Dici che il fiume trova la via al mare / Ritorno a Sarajevo, per ritrovare una casa che forse non c’era

Noi, a Sarajevo, la prima sera di 6 anni fa

C’è che sono qui in questa ventosa sera di luglio e in effetti dovrei innanzitutto dormire, prepararmi emotivamente per il nuovo lavoro che inizierò domattina, e poi saziare la vostra sete di lupacchiotti sulle mille e una avventure vissute lungo la Transiberiana.

Quando ci scrivi di Sakhalin? E del Baikal?

Mi sembra sempre di non avere idee, ma la verità è che nemmeno quando dormo smetto di pensare, inventare, ragionare, ricordare e memorizzare.

Già, memorizzare. Tante volte sono così esausta alla sera, in viaggio, che non ho nemmeno le forze di appuntare qualche impressione o dialogo avuto durante il giorno. A volte registro note vocali di riassunto – col rombare di sottofondo dei motori sugli sterrati del Pamir, mentre i miei vicini urlavano in wakhi a una carovana di donne in burqa rosa che scendevano a valle sugli yak, per esempio -, a volte scrivo solo parole chiave che mi ancorano ai concetti. Ho paura di dimenticare, una tremenda paura di dimenticare, così ripasso mentalmente, studio i punti nodali del viaggio per fissarli per sempre nella memoria.

Sento che vorrei scrivervi delle nebbie di Sakhalin, delle isole verdi di Vladivostok, ma le molte emozioni di questi giorni di nuovo a casa e di un grande passo che sto per compiere mi dicono che è ora di scrivervi di un’altra bella storia vissuta qualche mese fa e che oggi spinge più delle altre. Senza nessun appunto oltre alla mia memoria, provo a ricordare con tutto il cuore, e che Mnemosine mi aiuti. Andiamo?

A Sarajevo. Oltre i confini…

Più bello del ritorno dal viaggio c’è solo un ritorno dentro il viaggio.

– Aspetta. Devo trovare una casa. Voglio vedere se c’è ancora.

Com’è strano trovarsi finalmente in una situazione che si è immaginata per intere serate, a occhi aperti, per anni. Era il principale motivo per cui sono tornata a Sarajevo, ma che non ho osato dire a nessuno: una casa. Che non ricordavo nemmeno che aspetto avesse, o in che via fosse. Una casa che esisteva solo nella mia memoria, e che nemmeno Google Earth aveva saputo restituirmi nelle lunghe nottate passate a vagare per i vicoli ripidi delle foto satellitari. Una casa che forse, mi prese d’improvviso uno spavento, magari non era mai nemmeno esistita.

È fuor di dubbio che la mia testa mi abbia spinta a tornare per questo motivo, anche se razionalmente non l’ho mai saputo. Tenevo questo stimolo schiacciato in un angolo della scrivania dei pensieri, sempre in secondo piano, sempre rimandato.

E se non ci fosse stata? E se l’avessero demolita? E se mi ricordassi male, e magari si trovava in tutt’altro quartiere, chissà dove?

Metà pomeriggio, magnifica giornata di sole, in odore d’estate. Troviamo la fabbrica di birra chiusa: un segno. Non era lì che dovevamo andare. Mi decido in una frazione di secondo: si torna indietro, si sale su per la collina. Devo cercare una casa.

Mentire sulle distanze in viaggio è un’arte – un’arte che ho affinato, negli anni, in modo sopraffino. L’arte dell’essere convincenti, l’arte del colorare di emozioni e miraggi anche la peggiore delle fatiche sudatissime e in salita. Quella volta mi è riuscita particolarmente bene, perché mi è bastato semplicemente ripetere la bugia bosniaca a cui avevo ciecamente creduto sei anni prima.

– Una casa?
– Non preoccuparti, non è lontana.

Il fatto è che non sapevo dove stessi andando, e quella bugia era comunque la migliore delle fonti per convincere un compagno di viaggio affaticato. Torniamo ai piedi della fontana dei piccioni.

Sei anni fa non avevo un cellulare in grado di eseguire Google Maps in maniera utile, il GPS non funzionava, internet mobile era sul mio dispositivo ancora in versione beta e soprattutto viaggiavo senza prenotazioni, perché Booking e simili nei Balcani non erano ancora arrivati; basavo le mie conoscenze sui racconti di mio padre, su una Lonely Planet poco aggiornata, su una (commovente) guida di Sarajevo senza neanche una cartina e su lunghissime ore passate a studiare la planimetria della città su Google Maps web, che era da poco felicemente entrato nella mia vita.

