast si ripropone come una perla d’architettura vittoriana ed eduardiana, ed è proprio tra le strade che il cambiamento è più evidente: i posti di blocco di un tempo hanno lasciato spazio a boutique di alta moda, caffetterie e bar, mentre rumorose frotte di giovani studenti hanno sostituito le pericolose bande rivoluzionarie degli anni ’90. Una delle testimonianze più significativa della rinascita di Belfast è costituita probabilmente dall’insolito City Hall, ovvero il municipio. Con i suoi magnifici giardini e la sua imponente cupola verde smeraldo, è senza dubbio il protagonista incontrastato della città. Trascorro il resto della giornata a spasso per il centro, che proprio dal municipio si dirama in piccoli vialetti alberati per un paio di isolati. Rimango colpito dalla mole degli edifici storici che fanno capolino a ogni angolo della strada, e soprattutto dalla sobria eleganza dei loro dettagli. La Grand Opera House è uno di questi: edificato anch’esso, come gran parte dei cimeli di città, secondo i rigidi schemi dello stile vittoriano, si erge nel bel mezzo di Great Victoria Street, l’arteria principale del centro storico.

irlanda 9Nonostante la violenza e la segregazione siano un retaggio del passato, i resti di quest’ultimo sono ancora visibili a Belfast. I suoi quattordici distretti sono simbolicamente separati dalle cosiddette Peace Lines (Linee di Pace), una serie di barriere che intercorrono come lunghe cicatrici tra i quartieri periferici. Questi sbarramenti, il più lungo dei quali si estende per ben cinque km, avevano un tempo la funzione di separare i quartieri cattolici da quelli protestanti, e furono eretti per ridurre ogni possibile atto di violenza tra le due fazioni politiche e religiose di Unionisti e Nazionalisti. E furono proprio gli esponenti di queste due correnti a far rivivere una tradizione ormai lontana, risalente addirittura agli inizi del secolo scorso, per esprimere i propri ideali e manifestare le proprie minacce: a partire dagli anni ’70, proprio nel periodo dei “Troubles”, i murales cominciarono ad essere impiegati sempre più spesso come una potente forma di espressione del proprio dissenso, ma anche per marcare il territorio, commemorare eventi storici o celebrare gruppi terroristici. E in quanto “voce della comunità”, i murales erano di rado permanenti, erano anzi spesso modificati per dare risalto ai fatti del giorno. Anche l’atmosfera che si respira nel quartiere del mio ostello, quello repubblicano, non è più la stessa: gli studenti vestiti alla moda, i pub animati e le aiuole curate hanno lasciato il posto a capannelli di ragazzini dallo sguardo torvo, catapecchie fumanti e dall’intonaco scrostato, e prati pieni di immondizie. Gran parte dei lampioni sono bruciati, e i cassonetti riversi, ma nessuno sembra accorgersene. Per un attimo mi sembra di essere catapultato indietro nel tempo, al periodo in cui Belfast era tristemente conosciuta come una delle “Quattro B” che ciascun individuo con un po’ di sale in zucca avrebbe dovuto evitare, assieme a Bosnia, Baghdad e Beirut. Un periodo buio in cui il disordine e i soprusi erano all’ordine del giorno, quando uscire di casa voleva dire mettere a repentaglio la propria vita e rischiare di diventare il bersaglio di proiettili vaganti.

I primi murales repubblicani comparvero nel 1981, quando lo sciopero della fame messo in atto dai detenuti del quartiere – per chiedere che fosse riconosciuto loro lo status di prigionieri politici – fu accompagnato dalla comparsa di decine di queste opere d’arte a loro favore. Nel corso degli anni successivi, gli autori dei murales ampliarono il loro raggio d’azione, passando a illustrare temi di più ampio respiro, ma anche eventi storici e leggende irlandesi. L’espressione crucciata di Bobby Sands, attivista politico morto in seguito allo sciopero della fame, si ripresenta in svariate forme e mimiche, così come numerosi altri personaggi della mitologia irlandese che non riesco a identificare. Infine, semi-nascosto da un cassonetto divelto e diverse accozzaglie di rottami, l’immensa figura del Titanic incede solennemente sul fianco scrostato di una abitazione. Un ragazzetto dall’aspetto trasandato richiama la mia attenzione, e con tono arrogante mi schernisce: “ehi, cosa diavolo stai fotografando?” Ma quei murales sono qualcosa di più che semplici disegni sbiaditi e di scarso valore: rappresentano la storia che una Belfast ultramoderna e cosmopolita tenta di nascondere e dimenticare, confinandola nelle periferie, lontano dagli occhi di chi non si spinge oltre i vialetti acciottolati e le aiuole fiorite del centro.

irlanda 10        L’aria frizzantina di febbraio è proprio ciò di cui ho bisogno: non appena metto piede fuori dall’edificio, una brezza gelida mi fa trasalire. Mi aspetta un lungo viaggio in bus per Galway, una graziosa cittadina situata sulla costa occidentale dell’isola, vale a dire il punto opposto in cui mi trovo ora. La minuscola stazione di Galway altro sembra non essere che un vecchio parcheggio adibito a tale funzione. Guardandomi rapidamente attorno, consto che la cittadina stessa è una minuscola perla multicolore incastrata tra le coste frastagliate dell’Irlanda e l’Oceano Atlantico. Ho posato da pochi istanti i piedi per terra, e mi trovo già nella centralissima Eire Square, cuore pulsante di Galway!

