In Tatarstan. Di fiumi, città crocevia, di Kazan’ e di un tempio di tutte le religioni

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Mi ci è voluto più tempo del solito per finire i diari del Tatarstan. Questa terra mi ha lasciato molto da pensare e assimilare, ma, alla fine, qualcosa ne è uscito. Era fine febbraio, la festa dei difensori della patria. Di ritorno da Ekaterinburg, la prima città in Asia oltre gli Urali e celebre tappa della Transiberiana, ho preso un treno per Kazan’, esplorato la città ospite da una ragazza tatara, e da lì un passaggio blablacar con un tataro fuori di testa fino a Naberezhnye Chelny, la seconda città della Repubblica del Tatarstan.

Specialmente la seconda città, un luogo insignificante per la geografia e la storia russe, ma città natale della mia amica Al’bina, mi ha lasciato un ricordo dolcissimo.

La Russia principalmente insegna questo: che le persone valgono molto, molto di più delle cose. E questo concetto non va capito con il corpo, non con la mente.

I. Kazan, un crocevia

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La moschea kul-Sharif dentro alle mura del cremlino di Kazan’, Tatarstan

Il primo giorno del disgelo fa male. Fa davvero male. L’umidità congela le dita dei piedi, la neve si scioglie sotto nuvoloni pesanti che iniziano a rovesciare acqua, per la prima volta dopo molti mesi. Tutto è un grande pantano bagnato. Le strade sono fiumi in piena e i marciapiedi montagne di neve in cui si affonda fino al ginocchio, cercando nel contempo di non scivolare sui lastroni di ghiaccio sopravvissuti allo zero.

Quando sono arrivata in Tatarstan iniziava il Grande Disgelo. Il Volga, il Volga immenso ancora coperto di neve, non è più sicuro da calpestare alle porte di marzo: il ghiaccio non regge più. Anche pescatori ti avvertono: loro sanno dove mettere i piedi, tu no. Sei una straniera.

«Le vedi le anatre? Hanno già la loro piscina sgombra di ghiaccio dove nuotare. È pericoloso».

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Kazan’ era coperta di una coltre di umido infame. Oltre il fiume si vedeva giusto il profilo asettico dei casermoni. Decisamente il giorno peggiore per vedere una così bella città.

Mi ha investita di una malinconia legata stretta stretta col disgelo, eppure continua a tornare nei miei pensieri.

È una città moderna, Kazan’, con una piccola metropolitana nuova di pacca che sfoggia caratteri cirillici tatari, un cremlino ben restaurato, grandi stradoni, luci, centri commerciali. Eppure non è la grande moschea, di costruzione recente, a darle quell’aria sonnacchiosa da città carovaniera. Come Samarcanda, o Barnaùl, scriveva Carrère. Serve un po’ d’immaginazione per vederne i profili sotto la neve sciolta e immaginarsela polverosa, popolata di zuccotti verdi islamici, moschee di legno dai minareti a punta, lingue e fedi di passaggio, che chissà che tracce lasceranno e quanto profonde, se nella neve o nella terra battuta.

Il cielo è cupo. Il cremlino bianco neve sorveglia il fiume, la moschea kul-sharif si proietta contro il soffitto bianco quasi con arroganza, tanto le cupole a cipolla blu e oro quasi scompaiono sullo sfondo. La torre di Ivan il Terribile, circondata di leggende, è asimmetrica e sgraziata e rende il cremlino ancora più bizzarro. Se la leggenda è vera, pur di non sposare Ivan il Terribile, una principessa tatara si servì di quella torre per buttarsi di sotto.

A Kazan’ c’è ovviamente anche la città russa: sempre elegante, sempre color pastello, sempre asettica quando restaurata senza lasciare neanche un’ombra di sporco sui cornicioni.

La capitale del Tatarstan è stracci, casermoni, cantieri, spiragli di incredibile bellezza. Mercati accalcati intorno alle fermate della metro. Piccoli sobborghi tranquilli, sommersi di tubi gialli, finestre di legno e montagne di neve. Piccoli cimiteri con croci di ferro battuto che scivolano giù dalle colline. Maestosi campanili, sculture nascoste qui e lì, grandi palazzi in riva al fiume.

È un non luogo: contemporaneamente in Russia e altrove. Che poi, cos’è la Russia?

Kazan’ è il luogo giusto per chiederselo.

