Gyumri, Armenia. Di architetture bellissime e di un terremoto devastante

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Gyumri non è esattamente la prima meta turistica che ci viene in mente quando pensiamo all’Armenia: ma non sapete che peccato che non lo sia. È vero, adesso ha un aeroporto servito dalle lowcost russe, ma non certo per soddisfare una pressante domanda turistica: semmai per agevolare i ricongiungimenti familiari di quella fiumana di armeni senza lavoro che sono dovuti emigrare al grande Nord.

Gyumri è una città piccola, molto piccola, eppure è il secondo centro abitato dell’Armenia e quello dall’architettura più strabiliante, costruito in tufo nero tra XIX e XX secolo. Gyumri non è famosa quanto dovrebbe: la città p infatti ancora alle prese con un’impressionante emorragia di forza lavoro cominciata dopo il 7 dicembre 1988, giorno del devastante terremoto di Spitak, che ha raso al suolo la piccola omonima cittadina e devastato un numero incredibile di edifici anche a Gyumri.

Basta davvero poco per farsi un’idea (anche infinitesimale) della sofferenza che questa città ha patito negli ultimi trent’anni. È importante provare a visualizzare l’entità di questa tragedia prima di fare un salto in città – contestualizzare è importante, soprattutto in un luogo come questo, dove per ogni splendido portone in legno o facciata di tufo arancione c’è un palazzo storico mezzo crollato e un condominio pericolante ancora abitato. Dedicate due minuti alla storia degli ultimi 30 anni a Gyumri raccontata con bellissime fotografie su RadioFreeEurope. Ne vale la pena.

Un terremoto tragico, ma non solo

Un quartiere periferico di Gyumri, fatto solo di case anni ’90, costruite grazie a donazioni umanitarie

Un professore universitario di una mia amica di Erevan, da piccolo, ha vissuto la tragedia del terremoto di Spitak. La sua storia ha dell’incredibile: è riuscito a salvarsi, miracolosamente, dopo essere rimasto ben 18 ore sotto le macerie della sua scuola, insieme ai suoi compagni di classe, alcuni dei quali non sono sopravvissuti. La storia è una delle migliori che leggerete questa settimana. È in inglese e la trovate qui.

Ma prima un ripassino rapido: serve tenere a mente un paio di coordinate storiche per capire un po’ la storia recente della città. Nel 1988 la città viene rasa al suolo da un terremoto dalla violenza inaudita (6.8 scala Richter, 10 scala MSK-64) che ha causato oltre 25.000 morti. Nella corsa internazionale ai soccorsi umanitari, si verificarono anche due incidenti aerei, uccidendo un’ottantina di persone. Con il progressivo sgretolamento dell’URSS, molti progetti sovietici di ricostruzione di Gyumri vengono lasciati a metà.

Come se non bastasse, il coinvolgimento dell’Armenia nel conflitto del Nagorno Karabakh (ora Artsakh), riesploso con gravità inaudita anche il 27 settembre 2020, peggiora ancora di più le condizioni di vita del paese, della città di Gyumri e dei terremotati. Per la popolazione della città si è fatto tanto (anche l’Italia ha avuto un ruolo primario e nei progetti umanitari), ma questo non ha comunque fermato l’esodo di lavoratori da allora ad oggi. È per questo che la città che era uno dei primi centri industriali armeni oggi è ancora semi disabitata. Dei 222.000 abitanti del 1984 ancora oggi rimane poco più che la metà. Non è un caso che Pobeda, la lowcost russa di Aeroflot, abbia fatto il suo primo ingresso in Armenia proprio con la tratta Gyumri-Mosca.

Quando l’abbiamo visitata noi Gyumri, che si trova a pochi km dal confine turco, nel Nord dell’Armenia, era coperta da un bianchissimo strato di neve soffice (sono poi tornata altre due volte, d’estate, e ancora d’inverno). Vedere un centro storico fatto di quasi solo tufo nero e arancione accostati bordato di neve, vedere le macerie dentro i palazzi crollati ricoprirsi di bianco è stata una visione bellissima e tragica insieme, come se la neve fosse riuscita per pochi giorni a nascondere un’eredità pesantissima che la città si porterà dietro per sempre.