Passeggiando per le vie antiche del centro, a ridosso del porto, ho un primo assaggio della vera essenza di Galway: i bassi edifici dai colori cangianti, nel tradizionale stile artistico e bohémien a cui i miei occhi hanno avuto modo di abituarsi negli ultimi giorni, accolgono tra i propri androni vivacissimi pub aperti anche di giorno. Mentre i tavolini dei café, incastrati in file ordinate tra i ciottoli delle viuzze, sembrano essere il posto perfetto da cui osservare gli artisti di strada, le comitive scatenate e le coppiette di innamorati che popolano le strade. Perso nei miei pensieri, mi ritrovo d’un tratto nei pressi del porticciolo, dinnanzi a un grosso arco di pietra che ha tutta l’aria di essere un cimelio. E’ l’insigne Spanish Arch (l’Arco Spagnolo) risalente agli anni bui in cui Galway, come ogni altra città di mare, doveva difendersi dagli attacchi di pirateria. Un piano urbanistico del 1651 mostra chiaramente la presenza di una lunga cinta muraria a scopo difensivo, che tuttavia è andata quasi del tutto distrutta a causa delle incursioni e incurie che per secoli la città ha dovuto subire. L’arco, con le sue corpulente e imponenti basi in argilla, è tutto ciò che resta; ed è solo attraversandolo che si può raggiungere il minuscolo ma vivacissimo molo cittadino. L’atmosfera che si respira camminando sui grossi lastroni di pietra grezza riporta al passato e ai tempi che furono. Le case, alte non più di due piani, sono sicuramente più antiche di quelle che ho incontrato finora.

Un’attività molto amata dagli abitanti di Galway è quella di passeggiare lungo la Prom, il lungomare che inizia alla periferia della città e costeggia il distretto di Salthill. La tradizione impone di arrivare fino alle mura di una piccola torretta distante 2,5 km dal centro abitato, e di, letteralmente, “darle un calcio” prima di tornare indietro.
La cittadina mi appare come un’enorme torta multistrato di selciati con un sacro cuore in cima: i toni sfumati dei tetti, ora freddi, ora più accesi, creano un senso di continuità con il tumultuoso torrente che scorre alla mia destra, fino a confondersi con il campanile ricurvo della Cattedrale di Galway. Allungo lo sguardo, e noto che l’intero isolato brulica di giovani avvolti in lunghe mantelline verde smeraldo: mi ritrovo senza saperlo nel complesso collegiale di Galway, una delle università più antiche del mondo, assieme al Trinity College di Dublino.

irlanda 11Più che un ateneo, però, il cavernoso complesso ricorda il frutto della fervida immaginazione di un bambino: gli uffici amministrativi sembrano casette di hobbit, le strutture in pietra che ospitano le aule assomigliano a castelli principeschi, mentre i prati richiamano un’infinita distesa di zucchero filato percorsa da sentieri di cioccolato. Il grosso portone d’ingresso è incastonato alla base di un’alta torre dallo stravagante frontone triangolare, che si staglia cupo nel blu squillante del cielo. Poco più in là, quelle che devono essere le residenze degli studenti, sono ricoperte interamente di ardesia e rampicanti, che conferiscono un tono ancor più magico e fiabesco all’intero complesso. Proseguo lungo le mura di pietra di quello che a prima vista potrebbe sembrare un bastione, per ritrovarmi in un secondo patio, circondato da pareti di contrafforti e archi, ghimberghe colorate, trafori e pinnacoli slanciati verso l’alto, quasi a voler far sfoggio delle loro prepotenti forme gotiche.

E come se non bastasse, tutto attorno il campus è immerso in un parco meraviglioso, con canaletti che si snodano tra prati e alberi secolari, tutti rigorosamente identificati con le apposite placchette metalliche. Sono così affascinato e catturato da questa atmosfera surreale e quasi onirica, da non accorgermi che il sole è ormai scomparso dietro i bassi edifici di Galway.

