Storia di un uomo e di un bivacco in cima alla Majella, in Abruzzo

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Non c’è il sole, in vetta, e sembra inverno. La cupola pietrosa del monte Amaro è attraversata da banchi di nuvole dense, che si sfilacciano tra le pietre, velocissime.

Non ci sono più colori sul crinale, né piante, né erba o acqua. Tra i sassi che cedono sotto gli scarponi fanno capolino solo dei minuscoli fiori gialli, unica traccia di vita su quella superficie lunare. Mi guidano come una scia d’oro – pur nel loro colore brutto, come diceva Bulgakov -, un passo dopo l’altro, fino in cima.

La soddisfazione, con quelle condizioni meteo, ha vita breve. Ho le mani intorpidite dal freddo e non ho vestiti più pesanti di quelli che già indosso. L’unica cosa che si vede, in quel bianco disorientante, è il rosso acceso del bivacco Pelino. Apro la porta di ferro, saldata come quella di un sottomarino, con il vento contro. Nel buio, nel freddo e nel semiabbandono di quel bivacco – tanto famoso quanto vandalizzato e pieno di rifiuti -, trovo Sherpa ad aspettarmi, intento ad accendere il fornelletto per scaldare la cena.

Ceniamo in fretta, con la consapevolezza che ogni minuto perso in chiacchiere è un minuto sottratto al riposo – fase cruciale dell’avventura, fondamentale per tornare interi alla base. Ci scaldiamo per come si può, con i litri d’acqua contati alla precisione perché ci portino fino a valle, godendoci la sensazione del cibo caldo nello stomaco. Dai vetri rotti degli oblò entra una luce bianca, lattiginosa, che varia d’intensità al passare delle nubi.

Srotoliamo i materassini sulle lastre di legno dei letti a castello, indossiamo tutti gli strati possibile e ci mummifichiamo nei nostri sacchi a pelo, pronti al collasso, sperando di non morire di freddo. Non sono neanche le 20.30.

Una mezz’ora più tardi, sul bordone del vento che ulula tra le pietre, sento il portellone di ferro cigolare. Sollevo la testa nel sacco a pelo e apro gli occhi. Una sagoma lo spalanca con forza, ma non entra: il vento infuria sempre più forte e lui sta lì, in un cappellino scuro e una giacca a vento rossa, a racimolare le ultime forze prima di scavalcare il gradino.

A quasi 2.800 metri di altitudine, su picchi aridi e impervi e sul far del tramonto, un uomo è l’ultima epifania che ci si possa aspettare. Un’aquila magari, un falco, un camoscio o un lupo – ma non un uomo, non con quelle condizioni meteo.

Nestore si scusa per il disturbo, per averci svegliati e per non aver bussato: neanche lui si aspettava di trovare qualcuno lassù. Di questi tempi, poi! È piccolo di statura, il naso aquilino, capelli e barba bianca e lo sguardo acuto. Ha un accento per me inconfondibile e di certo non abruzzese, ma non mi sbilancio e lascio che sia lui a presentarsi.

«Da dove viene, se posso chiedere?»
Risponde con orgoglio.
«Da Benevento. Sapete dov’è Benevento? Sta nell’entroterra campano. Un’altra storia rispetto ai napoletani. Abbiamo caratteri completamente diversi. Siamo gente di montagna».

Anche Nestore è un Beneventum nella nostra serata. Seduti nel caldo dei sacchi a pelo, stiamo per ribattere con qualche parola sulla nostra fondamentale ignoranza di Benevento e la sua storia (a parte, chiaro, la vittoria su Pirro-il-re-dell’Epiro che nessuno studente potrà mai dimenticare), quando l’uomo si apre in un enorme sorriso, prende una branda libera e inizia a sistemare i suoi pochi oggetti per la sopravvivenza. È uno di quei casi in cui molte cose rimangono non dette: dei tre, quella sera, sotto il tetto di quel geode rosso in cima alla Majella, quello interessante è uno solo, e ha 76 anni.

A queste altitudini, quando ci si presenta, c’è una parola magica che cambia le carte in tavola. Ha tre lettere ed è una sigla: «Sono del CAI», ci dice con gli occhi che brillano.