La sera prima, nella silenziosa notte di Novo Sarajevo, con un po’ di tensione (e se poi non la trovo?), ho riaperto la stessa mappa mentale dopo anni di rassegnazione.

Fontana dei piccioni. Via ripida oltre i binari del tram, bricchi del caffè scintillanti fuori dalle botteghe degli artigiani del rame. Un cantiere, qualche tomba ottomana che spunta da un’aiuola, da cui si intravede già tutta la travolgente bellezza della città. La via sale ripida e si apre in quello che diventa uno dei più grossi cimiteri urbani di Sarajevo. Quel giorno ero persino già più vecchia di loro, da quanto tempo è passato. Loro invece no: si erano fermati a 23 anni. Spesso seguivamo la Jekovac, ma Tarik ci aveva insegnato una strada diversa – più lunga, ma più larga e facile da memorizzare. Niente Jekovac, meglio andare a sinistra.

Si superava una porta, la kapi kula Širokac, bella e austera; e da lì cominciava il mio vuoto mentale, pieno solo di timori, di quella Zafira grigia vecchissima e Tarik che mi rassicurava: ragazza, non preoccuparti, non è lontana. Viuzze ripide, così ottomane, uno slargo con forse una casa bianca e qualche minibus parcheggiato, un negozietto di ortofrutta e infine la casa, che dava su una ripidissima stradina acciottolata, di fianco a una moschea con un bel minareto in legno. L’avevo fotografata.

Debbie dormiva già nell’altra stanza, Sherpa mi sussurrava di metter via il telefono. Nel buio e nell’incertezza, salvavo una posizione sconosciuta su Google Maps.

cimitero ebraico di sarajevo

Non credevo veramente che avremmo avuto tempo o che mi sarei decisa a dare una chance a questa idea folle. Ma ero lì, alla fontana dei piccioni, pronta a veder combaciare il mio percorso mentale con le strade della Sarajevo di sei anni dopo. Il tram, gli artigiani, il cantiere, le tombe. Sherpa è stanco e vuole fermarsi ad aspettarmi al cimitero. Spiegare cosa si stava smuovendo dentro di me era troppo complicato. Se non se la sentiva sarei andata da sola. D’altronde, se non l’avessi trovata? Non era nemmeno vicina.

È importante, gli dico.

Sherpa si fida per un po’, mi segue fino alla porta. C’è un memoriale della guerra, è nuovo, sono sicura: sei anni fa non c’era. Sherpa si siede sul prato. Gli prometto di tornare indietro in una decina di minuti. Un’altra bugia bosniaca. Ma d’altronde se nessuno fosse stato in casa?

Proseguo da sola, sento la tensione che mi sale nelle braccia. Stradina ripidissima, di cui non ho memoria. Sono nel cuore di uno dei quartieri storici di Sarajevo, Vratnik. Ma questo sei anni fa non lo sapevo. Quanto caspita è lontana, quanto caspita sono ripide le strade. La fatica mi è familiare – la mente non ricorda, ma ricordano le gambe. Il cuore si scalda e pulsa e trattengo il fiato. Buon presentimento. Una svolta a sinistra e la strada si slarga a fianco di una casa bianca. Quanti negozi in più ci sono… Ma il fruttivendolo è sempre lì. Stringo la pancia: è la strada giusta. E non mi ero preparata al dopo. Proseguo piano piano, quasi per paura che d’improvviso Sarajevo scombini tutte le strade, affogandomi nei suoi vicoli tortuosi per sempre. Della casa all’esterno non ho ricordi, ma la moschea è quella – di legno scuro intagliato, come ne spuntano ogni tanto all’improvviso nei quartieri più defilati. Ai piedi della stradina acciottolata siedono tre uomini intenti a far niente, in divisa da muratori.

Solitamente provo una gran vergogna a chiedere, a disturbare le persone. Ma quella volta la posta in gioco era troppo alta. Anni di ricerche, anni di esercizi di memorizzazione di quel percorso, anni passati a ripensare, a ringraziare, a confrontare immagini, nomi di vie, monumenti, strade, quasi come un cartografo medievale ma ai tempi di Google Maps. E alla fine eccomi lì.

– Scusate, parlate inglese?

I tre uomini ridacchiano: nou, Inglish… nou…

Tiro un sospiro, tendo i muscoli delle spalle e penso che non ci sarà nessuno a giudicare la mia imminente – e senz’altro catastrofica – performance linguistica. Mi gioco le due carte migliori (e più rischiose).

Deutsch? Russkij?

L’entusiasmo li scatena. Da, da!

E allora andiamo, penso, davaj.