Gyumri mi è sembrata davvero una perla nascosta e che veramente meriterebbe molta più attenzione perché è una città sconvolgentemente bella e romantica, letteralmente uscita dalle atmosfere di fine Ottocento. Andando oltre la distruzione del terremoto, quello che rimane dei suoi palazzi, delle chiese e dei monumenti rivela un’eleganza strabiliante, un gusto finissimo e un mix di architetture unico al mondo che vale davvero la pena vedere per farsi un’idea di com’era l’Armenia un secolo fa. Specialmente dopo aver visto la monumentalità sovietica e lineare di Yerevan, vi stupirete di trovare una città dall’architettura così romantica come Gyumri.

Gyumri, la città dai molti nomi

Popolata almeno dal III millennio avanti Cristo, Gyumri compare nominata come Kumayri durante il regno di Urartu (siamo circa nel 700 a.C.). Da quel momento, la città cambia molti nomi dei secoli e millenni successivi, allineandosi al dominio e alla lingua dei vari invasori. Turchizzata prima come Gümrü, a partire dal 1837 i russi la ribattezzano Alexandropol dal nome della moglie dello zar Nicola I (Carlotta di Prussia, nota in Russia come Alexandra Fedorovna). Alexandropol in quel periodo è un avamposto importantissimo della Transcaucasia zarista nonché centro strategico durante le guerre turco-russe. È proprio sotto l’impero zarista che la maggior parte degli edifici viene costruita ed è per questo che molti riportano facciate in stile classico russo scolpite in pietra armena locale, il tufo nero e arancione, oppure verniciate “alla russa” di giallo, rosa o azzurro, dando un aspetto unico e insolito alla città. Nell’anno della morte di Lenin (il 1924) il nome della città viene sovietizzato in Leninakan, appellativo che ricompare qui e lì in insegne, cartelli, ristoranti. Dal 1990 il dibattito sul toponimo migliore viene riaperto: si ripristina l’originale Kumayri per un breve periodo, prima di giungere al nome attuale Gyumri.

Una storia che ha dell’incredibile

Gyumri sulle mappe figura quasi come un piccolo paese delle lande desolate del Nord-Ovest armeno, ma sapevate che a Gyumri ha sede un consolato onorario italiano? La storia di Antonio Montalto, medico palermitano nato nel 1953, merita un approfondimento. Antonio Montalto è arrivato a Gyumri dopo il terremoto nell’ambito di progetti sanitari e da allora non se ne è più andato. Dal 2001 è nostro console onorario per la città di Gyumri, è presidente dell’associazione Family Care nonché fondatore di quella che è probabilmente la biblioteca italiana più grossa d’Armenia. Qui trovate una bella intervista che dà idea del suo coraggio, dei grandi progetti che ha avviato e dell’importanza che questo medico italiano riveste a Gyumri e più in generale in Armenia.

Gyumri: cosa vedere in un giorno

Insegna su un palazzo crollato dopo il terremoto

Posto che Gyumri ancora non è ancora il posto per fare i turisti spensierati, se deciderete di fare tappa in città, o anche solo una gita in giornata da Yerevan, con un po’ di discrezione potrete fare qualche passeggiata nel centro per farvi un’idea della vita quotidiana in città e del grande passato della città. Anche senza sforzo incapperete in edifici dalla bellezza e dalle decorazioni strabilianti, portoni intagliati a mano con grande maestria, strabilianti balconate in legno e chiese austere in cui vale la pena dare un’occhiata all’interno.

Piccola nota nerd: mentre scrivo, su Google Maps se si cerca “Gyumri” la città viene individuata, ma il nome cambia magicamente in “Guayaquil”: un tocco ecuadoreno negli altopiani caucasici… Google, ma che problemi hai?

Il centro di Gyumri è piccolo e si gira facilmente in una mezza giornata. Si snoda intorno a due boulevard alberati e paralleli, la via Abovyan e il viale Aghtanaki, lungo i quali sorgono i (pochi) bar, ristoranti, chioschi e il mercato. La città, famosa per essere stato un centro culturale molto vivo e pieno di artisti, ospita anche moltissime case museo dedicate a poeti, artisti e uomini di cultura. Date un occhio al sito di VisitGyumri, fatto molto bene e tradotto anche in inglese.

