Intervista | HopeBall: da Londra allo Zambia per seminare speranza col calcio

12694975_776669742464957_257103479999259578_oGimma è un pazzo. Un pazzo buono, s’intende. Un pazzo vero, un pazzo di Hopeball.

Siamo stati insieme al liceo per tre anni, ma questa è un’altra storia. Mi ha scritto qualche mese fa, per aggiornarsi, cosa fai, come va, ma allora? e cose così. E niente, tra una cosa e l’altra mi dice che “vado in Zambia”. Ordinario. Chiaro.

Ripassino tattico su GoogleMaps, giusto per assicurarmi che fosse proprio lì dove mi ricordavo.
Santiddio, Gimma.

Le storie normali sono noiose. Questa non lo è: tenetevi forte.

Lo chiamo e lo sento urlare cose ai ragazzi in tonga, lingua Niger-Congolese di gruppo Bantu, parlata da un milione e mezzo di persone e lingua franca di Zambia, Zimbabwe e Mozambico. Insomma, ora è tutto chiaro, no?

Ho intervistato Gian Marco Duinamsu Pain de Route perché i viaggi non sono mai già scritti, spesso sono imprevedibili, e hanno forme diversissime e splendide. Hopeball è un viaggio nelle vite dei ragazzi dello Zambia, per seminare speranza tramite il calcio.

12819244_786957714769493_447097590151726494_oGimma, mi hai raccontato che hai mollato un ottimo lavoro (e ben pagato) a Londra per partire, da solo, e creare Hopeball da zero. Come mai? Cosa significa nel concreto?

Londra è stata una grande esperienza, mi ha fatto crescere molto e mi ha dato molti spunti, ma non mi ha mai soddisfatto.

Avevo un ottimo lavoro con altrettante ottime prospettive, una carriera quasi assicurata ed uno stipendio invidiabile: insomma avevo tutto, ma allo stesso tempo non avevo niente.
Per un anno intero ho continuato a chiedermi se fosse la cosa giusta, mi domandavo “Cosa sto facendo?” e mi rispondevo che stavo imparando tanto, stavo costruendo il mio futuro, e mi andava bene cosi! Poi mese dopo mese quasi impercettibilmente la domanda cambiò e da “Cosa sto facendo?” diventò “Per chi lo sto facendo? Per chi sto dedicando tempo, forze, passione e grinta? Per chi sto dedicando gli anni migliori della mia vita?”

Evitai a lungo questa domanda, e fu proprio un proverbio africano a mettermi spalle al muro:
Chi vuole qualcosa trova una strada, gli altri trovano una scusa.”
Il tempo delle scuse era finito! Così è crollato il mio castello di carte del “mi sto facendo il curriculum per un domani” – “metto da parte soldi per un domani” – “imparo l’inglese per un domani”. Basta scuse, il domani è oggi! Nel concreto significa questo: realizzare se stessi all’interno del mondo.

Ognuno di noi si dovrebbe chiedere “Qual è il mio ruolo all’interno del mondo?” non esistono ruoli più prestigiosi di altri, l’importante è che ognuno di noi svolga il ruolo che senta come proprio!
Io come Assistant Manager di Rocket Internet UK? Non fa per me, quello è il ruolo di qualcun altro.
Il mio posto è qui con le persone che hanno bisogno, con le persone che ti giudicano per chi sei veramente e non per quanto guadagni o per il colore della tua pelle. Qui mi sento libero, qui le mie capacità possono essere sfruttate a pieno! Qui sono me stesso.

12565575_767848863347045_303764253803018814_nPerché proprio Hopeball? Qual è stata la molla che ti ha spinto a fare proprio un progetto del genere?

Hopeball è un progetto educativo sportivo, io sono un ragazzo che ha vissuto 20 anni della propria vita a fare sport. Due anni fa ho visto lo sport, la mia più grande passione, essermi strappato di dosso per un infortunio e ne ho sofferto molto. Ma lo sport mi ha insegnato a non arrendermi e così ho fatto: anche se mi era stata negata la possibilità di praticarlo non poteva essermi negata la possibilità di trasmetterne i valori che mi ha insegnato: passione, uguaglianza, rispetto!