II. A Kazan, il Tempio di tutte le religioni

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«Ildar, Ildar ascoltami. Svegliati, domani, alle sei di mattino. Prendi una pala: inizia a costruire le fondamenta di un tempio per tutte le religioni»

Ildar non capisce. Di chi è quella voce? Che cosa vuole? E perché lo tormenta proprio lì, sulle lunghe rive del Volga?

È il 1994. L’Unione Sovietica si è sgretolata da poco, e il fervore religioso fresco di libertà ritrovata esplode in tutte le repubbliche, da Ovest ad Est. Ildar Khanov, un architetto e «ristoratore di anime», come si definiva, dichiara di aver ricevuto quest’ordine da Gesù Cristo, in una visione. Raduna un pugno di fedeli e inizia a costruire un luogo per la fratellanza, la pace, la solidarietà e la libertà, dove tutte le religioni del pianeta possano dialogare e coesistere insieme, non fondendosi in una più grande, ma condividendo le radici della propria storia.

Ildar comincia ad accogliere nel suo nuovo, eclettico complesso migliaia di pellegrini che cercano conforto spirituale, mentre con i suoi fedeli continua la costruzione di cupole a cipolla, minareti, pagode, campanili cattolici. Il Tempio di tutte le religioni è un cantiere di simboli, dalla stella di David alla mezzaluna crescente, un trionfo di colori, scritte, icone, Buddha, decorazioni aniconiche, parole cardine.

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Ildar muore nel 2013, a costruzione non finita. Il Tempio di tutte le religioni oggi è un cantiere a metà, maestosamente slanciato verso il cielo e abbandonato insieme. Sulla porta, però, c’è una scritta e una cassetta per le donazioni: «per l’eterna costruzione», dice. Dalla morte di Ildar, è il fratello a occuparsi di questo non-luogo.

Kazan’, capitale della Repubblica del Tatarstan, nella Federazione Russa, non è diventata il centro di integrazione religiosa internazionale che si sperava. È però rimasta una città simbolo di tolleranza tra etnie e fedi, specialmente per la Russia. Che questo luogo così bizzarro sia proprio qui, sulla sponda del Volga, non è un caso.

Ci sono stata in una fredda giornata di fine febbraio, e a lungo ho cercato di capirne il senso. Ildar era pazzo? Era un visionario? Che ne sarà di questo progetto naufragato, di questa nascita a metà?

Sono tornata senza risposte, ma con più domande. Come tornata da un tempio di tutte le religioni.

III. La prima banya

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Dopo ogni viaggio voglio tornare sconvolta. Cambiata. Diversa, rigenerata.
Ieri mi hanno buttata in una sauna russa a 85°, cosparsa di miele e caffè e frustata con fasci di pino e quercia, inebriata di aromi della taigà.

Ho ascoltato poesie in tataro, quella lingua assurda rimasta impigliata sulle sponde dei fiumi Volga e Kama, vecchia di secoli, e figlia di tribù turciche, mongole, bulgare.

Ho ascoltato un po’ di vite di chi vive quassù, sotto un cielo sempre immenso e sempre uguale, tra piccole casette di legno intagliato, venti gelidi, boschi e dei cristiani, pagani, musulmani. Vite di chi è rimasto e di chi se ne è andato ma ama sempre tornare.

IV. Naberezhnye Chelny. La vita lungo il fiume

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– Albina, ma quando eri piccola cosa facevi a Naberezhnye Chelny?
Naberezhnye Chelny (Chally in tataro), che significa più o meno “lungo la riva”, è la seconda città del Tatarstan. Incredibilmente più tatara dentro, meno fuori. La gente parla tataro nelle strade, i negozi sono scritti in tataro, ma non si vedono moschee esuberanti o slanci di micro-nazionalismo.

A Chelny non ci sono turisti, non c’è assolutamente niente da fare o da vedere. La città vecchia e quella nuova sembrano sostanzialmente identiche a un occhio non esperto di architettura sovietica. È un lungo viale enorme, la prospettiva di Naberezhnye Chelny, e tutti si conoscono, tutti sono stati vicini di casa, tutti vivono solo a qualche isolato di distanza.

A noi italiani sembra fondamentale vivere in un luogo “bello”, pieno di cose da fare e strategico. Luoghi come Chelny sembrano respingenti, deprimenti. Molti russi (e milioni di altre persone nel mondo) vivono in città in mezzo al nulla, tutte identicamente anonime, circondate da sconfinati ettari di taigà tutta uguale.