Se arriverete da Yerevan via marshrutka, inizierete la vostra visita dalla stazione degli autobus, che si trova a sud del centro. Da lì potrete percorrere il boulevard Aghtanaki, le cui due corsie contengono il Gorki Park, immancabile in ogni città postsovietica che si rispetti. Una prima tappa interessante è il Museo dell’Architettura nazionale della vita urbana, che già da sé sorge in uno degli edifici più belli della città, circondato da cancellate in ferro battuto che recitano in russo e armeno “Museo della città di Leninakan”. Non serve allontanarsi di molto dal viale principale per imbattersi già nei primi edifici di tufo crollati (in toto o in parte) e in stato di abbandono, ma in cui le persone spesso continuano ad abitare. Nei quartieri residenziali le viuzze si fanno strettissime e irregolari, le case sempre di tufo nero che danno un’atmosfera solenne e tetra, quasi da prima rivoluzione industriale. Le facciate degli antichi palazzi crollati, rimaste in piedi per miracolo, fanno invece un effetto Far West affascinante e inquietante insieme.

Una volta arrivati in fondo al viale, se girerete a sinistra arriverete in piazza Vardanants, su cui si affacciano il grosso Municipio, il cinema “Hoktember” e due belle chiese, quella di Yot Verq (Le Sette Ferite), l’unica ad essere rimasta aperta in epoca sovietica oltre a Etchmiadzin, e quella di Tutti i santi. La chiesa Yot Verq ha ai suoi piedi due cupole crollate durante il terremoto, ora circondate da qualche aiuola. Dietro la chiesa di Tutti i santi sorge invece un grosso monumento in memoria delle vittime del terremoto del 1988, affiancato da una lunga fila di bei khachkar (pietre con croci scolpite tipiche dell’Armenia usate come cippi funerari). Seguendo la fila di khachkar verso sud e poi svoltando a sinistra, di fronte alla bizzarra facciata dell’Alexandrapol hotel, vi imbatterete nell’intricatissimo mercato, molto autentico e vivace, che sorge all’aperto intorno a quello che probabilmente era il vecchio mercato coperto, ora inagibile.

Gli edifici più belli e interessanti, dai portoni in legno intagliato e dalle forme più eleganti, li abbiamo trovati però a nord della piazza Vardanants, seguendo la via Abovyan che diventa pedonale (al numero 182 sorge il International Center for Peace and Development del console onorario Antonio Montalto) e poi svoltando a sinistra in via Gorki oppure in quella successiva, via Rustaveli, dove sorge il bellissimo edificio art nouveau costruito negli anni Venti dalla famiglia Geghamyan. L’edificio è comparso in alcuni film armeni e oggi ospita un hotel (Villa Kars) e l’abitazione del console italiano Antonio Montalto. Tra i portoni più belli c’è quello dei bagni Gevorg Agha, costruiti a partire dal 1860. Già che sarete da queste parti, fate un salto allo storico birrificio di Gyumri “Old Alexandropol” e al ristorante di fronte Poloz Mukuch (sorvegliato all’ingresso da due ippogrifi di tufo arancione), che si diceva in passato avesse un condotto che portava la birra alla spina direttamente dal birrificio.

Un’ultima nota: vale la pena farsi portare in taxi (una corsa costa un paio di euro) fino alla Madre Armenia di Gyumri, che in armeno si chiama Mayr Hayastan. Sorge su un colle poco più a Ovest del centro città e fa parte di un enorme memoriale della II Guerra Mondiale: è di epoca sovietica (1975) come quella più famosa di Yerevan (1962, che ha sostituito una statua di Stalin), ma la ragazza di Gyumri presenta una peculiarità unica. Donna di rame dalla bellezza classica statuaria, avvolta in drappi greci, nel lato rivolto verso l’Armenia la Madre ha un’espressione pacifica e forte, solenne, e tiene in una mano un ramo di palma e nell’altra la corona di Zvartsnots, che simboleggiano il lavoro pacifico e la bellezza dell’architettura armena. Il lato che guarda verso il confine turco sembra invece uno strano rettile che agita una zampa minacciosamente, dove il muso è fatto dai capelli al vento della ragazza e le zampe dai drappi svolazzanti del vestito. In realtà però pare che raffiguri la dea greca Nemesi, che impersona la Vendetta. Dal colle su cui sorge la statua si spalanca il desolato altopiano armeno fino al confine turco, che dista meno di una decina di km. Su un secondo colle a fianco della statua c’è invece una grossa fortezza zarista che sembra un disco volante di tufo nero, risalente al periodo delle guerre turco-russe.