Lo sport è una risorsa meravigliosa e Hopeball si batte affinché non sia, nelle situazioni più povere del nostro pianeta, un privilegio di pochi ma un bene accessibile a tutti da cui attingere gioia, divertimento, esperienza e soprattutto speranza.

12672142_792374667561131_8792820506720365529_oE alla fine sei partito proprio da solo, grazie ai contatti di un’associazione di Pavia. Perché non con un progetto più “standard”?

Si, il grazie più grosso lo devo fare ai ragazzi di “Whanau Onlus” di Pavia! E’ vero, sono partito e sono da solo, ma l’ambiente che ho trovato qua non mi ha mai fatto pesare la solitudine, e questo è il frutto di un ottimo lavoro svolto sul territorio proprio da Whanau l’estate scorsa!

Il perché sta nel fatto che loro, come me, sono tutt’altro che standard e questo, a volte, è un pregio! In primis ho cercato di entrare in contatto con realtà più standard e di certo più rinomate, ma non è stato facile: ognuna di esse mi richiedeva un curriculum ed esperienze pregresse che io non avevo affatto, l’unica cosa che avevo con me era tanta volontà e passione, ma sembrava non bastare! Anche quelle associazioni che si sono mostrate interessate al mio progetto e che sarebbero state disposte ad affiancarmi mi hanno fin da subito comunicato che loro organizzavano “campi estivi” di massimo 6 settimane con attività e metodi già programmati: un pacchetto già completo insomma! Con tutto il rispetto per quelle realtà non era ciò che cercavo, non volevo un “campo estivo” – volevo vivere a fondo una realtà a cui dedicarmi. Con Whanau è stato diverso, fin da subito ho trovato sintonia di idee e soprattutto di passione nell’agire e loro hanno sempre creduto in me e nel mio progetto

12771761_780751562056775_432367519866064054_oDurante questo periodo come è cambiata la tua percezione del continente africano? Ti sei trovato ad affrontare realtà particolarmente difficili e sofferenti?

A questo proposito tengo a sottolineare, a mio avviso, una diffusa disinformazione dovuta a una scelta mediatica, da me non condivisa, di parlare di “Africa” quasi esclusivamente in merito a guerre, fame, povertà e disordini socio-politico-economici.  Questo tipo di informazione non fa altro che fomentare erronei pregiudizi e stereotipi xenofobi di “uomo africano”. Come si può riunire sotto l’epiteto di “africano” persone nate in Tunisia, Zambia, Sud Africa o Madagascar? Quando solo in Zambia esistono addirittura 72 diverse tribù e 9 lingue diverse!

Questa nostra concezione di Africa non è da considerare meno assurda della percezione di alcuni locali che erano convinti io fossi cinese. L’Africa è una puralità di culture, tradizioni e storie millenarie, ci sono ovviamente situazioni difficili e sofferenti, ma di questo non ne voglio assolutamente parlare, non è questo lo scopo di Hopeball.

Tramite Hopeball voglio combattere ogni forma di razzismo e discriminazione, soprattutto nel nostro Paese, e promuovere invece quegli aspetti di Africa che non si arrende, di Africa che sa divertirsi come noi ci siamo dimenticati di fare, che sorride, canta, balla, gioca, sogna e lotta.
Hopeball è con il mondo che spera.

12783802_785277501604181_1086700034065341722_oObiettivi nel breve e nel lungo termine per Hopeball?

Ne aggiungo uno a brevissimo termine: vincere la partita di campionato di sabato prossimo!
La partecipazione al campionato locale MOCAFA (MOnze Central Amateur Football Association) è un risultato eccezionale, i ragazzi sono entusiasti anche solo all’idea di partecipare ad un vero e proprio campionato!

