Diari dall’Azerbaijan. Di (s)confini, uomini e i loro limiti

Ho raccolto qui alcuni estratti dei miei diari di un viaggio in Azerbaijan. Niente cronaca, per quello ci sono i post delle disavventure. Niente info pratiche su cosa fare o cosa vedere in Azerbaijan: per quello ho già scritto di Baku. Qui racconto solo con la pancia, in quasi presa diretta, annotando pensieri rapidissimi sulle note del cellulare, mentre cerco di dormire su un treno notturno, o mentre aspetto per ore in una stazione di polizia. L’Azerbaijan è un paese dai molti lati oscuri, forse tanti quanti sono le qualità positive dei suoi abitanti. Mi ha lasciato e lascia ancora molto da pensare. È un paese solo per viaggiatori attenti, che sanno vedere anche dove non si vorrebbe che gli stranieri guardassero. Che sanno ascoltare a cuore aperto, anche se non riescono a capire. Che sanno rispettare – e ci provano più che possono.

Oggi vi porto nei miei pensieri azeri.
Buon viaggio,

Ele

1. Qualcosa di strano

Alba a Baku

“Non sei tu”, mi dice. “Foto, in foto. Non sei tu”. Sorrido un pochettino, sotto una faccia sconvolta da 3h di sonno e i capelli arruffati. Chiama un collega che la rassicura. “Massì, il visto c’è, è lei. Falla passare”. La poliziotta ha più sonno di me, è giovanissima, in frontiera sono tutte donne e spietatissime. Sento che chiedono alla ragazza francese dietro di me di far smettere di piangere suo figlio, lei risponde che è normale che pianga, non dorme da due giorni.
Sono le sette del mattino, a Baku, le quattro di notte in Italia. L’impiegato cambiavalute dorme appoggiato al polso. Chiedo alla ragazza che sta lavando i bagni se posso entrare, si scusa, si scusa moltissimo, mi parla con una riverenza esagerata che non mi è nuova e che ogni volta mi imbarazza un pochettino, perché sento di non meritarla. Chiedo a un’altra spazzina, che mi ricorda i kirghisi che raccolgono le cartacce dal centro di Mosca, se può aiutarmi a comprare la carta dei trasporti a una macchinetta. Sembra che abbia quasi timore a parlarmi, capisce poco il russo, è gentile.
L’aeroporto è un plasticone sfavillante appoggiato per terra, calato dall’alto. Uno di quegli edifici magnifico-kitsch, che sembra inizieranno a sfasciarsi tra meno di una decina d’anni. Tutt’intorno torri ugualmente plasticone, soprapassaggi, l’esercito dei pendolari addormentati alle stazioni degli autobus, e muri, muri ovunque. A delimitare l’autostrada. A delimitare l’abitato, i cantieri, le fabbriche, i campi. Proprio come in Uzbekistan: pareti di cemento sottile, altissime, appoggiate lì quasi per sbaglio. In fondo non c’è solo una cosa che accomuna questi due Paesi. L’agglomerato urbano della Penisola di Abşeron esplode in un’alba violenta che invade le villette fatte di niente, le trivelle del Caspio, i tralicci, quei grattacieli orrendi della periferia di Mosca fino ai grattacieli e ai palazzi storici.

Entriamo in città. Grattacieli enormi, palazzoni sovietici giallo tufo, prefabbricati fatiscenti circondati dai tubi gialli del gas che vengono demoliti dalle ruspe sotto gli occhi dei vecchi, muti, in piedi. Tutt’intorno: la modernità.
Questi contrasti un po’ mi instristiscono, come l’erba verde verde appena tagliata e fresca delle aiuole di Samarcanda, che cresce in mezzo al deserto. C’è qualcosa di sbagliato nelle demolizioni. C’è qualcosa che non torna nel prato verde.
Baku sarebbe una città finta se non ci fossero gli azeri. Il primo contatto umano è Galina, alla fermata dell’autobus. Ci lascia il suo cellulare per chiamare Sevil e spiegarle i casini che sono successi nelle prime ore qui, ci porta delle caramelle, ci abbraccia forte e ci augura ogni bene.
Io non so perché le persone lo facciano.
Ma ogni volta che lo fanno capisco di nuovo perché voglio – più di ogni altra cosa – viaggiare.

