Piccola storia dal cimitero ebraico di Sarajevo. Di susine e patate bollite

Non ho mai scritto nulla su Sarajevo, per un semplice motivo: non mi sono mai sentita in grado di farlo. Materia troppo emotiva, troppo calda, fluida, sconfinata. E in più non sono mai riuscita a tornarci. Sarajevo mi ha trafitto il cuore come pochi posti al mondo, la sogno sempre, la tengo vicino a me. Questa storia non parla di Sarajevo intera, che non potrei toccare mai. Parla della generosità dei sarajevesi e del cimitero ebraico di Sarajevo. Un luogo sommerso dal tempo, abbarbicato sul monte oltre quella circonvallazione che chiamano tranzit, nascosto dagli sguardi indiscreti.

Ma partiamo dall’inizio. Ho viaggiato per la prima volta nei Balcani nell’estate 2013, dopo aver sentito storie di volontariato in Bosnia e letto una guida meravigliosa scritta da due donne d’eccezione, che da decenni operano sul campo con i ragazzi figli della guerra. È stato amore a prima vista e non è un modo di dire sentito troppe volte: vero amore a distanza.

A Sarajevo ancora non c’era praticamente turismo. Non sono passati molti anni, ma sapete bene che in luoghi così delicati le cose cambiano in fretta. Non c’era Airbnb (e un po’ meno male), eravamo troppo sbarbati per essere credibili su CouchSurfing, e mio padre mi aveva assicurato che nei Balcani l’unico modo per trovare alloggio era facendosi accalappiare dagli affittastanze fuori dalle stazioni degli autobus e dei treni, trattando selvaggiamente in italoslavo, e poi seguirli fidandosi sulla parola. Così facemmo, da Spalato fino a Sarajevo.

E’ stato il viaggio delle scoperte, degli shock, della crescita radicale e del cambio di prospettiva sul mondo. In Bosnia ho capito che non volevo collezionare bandierine, ma volevo viaggiare per conoscere, ascoltare le persone, dare più sfumature a certe idee che conoscevo in teoria, ma non in pratica. Insomma, come dicevo da neomaggiorenne: volevo capire una cosa non con la testa, ma con il ginocchio sinistro. Con l’alluce destro. Con una clavicola, con tutto lo stomaco, con i polmoni. E, a modo suo, quel ginocchio sinistro ti avrebbe saputo dire com’era quel concetto, come si percepisce fisicamente, cosa significa a livello quasi emotivo-biologico. È un’idea che non ho ancora abbandonato e che sta alla base del motto di Pain de Route: viaggi selvatici, al nocciolo delle cose.

Primi autostop, primi bivacchi con sacco a pelo e senza tenda perché ancora non ne avevamo una, primi casini taciuti, i miei primi proiettili visti in un muro. Ricordo ancora la fitta fredda nel polmone sinistro, proprio sotto il cuore, quando li ho visti nei palazzi scalcinati di Mostar. Quella ferita non è più guarita: sta lì, a cicatrizzarsi in esperienza.

Ma voi eravate qui per leggere una storiella su Sarajevo. Ve l’ho promessa e l’avrete. Eccoci qui.

Eravamo diretti al Cimitero Ebraico di Sarajevo

cimitero ebraico di sarajevo bosnia erzegovinaLa strada ci era stata spiegata con carta e penna, a spanne. Sembrava che nemmeno i sarajevesi sapessero in quale parte delle montagne fosse veramente questo luogo misterioso.

Quel cimitero ha una storia tremenda. Tra i più antichi d’Europa, ospita ancora tantissime lapidi scritte in ebraico. Nella terra giacciono i discendenti di quei famosi ebrei sefarditi cacciati dalla Spagna nel 1492, che trovarono rifugio nei Balcani e sotto l’Impero Ottomano. La storia non si ferma qui. Durante l’assedio della città nella guerra di Bosnia (1992-1996), il cimitero ebraico di Sarajevo fu usato dai cecchini cetnici come postazione privilegiata per colpire i civili in città. L’assedio di Sarajevo fu soprattutto una caccia all’uomo disarmato, al ragazzino, al passante disperato in cerca di un po’ d’acqua. Le lapidi degli ebrei sarajevesi, in gran parte scappati prima, durante e dopo la Jugoslavia, erano già abbandonate, e furono crivellate dai proiettili, scavate, scoperchiate, usate come scudi. I cetnici arrivarono quasi a scavare delle trincee. Quando la postazione fu abbandonata, il cimitero venne addirittura minato, come larghe regioni dentro e intorno alla Bosnia Erzegovina.

Il cimitero oggi è agibile, le lapidi sono state risistemate, le fosse ricolmate, l’erba è ricresciuta. Siamo andati in questo luogo remoto e segreto, sorvegliato da un enorme candelabro a sette bracci, a meditare un po’ all’ombra di grandi alberi.

Lungo la strada, scritta sul muro, una sola parola: SREBRENICA. Ora, controllando su Google Maps, vedo con un po’ di commozione che la via del Cimitero Ebraico di Sarajevo è ulica Gabriele Moreno Locatelli, 11.

Vi invito con tutto il cuore ad approfondire queste due storie, specialmente se sarete diretti in Bosnia.