E’ ormai giunto l’ultimo giorno di questo fantastico viaggio. Salgo meccanicamente sull’ennesimo bus, diretto alle scogliere di Moher; nonostante la distanza tra Galway e Moher sia di appena ottanta km, rimango incollato al mio sedile per quasi tre ore, con la presa ben salda alle maniglie, intento a non essere scaraventato a terra da una curva troppo angusta. La stradicciola che percorriamo infatti, non è altro che una colata di cemento larga non più di tre metri, che si snoda immersa in un’infinita distesa brulla abitata da oziose pecore belanti.

qibiqk          Come se i cartelli non fossero sufficienti da soli ad annunciare l’arrivo a destinazione, una spessa coltre di nebbia mi avvolge completamente appena poso i piedi per terra. Per qualche strano fenomeno naturale, piccole nubi d’acqua condensata si staccano dal suolo per fluttuare nell’aria rarefatta che circonda le scogliere, quasi fossimo in prossimità di un vulcano. Il bus riparte alle mie spalle, sollevando un grosso nuvolone di polvere, che si mischia a quella strana composizione chimica che mi attornia. Con mia grande sorpresa, intravedo solo poche persone dall’aria persa e sognante che vagano qua e là, probabilmente inebriate dall’effetto di questo strano incantesimo naturale. Preso da una foga improvvisa, mi avvicino a grandi falcate verso una balaustra in legno che lascia a fatica presagire lo spettacolo da cui sembra voler proteggere questi viaggiatori smarriti. Man mano che procedo, i contorni di un mastodontico costone di roccia si delineano all’orizzonte, così grande da poter essere toccato, con un po’ di immaginazione, allungando la mano. La fitta nebbia, proprio come un sipario che si scosta preannunciando l’inizio dello spettacolo, si dirada quel tanto da lasciarmi ammirare in tutta la sua grandiosità la scogliera. Rimango a bocca aperta, in uno stato di elettrizzante apatia, paralizzato da una serie di emozioni contrastanti. Mi guardo attorno, e i miei occhi cadono sulla reazione di uno dei tanti viaggiatori smarriti, la cui bocca semiaperta e lo sguardo perso lasciano intuire sentimenti simili ai miei. Ecco, penso, sono caduto anch’io nelle grinfie di questo incredibile incantesimo.

irlanda 12          La balaustra, imputridita in numerosi punti dall’umidità, procede per qualche decina di metri, così come il sentiero battuto che costeggia il precipizio dominato dalle scogliere. Qualche cartello arrugginito ammonisce il viaggiatore di essere cauto, nel caso volesse proseguire: effettivamente, il sentiero oltre la recinzione è costellato da pozze e cosparso di fanghiglia. Eppure, lo spettacolo è così inebriante che sono in molti a spingersi appena oltre la spartana protezione di legno marcito. Tasto con cautela il terreno, e passo dopo passo avanzo lungo l’annacquato percorso di fango, che si inerpica a perdita d’occhio lungo i fianchi del costone. Nonostante stia camminando da qualche minuto, non riesco a distogliere neanche un secondo lo sguardo dalle scogliere, che ad ogni passo mi regalano una posa diversa: i grossi e scuri promontori di pietra calcarea, inghiottiti alla base dai flutti impetuosi dell’Oceano, sembrano giganteschi soldati dall’aria severa che marciano in rigida formazione. I furiosi schizzi d’acqua che si infrangono violentemente centinaia di metri più in basso non sembrano neanche lontanamente scalfirli, e procedono solenni nella loro marcia.

Quando finalmente distolgo lo sguardo da quell’impressionante e a tratti spaventoso spettacolo, mi rendo conto di essere ancora una volta immerso nella natura incontaminata: in perfetto contrasto con il travolgente impeto dell’Oceano a pochi passi di distanza, alla mia sinistra si estende uno sconfinato e silenzioso mondo fatto di colline ondulate, che ben poco lasciano presagire dei tumultuosi panorami che si aprono poco più in qua. D’un tratto mi sento sopraffatto, e mi lascio cadere su una roccia poco distante. Devo aver camminato parecchio, perso nei meandri dei miei pensieri, perché le gambe cominciano a cedermi; eppure il desiderio di continuare, rapito da questo incantesimo che sembra non avere fine, è tanto.

11002662_10205275459220400_4690598633417110007_nMa le ineludibili inquietudini, che fugacemente e ormai da troppo tempo mi sono sforzato di rimandare, tornano per reclamare la loro fetta di torta, e bussano insistentemente alle porte della mia testa. Probabilmente sono alimentate dal paesaggio laconico in cui sono immerso, penso. Ma è così, sono giunto al termine di un viaggio che avrei voluto non si concludesse mai, nemmeno fra cent’anni. Eppure si sa, gli incantesimi sono fatti per essere rotti; e quando non sono i prìncipi o le principesse delle favole, a riportarti alla realtà, ci pensa l’aria gelida che soffia dall’Oceano, e che con uno sbuffo violento spazza via il tuo sguardo perso e sognante.

Contemplo l’orizzonte, seduto, ma i miei pensieri corrono veloci, più veloci del vento che mi scompiglia i capelli: corrono lungo quei piccoli nastri d’asfalto, che si inseguono e si incrociano, scomparendo nell’ombra dei campi che tanto ho percorso in questi giorni; corrono, e non si fermano nemmeno davanti alle fredde prime luci dell’alba, che così spesso ho incontrato durante questo viaggio; corrono, fino a scontrarsi con gli sguardi sognanti dei tanti che, come me, si sono ritrovati a contemplare lo stesso orizzonte con lo stesso sguardo perso, sotto un incantesimo che ci accomuna.
Corrono veloci, almeno loro, ma ahimè, è ora di tornare a casa.

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