2. Sono loro a scegliere me

Non sono io che scelgo i paesi. Sono loro che scelgono me.
Milano San Donato, pomeriggio primaverile già caldo, assolato, parecchi mesi fa. Una ragazza mi si avvicina piano. Mi colpiscono i suoi occhi piccoli e scuri, con un taglio leggermente orientale ma non troppo – esattamente come i miei. I miei occhi che qualcuno aveva chiamato esotici, sul viso di un’estranea che mi è tremendamente familiare. Pelle olivastra, capelli lisci e scuri legati da un codino.
Prova un inglese traballante, con un forte accento sentito poche volte.
– Excuse me, how can I go to Milana Tsentral’naya?
Chi mi conosce sa che sono molto attenta ad ogni lieve sfumatura dei suoni, delle parole, agli accenti. Anche quello non mi era sfuggito. Lo prendo per un segno del destino, le srotolo un sorriso raggiante.
– Ma tu parli russo?
Sì illumina in viso. Ma certo! Baku, Azerbaijan a rapporto. Per forza sa anche il russo.
L’ho aiutata come si aiuta una sorella. Ed è lì che ho deciso che prima o poi avrei dovuto andarci, in questo Azerbaijan. Perché è stato lui a chiamare me, a mandarmi un piccolissimo segnale che ho deciso di seguire. Così eccomi qui, a scrivervi come al solito dal piano alto e privato di una terza classe Baku – Tbilisi, per uscire da un paese dai contrasti quasi abbaglianti, ma pieno di umanità vera, profonda e bella. L’Azerbaijan mi ha prosciugata delle mie energie, mi ha fatto piangere tantissimo – ma sono contenta di esserci andata. Sono contenta di ogni fatica, di ogni dolore, di ogni sforzo. Sono contenta degli incontri che ho fatto. E poi, in fondo, sento che era giusto così.

3. Ho toccato il Mar Caspio

Ho toccato il Mar Caspio. Sognavo da tanto tempo di accarezzare un altro mare, sentirne la consistenza, percepirne il carattere.
Il Caspio è un mare unico. Senza onde, di un grigino triste, così tranquillo da sembrare quasi privo di vita. L’acqua è pesante, si attacca alla pelle, come quella di certi laghi nati da lunghi fiumi, dove l’acqua è ricca e solida. Il Caspio circonda la mano, la avvolge e la stringe, come volesse portarla via, preme con insistenza. L’acqua è fresca, quasi tiepida per essere di dicembre.
Forse davvero è questa la più grande soddisfazione avuta da Baku: vedere e appropriarmi del più grande miracolo idrico mondiale, il più vasto lago salato, nato dal quel Volga che ho visto accarezzare le città russe, scavando le pianure e le steppe con larghe anse. Il Caspio è stata una naturale conseguenza, un semplice fluire più a sud.

Vi dirò che in realtà non amo l’acqua. Ho paura di quello che non vedo e non posso controllare, e il mare fondo non mi attira. Immergere il proprio corpo nell’acqua è però per me un’esperienza multipla, forte e rituale – come un battesimo o un’abluzione. È entrare dentro le cose, dentro un luogo, concedermi a lui totalmente. È conoscerle nella loro essenza più viscerale, lasciare che ogni cellula del corpo le sperimenti da sé, ci si avvicini a modo suo, ne faccia conoscenza. Un luogo lava via l’altro, purifica – e solo così sento di entrarci per davvero, di conoscerlo. Per questo cerco, più che posso, di entrare nelle acque nuove che incontro, fredde o calde che siano. Perché per me è avvicinarsi al nocciolo delle cose. Il lago di Ohrid, il lago Issyk-kul, il mar Nero, il Volga, il Colorado, il Danubio. E il bel Mediterraneo a tutte le sue latitudini, i nostri laghi alpini, il lago d’Orta che nasce da se stesso, il Mar Bianco, il Mare del Nord, il Mar Glaciale Artico, il Baltico. Ma poi gli Oceani! Atlantico, Pacifico, persino l’Indiano ho toccato.
A ciascuno ho detto grazie, di ciascuno ho indagato l’anima.
Così anche al Caspio di storioni e trivelle – al piccolo mare in pericolo che solo ha bisogno di qualche parola gentile.

4. Niente di sorprendente

Il treno notturno Baku - Tbilisi

Mi ricordo che scrissi subito a Sevak: ero sconvolta.
Come al solito, la sua risposta da Yerevan – in italiano impeccabile – mi spiazzò. “È la nostra realtà, niente di sorprendente”. Niente di sorprendente. Niente di sorprendente! Come può avermi sorpresa?

