Un Erasmus, grazie. Lisbona

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Forse vi sarete accorti che, fino ad oggi, non ho mai detto nulla sul mio Erasmus a Lisbona. Eppure sì, tutti i post degli ultimi tre mesi ve li ho sempre scritti da lì.

La verità è che solo nell’ultimo periodo sono riuscita a capire a un livello accettabile il paese in cui mi trovo, la città, la mentalità e soprattutto le cose hanno iniziato a girare in un verso sufficientemente giusto perché avessi voglia di parlarne.

Fuori dai denti: i primi tempi in Erasmus, a meno che tu non abbia 1) soldi illimitati, 2) capacità sociali fuori dal comune, 3) doti linguistiche spiccate, 4) poche esigenze relazionali e 5) una grandissima botta di culo sono difficili. Per non dire brutti.

In sintesi, tutto va una merda. Trovare casa a settembre a Lisbona è più difficile che trovare parcheggio ai Navigli il sabato sera. In più i portoghesi non rimuovono gli annunci anche se sono online da mesi, non rispondono alle chiamate, alle mail e ai messaggi. Gli affittacase (o, peggio, i subaffitta-case) sono tendenzialmente delle persone orrende e senza scrupoli. Anche se hai già confermato e stai traslocando ti possono chiamare e dirti così, dal profondo del cuore, che hanno trovato un rapaz che vuole stare un anno intero e che ops, preferiscono lui al posto tuo.

Il portoghese parlato è, senza mezzi termini, un russo che fa l’imitazione di uno spagnolo (cit.). La prima settimana ti esalti perché il greco e il latino sembrano dare i loro frutti. Lo step successivo è collegare la sbauscia parlata che senti in giro con quelle parole così piane che vedi scritte: un’impresa. La maggior parte delle volte stanno dicendo parole banali e scontate. Peccato che le soffochino tra uno shh uno sjjjjj e uno auuuunnn.

Se non credete che il portoghese europeo sia così maledettamente incomprensibile, guardatevi O Urso e a casa azul (è una mia passione perversa, scusate! Ma quello multilingua è divertentissimo, garantito) in portoghese e vediamo quanto capite. Ancora oggi, dopo tre mesi, sono arrivata solo all’80%.

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Essere un disabile linguistico è una sensazione orrenda. Ti senti idiota persino a chiedere se l’autobus ferma alla fermata giusta, per non parlare del chiedere indicazioni o – peggio – quando ti chiedono indicazioni. Sfoderi la tua migliore faccia disagio/mezzo sorrisino imbarazzato e rispondi con un banale “non so”. Che all’inizio dici pure con pronuncia sbagliata.

In generale sentirsi stranieri all’inizio è brutto. Ti sei camuffato portoghese, nessuno si è accorto dai tuoi monosillabi frenati che sei una stupida studentessa Erasmus: e poi eccolo lì, il momento di pagare. Prova e riprova, la carta non funziona. Poi la cassiera si illumina in viso: ah, ma noi non accettiamo carte straniere. Tutti ti guardano mentre blocchi la coda al Lidl alle sette di sera del venerdì. Panico.

Oppure arrivi al coro dell’università e urli “desculpa, sou atrasada!”, intendendo dire che sei in ritardo, ma con un piccolo errore linguistico scivoli nel “scusa, sono ritardata!”…

Gestire più lingue mi rende ancora più sfasata di quanto già non sia. All’inizio, dopo cinque settimane di viaggi e comunicazione di sopravvivenza nell’ex URSS, rispondevo spasibo a tutti, che mi guardavano scioccati. E poi ti scappano i “dai”, “insomma”, “cioè” e taac, ecco che ti casca l’italiana. Aaaah, mas tu es italiana! Um meu amigo é italiano, ele me ensinou a dizer “mamma mia, voglio la pizza!”. E così via. Ogni volta, un piacere che non vi dico. E vagli a spiegare che non hai ancora imparato a fare una pizza che non sia cruda.

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Ma perché questo post? Perché tutto passa. I c.d.m. diventano tuoi amici, conosci gente sempre migliore, parli con autonomia sufficiente da non sentirti scema ogni due per tre, la tua vita-nuova-da-zero prende il via (finalmente) etc. etc. etc. Impari a non fare diventare rosa tutte le tue magliette facendo i lavaggi a freddo, a cucinare e congelare per avere scorte alimentari in caso di una guerra imminente, a sterminare colonie di scarafaggi in un rapido e annoiato gesto (una delle prime parole che ho imparato in portoghese è proprio blatta: barata), a fare i barattoli di sugo creando il vuoto (le magie dell’adiabatica! me l’avessero detto al liceo non avrei rischiato il debito in fisica per tre anni). Impari che la marmellata al pomodoro che i portoghesi tanto amano fa semplicemente v o m i t a r e. Che con i coinquilini vuncioni chi la dura la vince. Che i portoghesi sono carini e coccolosi ma guai rubargli il posto nella coda per salire sull’autobus (si, avete letto bene), etc. etc. etc.

Ieri il tramonto da Belém era incredibile. C’erano delle nuvole ondulate che sembravano delle fiaccole ardenti. Ma ancora, da quando sono qui, non ho mai visto calare il sole all’orizzonte. Le nebbie dell’oceano lo inghiottono, ma la luce rosata rimane per lungo tempo, intrappolata nei riflessi delle onde piccole e regolari del Tejo, nelle finestre, sui piloni di metallo del nostro piccolo Golden Gate voluto da Salazar, nei vetri dei tram gialli che hanno il deposito proprio sotto casa mia (e posso vedere anche quelli rossi e verdi, gné).

Quello che ho davvero capito, qui a Lisbona, è che i portoghesi non sono mediterranei: sono atlantici. E essere atlantici significa essere viaggiatori per osmosi con questo oceano così cattivo e pregno di storia. Come puoi guardare quel sole scomparire nelle nebbie dell’Oceano senza farti venire una voglia tremenda di andare a vedere se quel muro sopra il mare è terra, è isola, è reale?

Buona giornata:)

NoraImagem

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4 Commenti on "Un Erasmus, grazie. Lisbona"

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Gran bell’articolo, rende molto l’idea dei primi mesi di vita Erasmus 🙂 Tieni duro e non disperare, non solo perchè arriveranno tempi migliori, ma perchè mettersi nelle condizioni di affrontare le proprie debolezze linguistiche con una full immersion è l’unico modo per superarle davvero e diventare dei pro 😉 Vedo che hai già viaggiato molto, tuttavia riuscire a vivere bene in un paese straniero richiede di passare attraverso diverse fasi di adattamento. E’ un percorso lungo, ma datti tempo e intanto goditi questa libertà! Per me l’Erasmus ha significato tantissimo e ora che vivo principalmente all’estero e ho contatti con… Leggi il resto »
Nicolò

Cercavo da tempo un blog sul Portogallo che fosse così pregno di parole vive. Grazie painderoute, hai fatto rinascere un pomeriggio triveneto che pareva irrecuperabile