Per oggi è tutto, cari painderoutiani. Ho scritto questo post con ancora l’incredulità di aver trovato una città così bella e così poco considerata ancora oggi, con il desiderio più sincero di voler condividere questa scoperta con voi. Sono sicura che ne farete tesoro e capirete che queste bellezze sono molto delicate e hanno bisogno di tutta la nostra cura.

A presto,
Ele

Libri sull’Armenia da leggere prima di partire

Ararat, di Frank Westerman
Semplicemente un capolavoro, un libro illuminante sui significati più ancestrali e gli assurdi tentativi di conquista della montagna più famosa d’Armenia che non si trova in Armenia. Lo trovate su AmazonFeltrinelli e Mondadori Store.

La masseria delle allodole, di Antonia Arslan
La terribile storia della famiglia Arslanian in fuga dalle stragi e dalle marce della morte del genocidio armeno. Lo trovate su AmazonLibraccioFeltrinelli Mondadori Store.

Il libro dei sussurri, di Varujan Vosganian

Un’epopea familiare commovente e delicata, che racconta la storia del Novecento vista attraverso i drammi, gli amori, gli intrecci di una grande famiglia armena. Lo trovate su Amazon, Libraccio, Feltrinelli e Mondadori Store.

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6 risposte

  1. Davvero molto interessante. Scoprire una città bella, emozionante e sconosciuta ai turisti occidentali è una di quelle cose che mi ricordano perché amo viaggiare.
    Il Caucaso poi è uno dei buchi più clamorosi che ho nel planisfero che campeggia nel mio salotto e che prima o poi dovrò riempire e credo proprio che una tappa qui sarà doverosa.

    P.S. ancora prima di vedere la tua nota ero andato su google maps e avevo notato il nome, la cosa mi aveva incuriosito non poco :-p

    1. Vero? Un bug di Google, assurdo… Già, è lo stesso motivo per cui piace anche a me. Pensare di “conoscere tutto” in anticipo ma poi rendersi conto che c’è sempre qualcosa di totalmente inaspettato che ci trova ignoranti e impreparati, ma allo stesso tempo ci dà delle lezioni importantissime. Gyumri è esattamente così. Ci ero passata nel mio primo viaggio in Armenia ma era una tremenda giornata di pioggia e non avevo visto assolutamente nulla. Lo squallore generale mi aveva fatto pensare che fosse addirittura un posto un po’ depresso e inutile, e invece…

      Grazie come sempre per l’entusiasmo con cui leggi queste note a tempo perso 😀

  2. Concordo su tutto quello che dici su Gyumri, una città davvero incredibile. In agosto l’ho trovata più vivace di quanto dici tu, parecchia gente in giro e molti ristoranti. Ho alloggiato proprio nella bellissima Villa Kars, peccato essermi perso il racconto del console per una visita fuori programma all’ospedale locale, causa morso di un cane in pieno centro città! Mi permetto di segnalare che pochi km a nord della città, in una bellissima posizione nella valle di un fiume a poca distanza dal confine turco, c’è un delizioso e antichissimo monastero dallo splendido color albicocca (Marmashen), restaurato da poco da un architetto italo-armeno. Ci va per lo più gente del posto per il picnic. L’ultimo tratto di strada per arrivarci è sterrato e con buche enormi ma si può fare.

    1. Grazie Marco, quanti consigli utili e precisi! Spero di tornare presto a Gyumri e di alloggiare anche io a Villa Kars. L’ultima volta era stata solo una gita in giornata da Yerevan (comunque fattibilissima) ma vorrei tornare in una stagione diversa per vivere la città diversamente.
      A presto e grazie ancora!
      Ele

      1. Se ci tornerai non perderti Marmashen, è piccolino e semi-diroccato (e non facile da raggiungere) ma il colore delle sue pietre bagnate dal sole caldo del tardo pomeriggio è uno dei ricordi più belli che ho dell’Armenia. Un posto carino dove mangiare (fuori dal centro, ricordo che bisogna passare oltre la statua di Madre Armenia) è una sorta di “pescheria” con tavoli in mezzo alle vasche piene di pesci (trote e storioni buonissimi!), se non ricordo male la segnala pure la Lonely. Ricordo poi, a due passi dalla piazza principale, una barberia uscita dritta dritta dagli anni ’50.

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