Nestore ogni anno conquista un’altra vetta italiana in occasione del suo compleanno. È una sfida solitaria contro il tempo, contro l’età, contro l’impassibilità della montagna. Se noi ci abbiamo messo due giorni per raggiungere la cima, non senza fatica, Nestore è partito la mattina stessa da Campo di Giove. Il lato più ripido, pietroso e pericoloso della Majella, il versante occidentale. Un dislivello in salita di 1729 metri precisi, in giornata, a 76 anni.

Ci confessa, sotto voce, che a tratti è stata dura. Specialmente nelle vallate pietrose della Femmina Morta, dove il vento batteva implacabile e non c’era una singola forma di vita a confortarlo. «Faticoso» è la parola che usa. La dice senza rancore e senza la minima traccia di lamentela: fa tutto parte della sfida, del gioco, dell’amore per la montagna. E poi, alla fine, è arrivato.

Con un’eleganza magistrale e un’eloquenza tipicamente campana, piena di riverenze d’altri tempi, non ci chiede i nomi, ma solo la provenienza. La tentazione di dire qualche parola in più è forte, ma non si può inquinare l’aria così pura con parole superflue di fronte a un tale personaggio. Meglio ridursi all’essenziale e ascoltare.

«Io da Firenze, lei da Milano», dice Sherpa.

Scopriamo che sua figlia si è trasferita a Milano per lavorare in ambito chimico e che lui stesso frequenta Firenze molto spesso per delle ricerche personali.

«Non Firenze, per la verità, ma Sesto Fiorentino».

Ecco, per quanto riguarda certi luoghi disgraziati come Sesto Fiorentino, che per vari motivi conosco un pochettino, è evidente che il destino abbia distribuito nomi infelici a luoghi simili, accomunati da un passato fiero e combattivo. Da sempre la associo a Sesto San Giovanni, alle porte di Milano. Sesto Fiorentino è l’appendice industriale di Firenze, nella piana dell’Arno, afosa, umida e piena di zanzare, sulla strada Prato. E vicina all’Osmannoro, che a Firenze è diventato un termine più o meno sinonimo di Bronx. Un luogo in cui non ho mai trovato nessun tipo di bellezza o poesia (dopotutto anche Firenze doveva avere il suo disagio padano, per forza), se non la cupola del Brunelleschi che svetta tra i condomini anonimi alla fine del cavalcavia della Mezzana Perfetti Ricasoli. Oltre al polo scientifico dell’Università di Firenze – sui cui prati pascolano le pecore di un pastore -, l’autostrada, una discarica e un aeroporto sottoutilizzato, non riesco a trovare nessun motivo plausibile per cui un personaggio talmente in comunione con la natura debba recarsi con frequenza in quelle lande dimenticate.

Ma Nestore non riesce a finire la frase che mi torna in mente una storia incredibile. E forse capisco il perché di Sesto Fiorentino. È la vicenda di un’istituzione incredibile, cacciata dalla città di Milano allora governata dalla Lega Nord, e accolta proprio dal comune di Sesto Fiorentino. Me ne aveva parlato mio cugino poeta.

«Aspetti, aspetti. A Sesto Fiorentino c’è un centro… Una fondazione… O insomma un istituto che raccoglie tutti i nastri registrati e i documenti della cultura popolare italiana».

Nestore si spalanca in un sorriso radioso. Si sorprende per davvero. Da quel momento, inizia a guardarci con occhi diversi.

«Vedete, ecco perché ho fiducia nelle nuove generazioni», ci dice. L’Istituto Ernesto De Martino è un archivio sonoro che raccoglie migliaia di documenti, nastri, registrazioni e non solo. Tutto questo materiale è stato catalogato, negli anni, per documentare la cultura orale popolare, folcloristica e proletaria italiana oggi quasi scomparsa. È un luogo tanto importante quanto sconosciuto ai più, specialmente ai giovani, e Nestore non riesce a credere che Sherpa ed io ne avessimo sentito parlare. Quando l’Istituto fu cacciato da Milano nel 1997, il comune di Sesto Fiorentino diede un edificio storico in comodato d’uso perché vi trasferissero tutto l’archivio. E, tutt’ora, si trova lì: a due passi dalla Scuola di Liuteria Toscana e da quel famoso cavalcavia da cui si intravede il cupolone.