Ma tornando a noi: di ritorno dal cimitero ebraico di Sarajevo, silenziosi e un po’ scossi da quella visita, sbagliammo strada subito superata quella specie di strada a scorrimento bosniaco che corre lungo i pendii della conca dove si trova Sarajevo. Quella che sembrava una scala diventò di fatto una specie di frutteto. Un frutteto di šljive, quelle susine blu violaceo con la buccia coperta da quella patina opaca, che d’estate imperano nei Balcani, in Turchia, nel Caucaso, e che in Italia son molto più rare. Ce le vendono, a volte, come susine Stanley o President. Sono il mio frutto preferito da quando ero bambina: ne ho una pianta nel mio giardino. Beh, in quel preciso istante il bravo painderoutiano, diciannovenne e appena maturato, le voleva assaggiare e provare a portarsene qualcuna a casa. Ci addentrammo piano piano nel giardino con l’obiettivo di depredarlo di qualche agognatissima šljiva. Procedendo in silenzio, passo passo tra i filari, d’improvviso, comparve una vecchietta. E, dietro la vecchietta, comparve una piccola catapecchia, quasi un capannino di legno per gli attrezzi dell’orto.

Aveva un fazzoletto in testa e rideva, rideva tantissimo, col sole di un pomeriggio d’inizio settembre che le scaldava il profilo delle guance. Stava su uno sgabellino piccolissimo, e girava un pentolone che bolliva sopra un bel fuocherello vivo. Girava della marmellata di quelle susine lì, che emanava un profumo incantevole. Mi sentivo in una fiaba.

La guardammo, in realtà, abbastanza spaventati. Restammo immobili, come di fronte a una bestia feroce. Lei rimase ferma, continuando a ridere di gioia. Ci disse qualcosa piano piano, con la calma serena delle nonnine. Poi ci chiamò con un gesto. Venite, venite!, sembrava dire. Chiamò anche il marito, che usciva dalla capannina con sei grosse patate bollite nelle mani.

Il painderoutiano in erba non si aspettava altro che bastonate come punizione del cattivo proposito; invece l’uomo ci parlò con voce calda e lenta, voce di cui non capimmo assolutamente nulla, e ci lasciò le patate in mano.

cimitero ebraico di Sarajevo

Noi scendendo verso la città attraverso il frutteto, con le patate ancora in mano.

Rivolsi alla nonnina uno sguardo interrogativo.
Lei sorrise e chiuse gli occhi, alzò le mani al cielo e iniziò a urlare: sol, sol! Sol… sol!

La linguista in erba che era in me iniziò ad estrarre rapidissimamente dati dal cervello. Ma che significa sol?

L’uomo tornò presto con le mani piene di due coni bianchi. Ah, il sale! Le patate bollite si mangiano col sale!
Lo sparse sulle patate e ci fece gesto di mangiare, poi ci portò delle belle susine fresche. Divorammo quella merenda con voracità inaudita, in piedi davanti al fuoco, al pentolone e alla capanna. Poi strinsi le mani come si fa con gli anziani, accarezzandole, tenendole a lungo, e sparii di nuovo tra i filari, giù dalla montagna, verso la città. Con delle šljive in tasca, una patata nello stomaco e il cimitero ebraico di Sarajevo alle spalle, con le sue lunghe ombre di candelabro.

Quattro anni dopo ancora mi stupisco della facilità comunicativa che esiste nei Balcani; della generosità e accoglienza di popoli dilaniati dalla guerra; del calore umano gratuito che due vecchietti decidono di regalare a sei giovani sbarbatelli, scampati per un soffio a un chiaro futuro da criminali…

La storia oggi finisce qui. E’ una storia che racconto sempre, e chi mi conosce dal vivo sicuramente l’avrà già sentita, ma che non avevo mai avuto il coraggio di scrivere.
Spero che troviate nel blog altre risorse utili ai vostri vagabondaggi balcanici.

Nel caso, iniziate da questo post.

Una guida unica e particolarissima che consiglio sempre con tutto il cuore:
Sarajevo, A. Scavuzzo e S. Maraone

Non male come guida alternativa per i Balcani:
Yugoland. In viaggio per i Balcani

Ele

6 Commenti

  1. Ricordo di aver letto di quel cimitero in un libro che è a metà tra una biografia e un romanzo e ricordo la sensazione di pelle d’oca. Nel caso del tuo racconto invece non ho potuto fare a meno di sorridere perché il vostro incontro con i due vecchietti dimostra che non bisogna solo vedere pericoli, brutture e cattiveria. Anzi, c’è generosità, voglia di andare avanti e calore anche nelle persone che hanno visto le cose peggiori.

    1. Grazie come sempre Silvia, hai proprio ragione. Si leggono tante cose tremende di questi luoghi ma poi, per fortuna, la realtà quotidiana è di una dolcezza e delicatezza indicibili. Per me questo incontro era stato veramente fiabesco, un’iniziazione alla dolcezza.
      Grazie ♥

  2. Che storia bellissima, Ele. Non mi stupisce che dopo un inizio così abbia continuato a sentire il richiamo dei Balcani nei tuoi viaggi. Come sempre mi fai venire voglia di saperne di più.

    1. Grazie come sempre Alice, sono davvero felice e fiera di averti fatto venire voglia di saperne di più 🙂 sì, i Balcani sono stati un’iniziazione e il resto è venuto con estrema naturalezza.
      A presto e grazie ♥
      Ele

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