– Scusate, sono una ragazza italiana. Sto cercando ein Mann kotorij živet zdes’, un uomo che abita qui. Lo conoscete? Sapete chi abita in questa casa?

Si guardano, si consultano, ma nein, non sanno proprio quale Mann abiti in quella casa. Ma perché, ragazza italiana, cerchi questo Mann?

Sechs Jahre nasad ja byla zdes’, sei anni fa sono stata qui… ospite, capito? Gost! Gast! E… oh, scusate signori per come parlo, ma quel Mann a me cambiato la vita. Per sempre. Capite? Per sempre. È una cosa molto seria, sehr wichtig. Io… dopo che noi conosciuti… moi glaza… Occhi grandi. Occhi hanno iniziato a vedere… E io tornata qui… per dire grazie, hvala. Una ochen’ bol’shaja hvala.

Se nella vita vera la sincerità funziona, in viaggio funziona ancora di più. Nessuno osava dire niente. Il più sveglio dei tre medita, si alza, apre il portone e mi dice: beh, allora entriamo a vedere chi ci abita adesso.

Attendo quei pochi secondi come se fossero stagioni intere. Non mi ricordavo un portone di legno così bello, intagliato con così tanta cura e gusto. L’uomo lo riapre con un sorriso. Davaj devuška, entra.

Forse non sono mai stata così spavalda nella mia vita, ma mi sono fiondata su per le scale, sprizzando gioia da tutti i pori. Il cortile, la veranda, la vite, il frutteto dietro la casa… Al posto di Tarik, omone altissimo dagli occhi azzurro ghiaccio, compare una ragazza giovane, capelli biondo tinto e in tenuta da casa, occhi neri profondi.

– Yes, we speak English here, do you need any help?

Oh, e da dove iniziare. Come dirglielo.

Io… io sono stata ospite qui, sei anni fa. Sono passata solo per salutare… Ci tenevo a vedere se questa casa fosse ancora qui. Non volevo disturbare, è solo che… per farla breve – ero così piccola sei anni fa -, un signore molto alto ha preso me e i miei amici alla stazione degli autobus e… e… giuro, sembrerà stupido, ma da allora la mia vita è cambiata –

Non ho potuto continuare. Sono scoppiata a piangere come un fiume che straripa dagli argini, di pianto trattenuto da una vita, o semplicemente come sanno piangere i bambini: con tutto loro stessi. Piangevo così, sulle scale di un piccolo cortile bosniaco, in una casa qualsiasi di una via qualsiasi, davanti a una ragazza in pigiama.

Che mi ha guardata, presa per com’ero e abbracciata con tutta sé stessa.

Era lei, era la casa giusta. Welcome back, mi ha detto.

Non era mai successo che qualcuno fosse tornato per salutare: quello doveva essere un giorno speciale. Asciugate le lacrime Hidaya è esplosa di gioia e ha chiamato a raccolta tutta la famiglia, ancora in fibrillazione per il matrimonio del figlio grande.

Quando è comparso Tarik ho pianto di nuovo. Si è dimenticato quel poco di inglese che sapeva ai tempi, ma in compenso capiva benissimo il mio russo un po’ storpio.

È ingrassato, ho detto a Hidaya, ma solo perché è strano rivedere una persona di cui ho solo ricordi e nessuna fotografia dopo così tanto tempo.

Hai ragione, ha detto lei. La mamma, Ehlimana, mi ha sommersa di torta, caffè bosniaco fortissimo e si è seduta su una sedia a fumare in quell’aria calda, un sorriso serafico stampato in viso.

Non sapevo nemmeno bene come spiegarmi, ma non servivano molte parole. I sarajevesi sanno quanto Sarajevo ti apre gli occhi. Lo vedono. Nel 2013 in Bosnia non era cambiato molto dagli anni ’90. Erano passati tutto sommato non troppi anni dalla fine della guerra, o dal giorno in cui Tarik era per la prima volta andato all’estero – a Trieste. La cosa che ricordava di più erano le banane. Non le aveva mai viste. Così gialle: ne aveva comprate tantissime da portare a casa, incredulo, ma se le era mangiate quasi tutte lungo la strada del ritorno. Nel 2013 Tarik aveva appena perso il lavoro, ma c’era una famiglia da mantenere. Le uniche cose che aveva erano una vecchia Zafira grigia, come quella che avevamo preso anche noi quindici anni prima per la nascita di mio fratello, e due stanze vuote al primo piano di casa sua. Booking non c’era ancora e, per necessità, Tarik si era deciso ad andare a cercare qualche turista in giro per la città, nella piazza dei piccioni o, meglio, alla stazione degli autobus di Novo Sarajevo.