Avevo appena finito la procedura per fare il visto per l’Azerbaijan. Online visa, 24$, ti inviano un pdf in tre giorni. Pratico, veloce, una rarità.
Step 1. Seleziona il tuo Paese. Mi cadde subito l’occhio sui paesi con la A. Afghanistan, Albania, e in fondo Argentina e poi Australia. Argentina… Australia. Ma aspetta: Armenia viene prima di Australia. Come è possibile?
Update Step 1: l’Armenia, per l’Azerbaijan, non esiste. O perlomeno non esiste se, con un documento armeno, speri di poter entrare in Azerbaijan.
Step 2. Selezionando le date, ti viene chiesto se ti sei mai recato nel territorio occupato del Nagorno Karabakh entrando dall’Armenia, o se hai intenzione di farlo. Dichiarai che no, non c’ero stata. Angoscia.
Step 3. Inserendo le tue informazioni personali, ti viene chiesto se ti sei mai recato nel territorio occupato del Nagorno Karabakh entrando dall’Azerbaijan, o per altre vie illegali, e se hai intenzione di farlo. Dichiarai di no, per una seconda volta. Inizai a pensare a quante volte ho digitato “Nagorno Karabakh” su Google, l’ho scritto su Messenger o su Whatsapp. A quante persone conosco che sì, effettivamente ci sono state. Io ancora no. Senza spuntare quella casella il visto non viene rilasciato e, in aggiunta, vieni bollato “nemico dell’Azerbaijan” a vita. Io no. Ancora no.

Noi viviamo, ogni giorno, senza poter neanche lontanamente capire. Senza avere la minima idea di cosa significhi, per questi popoli, vivere all’ombra di una guerra in stand-by, o vivere in un territorio non riconosciuto, in trappola. Vivere con l’ansia che possa scoppiare un’altra guerra, che si possa riaprire il fuoco. Crescere sapendo che oltre il confine del tuo paese ci sono loro, i tuoi “nemici” – violenti, cattivi e che hanno sterminato il tuo popolo. Reciprocamente. E ogni altro problema passa in secondo piano, perché questa situazione assurda mozza le gambe e i sogni di centinaia di migliaia di ragazzi.

Ma d’altronde, che stupida, come posso essermi sorpresa. È la loro realtà, no? Niente di sorprendente.

5. Ci sono storie delicate che ho paura a scrivervi

Verso Davit Gareja, tra Georgia e Azerbaijan

E, credetemi, viaggiando nei Paesi dove vado io, sono molte.

Mi è capitato molte volte di andare ai due lati di un conflitto, stringendo amicizie da entrambi. Ucraina e Russia. Bosnia, Serbia, Kosovo. Georgia e Abkhazia. Armenia e Azerbaijan. Non sempre ho detto, o potuto dire, che ero stata anche “di là”. A volte ho dovuto mentire. Ma, quando ho potuto farlo, le persone mi hanno sempre guardata con affetto, comprensione. Mi hanno fatto tante domande, per sincera curiosità.

A Baku ho fatto un esperimento piccolo, ma importante. Ho chiesto a Sevil, Parvin e le altre di parlarmi delle relazioni tra Azerbaijan e Armenia.

– Enemies. We’re enemies. It’s simple.

Sono stata in ascolto per un’ora senza dire nulla, tra molte opinioni diverse. “Maybe we’re misinformed”, ha detto una. Dopotutto, la loro unica fonte mediatica è azera. Altre hanno detto che riprendersi un Karabakh povero, minato e devastato dalla guerra forse sarebbe peggio che lasciarlo andare. Altre che gli armeni sono cattivi. Altre mi hanno mostrato video su YouTube delle stragi armene nei villaggi azeri. Quasi tutte, che l’unica cosa che a loro realmente importa è poter pensare al futuro senza la paura che una nuova guerra riesploda da un momento all’altro. In quel momento volevo piangere, sorridere, abbracciare, ma sono rimasta in silenzio. Pensavo che il dialogo non è mai la strada più difficile. Se solo si provasse.

Prima scrivevo a Shushan, la mia amica armena, che sta per andare in Erasmus a Lisbona. Sevil e le altre aspettano il visto italiano per andare in Erasmus a Bologna.

La questione è più dura di quello che ci sembra dall’esterno. Ma tutte queste ragazze non hanno minimamente idea di quale importanza ricoprano loro per i loro paesi e per tutta l’area. Shushan mi ha detto che dei suoi amici sono stati chiamati a combattere sul confine nella guerra dei 4 giorni, due anni fa. Sono tornati diversi, non ne hanno voluto parlare per mesi. Mi ha chiesto come si potrà mai risolvere questa situazione.

– Con te che vai in Erasmus a Lisbona, Shushan. E con le altre ragazze che andranno in Erasmus a Bologna, le ho risposto. Tornando poi a casa a raccontare cosa avrete visto e fatto.

– That sure sounds like a good start, mi ha scritto.

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