La sfida maggiore a breve termine è quella di fare in modo che questa realtà non sia legata alla mia figura, il che comporterebbe il disgregamento di essa nel momento in cui dovrò partire, perciò oltre alla preparazione dei giocatori sto formando un allenatore che sarà così in grado di sostituirmi e permettere alla squadra di restare competitiva!

A lungo termine gli obiettivi non mancano e fin da subito ho spinto i ragazzi a guardare in avanti: nel giro di qualche anno vogliamo crescere parecchio come qualità e organico, ci piacerebbe nei prossimi anni acquistare un terreno per avere un campo da calcio tutto nostro! E’ questo di cui i ragazzi hanno bisogno, degli obiettivi a lungo termine! La situazione sociale del villaggio li costringe a vivere una routine sempre identica giorno per giorno e un obiettivo da realizzare li scardina da questa situazione.

In Zambia puoi rimanere solo tre mesi. E poi?

Sì, la burocrazia locale mi ha fornito un visto con durata massima di 90 giorni, ora sono a metà percorso.

A dire la verità non ci penso più di tanto, voglio concentrarmi sul mio progetto qui e ora senza distrazioni. Comunque ad ora ho avuto la conferma che questo progetto funziona, in molti si stanno interessando sempre maggiormente e quindi proverò a non terminarlo qui in Zambia, mi piacerebbe vivere altre esperienze analoghe in altri contesti; non dimentichiamoci che non bisogna allontanarsi molto da casa propria per trovare una realtà in cui ci sia bisogno di aiuto!

12495945_784305501701381_4548386165644135867_oTi senti di avere delle competenze speciali o dei talenti per cui sei riuscito a creare Hopeball o pensi sia qualcosa che possono fare tutti?

Certo, ho una competenza speciale! Ma quella l’hai già detta tu: sono pazzo! (ride n.d.r)
Una delle personalità che mi ha sempre più affascinato è quella di Philippe Petit, il “pazzo” funambolo che camminò senza protezioni su un filo sospeso tra le Twin Towers: egli un giorno disse “I limiti esistono solo nella mente di chi è a corto di sogni”.

Chi mi conosce lo può dire bene, sono un ragazzo semplice, tutt’altro che talentuoso! Peccherei di eccessiva umiltà sostenendo che sì, è alla portata di tutti, ma vi diffido dal pensare che sia un’impresa eroica!
Serve passione, volontà, sacrificio, ma serve soprattutto la lucidità di guardarsi allo specchio e analizzare la propria vita, serve sapersi criticare, serve saper accettare le sconfitte, serve avere la forza di scardinarsi dalle logiche che ci impongono una vita prescritta, serve non porsi alcun limite, serve infine essere se stessi. Non è facile al giorno d’oggi, ma se volete farlo provateci, o avrete perso in partenza!

12748014_790602444405020_916828155795177663_oCosa diresti a uno che vorrebbe creare un progetto da zero come il tuo?

Gli direi di contattarmi immediatamente! Il dialogo e il confronto con altre persone è il modo migliore per crescere e migliorare, ne trarrei vantaggio io stesso!
Un consiglio che mi sento di dare a tutti invece è questo: non smettete mai di mettervi in dubbio! Mettete in dubbio tutto, dalle vostre abitudini alle vostre più fondate certezze, ricordate che la vostra vita non è già scritta!

Ricordo di una sera, dalla finestra del mio ufficio a Londra vedevo Oxford Street muoversi frenetica come il più laborioso dei formicai, il sole tramontando dietro Hyde Park illuminava la consapevolezza che io mi sarei ritrovato lì la sera seguente, e la settimana dopo ed il mese successivo per anni ed anni. Poi una scintilla: “e se non fosse così?”
Ed eccomi qua.

12885732_795911177207480_7143190809499397804_o

Lascia una recensione

Cosa ne pensi? Lascia un commento!

Aggiungi un commento

  Iscriviti  
Notificami