– Voi avevate paura a fidarvi di lui, ma anche noi avevamo paura a fidarci di chi arrivava. Alla fine era casa nostra… e la gente la trovavamo in strada.

Già la stazione per me era stata scioccante. Piccole bande di bambini scalzi venivano a tirarti per i pantaloni, ti seguivano chiedendoti una monetina. Il design anni ’80 dei tabelloni con gli orari degli autobus, appesi in un’enorme stanza fumosa, la signora grassoccia e pallida affacciata allo sportello della alla biglietteria. La prima cosa da fare era capire se c’erano bus per Zagabria, comprare i biglietti con un paio di giorni di anticipo per assicurarsi che non andassero esauriti e infine trovare un posto dove dormire prima che facesse buio. Avevo appena 19 anni e mi ricordo chiaramente come mi aveva rassicurata mio papà: nei Balcani a ogni stazione degli autobus, dei treni e all’arrivo dei traghetti è pieno di gente che affitta stanze. Vedrete che si trova sempre qualcosa.

Usciti dalla stazione, in quello spiazzo desolato e grigio in cui i nostri zainoni fluo sembravano navicelle spaziali, non abbiamo trovato proprio nessuno. Non avevo nemmeno idea di dove fosse la stazione rispetto al centro città. Tarik stava, alto, altissimo, in piedi di fianco alla sua Zafira un po’ scassata, a bordo strada. Si è avvicinato quasi senza fare rumore, visibilmente imbarazzato. Ora che ci penso, si vergognava davvero tantissimo. Ci ha chiesto se maybe avevamo bisogno di una stanza dove dormire: aveva due stanze vicine al centro città. Cercavo gli occhi degli altri, gli altri cercavano i miei e qualcuno doveva prendere una decisione, e anche in fretta.

Jeans slavati, una polo grigia che lo rendeva un po’ smunto. Occhi chiarissimi, color ghiaccio, un viso allungato ma gentile. Non so se ho deciso io o chi, ma okay, gli ho detto, andiamo. E al solito sono andata davanti io, perché gli altri avevano paura. Dopo i primi minuti di silenzio tesissimo (eravamo pieni di paura, chissà dove ci stava portando) Tarik si è improvvisato guida: ci indicava i palazzi, l’Holiday Inn, e questo lo chiamavano Viale dei Cecchini, il fiume, le moschee. Da omone imbarazzato si è tramutato in un amico caro felice di averti come ospite. Finché, proprio alla famosa biforcazione tra la Jekovac e la Širokac, ha fermato la macchina. Voleva dire di più ma l’inglese non lo aiutava. Tutto l’entusiasmo si era d’improvviso spento e il suo viso era tornato grigio come alla stazione.

– Qui mi devo fermare. Perché questi ragazzi avevano tutti 23 anni.

Quella frase continua a rimbombarmi nella testa da quel pomeriggio di settembre. Avevano tutti 23 anni. È stata la prima volta in cui ho ricevuto in faccia la ventata soffocante della tragedia che succedeva a mille chilometri da dove nascevo io, in Italia, agli albori della Seconda Repubblica, e di cui nessuno mi aveva mai raccontato nulla.

Leggere della guerra dei Balcani era stato sconvolgente. Vedere le foto a colori di una guerra che sembrava lontana cent’anni e invece erano appena sedici, vedere Ratko Mladić che entra a Srebrenica nella finestra rosso sgargiante di un video su YouTube lo era stato ancora di più. Ma trovarmi a fianco di un uomo che si ferma a capo chino di fronte a quella distesa di lapidi bianche mi ha segnata per tutta la vita, senza possibilità di ritorno. Non lo sapevo, ma un attimo dopo ero già una persona nuova.

In auto Tarik ripeteva che era vicino, molto vicino, ma di strada ne stavamo macinando parecchia – e pure tutta in salita. Arrivati a casa, la mia prima casa musulmana, ci siamo dovuti togliere le scarpe, e non lo sapevamo affatto. Abbiamo conosciuto la famiglia, ma Hidaya la ricordo solo scendere di sfuggita giù dalle scale. La strada per tornare lassù, nella parte alta del quartiere di Vratnik, ci riportava sempre a quel cimitero, che è una vera ferita aperta nel quartiere musulmano della città. Quelle lapidi candide tutte ordinate trasmettono un senso di pace eterna, ma vederle da ogni vicolo affacciato verso valle è ogni volta un pugno allo stomaco. Ci svegliavamo col canto del muezzin amplificato in cima al piccolo minareto di legno di fianco alla casa, compravamo un po’ di frutta nell’unico negozio che c’era nella via, mentre piano piano quella città brutale ed elegante ci entrava dentro in profondità.