Allo stesso tempo, ho trovato nelle persone di Chelny un affetto timido e dolce verso la propria città e la propria terra. Un qualcosa che dalle nostre parti non ho mai trovato, perlomeno non uguale. Le persone con cui hanno condiviso memorie in quel luogo siano più importanti del luogo in sé: e l’affetto per loro si trasferisce magicamente agli appartamenti con tappezzerie a fiori, ai vecchi tram sgangherati, alle barche congelate in mezzo al fiume, ai grandi ponti. Quando non c’è niente da fare la fantasia dei bambini si sbizzarrisce. Io invece ho perso il conto della gente che si lamenta di quanto faccia schifo Milano…

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– A Chelny mi trovavo con gli amici, andavamo a cercare le fabbriche abbandonate. Andavamo a pescare sul fiume ghiacciato, facendo i buchi nel ghiaccio. Andavamo in barca sul fiume d’estate o nei boschi a cercare le sorgenti d’acqua, le impronte di orso. Ho dei ricordi bellissimi a Chelny, e amo sempre tornare.

Chelny è un città tranquillissima. Ampia ma a misura d’uomo. Il cielo è immenso – solo chi è stato in Russia può capire – e il fiume Kama è più maestoso che mai, bianco e luccicante, puntellato di ciuffi di giunchi secchi. La gente è rilassata, serena, come i pescatori sul ghiaccio. Ti guardano bene dai loro occhi azzurri e dal loro viso intagliato e ti dicono che sei una persona sana, perché hai il volto fresco e pulito. Lo vedono bene che non fumi, non bevi troppo. La vita scorre lenta, come quando si cammina sui sentieri ghiacciati, come quando si aspetta il proprio limite fisico nella banya russa.

Certi luoghi valgono quando ci sono delle persone a dar loro un significato. È allora che diventano più belli che mai, pieni di spirito. Ogni singolo abitante dell’Est russo ve lo può insegnare: si dà un’anima ad ogni betulla della taigà, le si dà un significato.

Zuppe tipiche del Tatarstan, torte di riso e uvetta, kefir, tvorog, smetana; dolcetti, bliny per la Maslenitsa, bacche di bosco mai viste né sentite e tanto, tantissimo tè. Un esercizio di vita diversa, più semplice, meno esigente, perfettamente adattiva. Una casa.

E ora, con uno zaino pieno di doni e gratitudine, me ne torno nella grande piovra, la suadente e asfissiante capitale.

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10 risposte

    1. Lo pensavo anche io prima di andarci, ma la gente che vive lì è incredibilmente rilassata e innamorata della sua città. Per loro non è importante vivere in una “bella” città 🙂 è strano ma vero 🙂

  1. La prima foto del post mi ha completamente rapita, più delle altre. Posso dire che non sapevo dell’esistenza del Tatarstan? E che ora andrò a cercare una mappa per capire dove si trova? Mi linci?

    1. Vai tranquilla, è tutto normale 🙂 è pur sempre Russia. Tu però avrai belle cose da scoprire perché in quelle aree ci sono ancora tanti popoli finnici o ugrici che vivono lungo il Volga 🙂 sono piccoli villaggi o piccole tribù di nomadi!
      Sì, poi, la Moschea di Kazan’ vale da sola il viaggio, è un incanto!

  2. Wow! Che meraviglia!
    Se ricordassi qualcosa in più degli studi di russo mi piacerebbe visitare questi luoghi, ma non ricordo assolutamente niente 🙁
    Quest’estate sarò a San Pietroburgo per la terza volta, la amo. Ma sogno da anni la Siberia, la Transiberiana e la crociera sullo Jenissej…
    Ho trovato la tua serie di post sulla Russia e li trovo favolosi

    1. Non ci credo che non ti ricordi niente 🙂 Siberia e Jenissej e Transiberiana sono idee grandiose, direi 😉
      A presto e grazie di cuore!
      Ele

  3. Wow…le foto promettono davvero bene, e le tue parole ancora di più! Non amo i posti freddi ma questa tua descrizione mi ha molto incuriosita!!!

  4. Che s-p-e-t-t-a-c-o-l-o!! A furia di leggerti non sto facendo altro che puntare la mia bussola verso est!! Vogliamo parlare della bellezza e dei colori del tempio di tutte le religioni??? WOW!

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