Hidaya è nata proprio in mezzo alla guerra, nel ’94 – come me. Ma mentre nel giorno in cui nascevo l’Italia acclamava l’ascesa al potere di un noto imprenditore di bassa statura e dalle orecchie enormi, Sarajevo stava ancora piangendo le 68 vittime e gli oltre 200 feriti della prima strage del mercato di Markale, avvenuta il 5 febbraio 1994. Pochi giorni dopo la nascita del primo figlio, il fratello di Hidaya, la biblioteca di Sarajevo veniva dilaniata dalle fiamme. Era il 25 agosto del 1992.

Col sorriso accennato di una che ancora stenta a crederci, ma gli occhi profondi e seri, Ehlimana disegna nell’aria con un gesto ampio tutte le pagine bruciate degli antichi libri che piovevano sul terrazzo dove mi trovavo proprio in quel momento.

– Piovevano pagine. Due milioni di libri. Miliardi di pagine. Abbiamo visto cadere cenere e fogli bruciati per giorni: erano qui, qui sul terrazzo.

Era un pomeriggio caldo e assolatissimo, quasi un primo giorno d’estate. Quel terrazzino ombreggiato dalla vite era un sogno. La torta del matrimonio del fratello era un sogno. Avrei sorseggiato quel caffè ruvido all’infinito. Ero assordata dai ricordi, dal dolore, dalla gioia, dalla tenerezza. Avevo perso il senso del tempo (chissà quanto ne era passato!), quando all’improvviso mi ricordai che avevo lasciato Sherpa ad aspettarmi ai piedi della porta.

Ho detto che sarei tornata il prima possibile portando anche lui. Ho corso veloce, il cuore in gola e i polmoni spezzati in due, con i lacrimoni che mi tagliavano le guance. Saltavo nel vuoto come quando ci si butta giù a perdifiato da una discesa. Gli ho detto che eravamo invitati per un caffè, che doveva venire, che non potevo spiegare ma che sì, la casa era ancora lì. E che era semplicemente il giorno più bello della mia vita.

Hidaya ha subito scacciato gli ultimi rimasugli di scetticismo in Sherpa con un benvenuto da manuale. E da lì le ore sono volate in discorsi e divagazioni infinite. La luce si faceva di un arancio vivo tra le viti, Hidaya finiva le sue ultime sigarette e io sentivo di aver trovato una sorella coraggiosa a supportarmi, alla chiusura di un grosso cerchio della mia vita – proprio lì dove si era aperto. E mentre, nel buio, scivolavamo giù dalle viuzze, facendocela tutta a piedi lungo il fiume fino a Grbavica, volevo solo gridare di una gioia incontenibile. Sentivo tutto, tutto con una forza inaudita, e quel tutto mi diceva che porcocane sì, ero sulla stramaledetta strada giusta.

Sarajevo vista dal Bastione Giallo

Non mi ero inventata tutto. Non avevo mistificato tutto negli anni.
Sarajevo aveva ancora magia per me, e forse ancora più intensa.

E soprattutto mi diceva che l’Est per me ha profumo di destino e non svanirà in fretta – è entrato troppo a fondo.

Così me ne tornavo nella quiete delle periferie ovest di Sarajevo, tagliando le notti buie di Bosnia, dove i lampioni sono fiochi come stelle lontane.

Dici che il fiume / trova la via al mare / e come il fiume / giungerai a me…

4 Commenti

  1. Lud

    L’essenza di questo blog, o forse l’essenza dell’autrice? Le parole trasudano anima, passione e chi ha visto quei luoghi viene/vengo catapultato con lei in quei vicoli, in quel cimitero, davanti a quel portone di legno che non lo si ricordava così bello. E piango, veramente? Spero anch’io, un giorno, di avere una casa che forse non c’era.

  2. Che meraviglia di racconto, tu sei sempre davvero brava a raccontare i sentimenti che ti suscitano i luoghi ma qui si vede che le parole sgorgavano direttamente dal cuore.
    Grazie per aver condiviso questo splendido ricordo con noi

  3. Che bello Eleonora… che esperienza meravigliosa.
    Negli anni ’90 ero una bambina, sembra incredibile che, mentre io crescevo tranquilla in Italia, al di là dell’Adriatico ci fosse una guerra. Così vicina e così lontana…
    Piacerebbe tantissimo anche a me visitare Sarajevo, vedere quelle tombe, toccare le cicatrici della città per prendere contatto, diventare consapevole di quello che è accaduto.

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