Nestore non è una persona qualsiasi. Nei suoi racconti di vita e di scalate emerge l’attivismo politico, per «ideali che per quanto mi riguarda non sono mai morti», e l’ingegneria ambientale: quello che ha studiato e che alla fine è la sua passione. Parliamo dei parchi italiani e della loro gestione – poco lontano da noi c’è il Parco Nazionale d’Abruzzo, il secondo più vecchio d’Italia -, del conflitto tra accessibilità del territorio e tutela, come per l’isola di Montecristo. Su cui rischiò di andare, una volta, grazie alla visita programmata di un suo amico che doveva diventare ministro dell’ambiente, ma che poi «fu fatto fuori, come si usava all’epoca». Parliamo delle montagne abruzzesi e del loro significato atavico, radicato nelle persone e nelle loro vite.

L’abbiamo visto anche noi, con quei pochi vecchietti e pastori incontrati lungo la via. Gente che ci parlava con gli occhi ridenti, in un dialetto stretto pieno di colori, di fronte a cui il mio italiano purgato si vergognava della sua pochezza. Anziani che salivano in quota per l’ennesima volta, con un bastone di legno, un cappellino e una vecchissima borraccia si e no da un litro appesa al collo.

Uno di loro, di ritorno dal Monte Amaro, si ferma a parlare con Sherpa, con la cordialità e il buonumore dell’alta montagna. 79 anni, terza operazione al cuore. Va spesso sulla vetta più alta per fare la sua «riabilitazione». Si solleva la canottiera bianca e rivela un’enorme cicatrice sul petto, fresca di un paio di mesi: una prova d’onore, da uomo a uomo. Poi scende di qualche metro, mi si avvicina e mi rincuora: «Coraggio. Ma per il monte Amaro è lunga, eh».

«Ecco, i pastori della Majella sono stati tra i pochissimi a non essersi mai opposti all’istituzione di un Parco. Era nel loro interesse. Lo capivano, lo vedevano che la montagna andava tutelata». Lo stesso luogo esatto dove ci troviamo ha un significato speciale per lui, quasi quello di un pellegrinaggio.

«Proprio qui, in questo esatto luogo dove ci troviamo ora», ci sussurra nel buio del bivacco, «si formò la Brigata Majella, il primo nucleo partigiano e l’unico ad aver ricevuto la medaglia d’oro al valor militare. L’Abruzzo era spaccato dalla linea Gustav e da queste parti i nazisti avevano fatto molte stragi. Da qui la brigata risalì tutto l’Appennino, liberando l’Italia, fino a Bologna». Il bivacco gelido, sfasciato da qualche incivile e dai colori instagrammabili assume, parola dopo parola, un significato sempre più ancestrale. È come la brace che sembra spenta, ma basta una folata di vento a ravvivare. Tra le varie stragi e distruzioni naziste in Abruzzo, c’era stata proprio quella del bivacco in cui ci troviamo, che fu ricostruito solo negli anni ’60 e poi ’80.

Nestore si scusa per la prolissità, di averci svegliati, di averci raccontato tutte quelle cose. Ma è colpito: «Il fatto che conosciate l’Istituto De Martino mi dice che siete brave persone. In posti del genere di solito si incontrano brave persone, ma voi… Siete diversi». Ribatto che non stavo del tutto dormendo, ed ero attirata dalla luce dorata che entrava dagli oblò. Volevo uscire a fare qualche foto, ma rischiavo di congelare. Grazie a lui, sento che è il momento giusto di uscire e non perdermi un tramonto da quell’altitudine.

Apriamo l’oblò e – spettacolo – le nuvole sono sparite. Si apre, a Est, tutto il litorale adriatico fino al Molise; a Nord il Gran Sasso, a Ovest il Morrone, il Sirente-Velino e a Sud-Ovest i monti della Meta. È Nestore a illustrarci la geografia di quelle montagne come se avesse una carta completa di nomi sotto mano, come un maestro che ha insegnato quei profili per una vita intera. La luce rosata colpisce il bivacco come una lama e lo spettacolo intorno a noi è semplicemente indescrivibile. Nestore è silenzioso e ride tra sé e sé, gioioso, grato.

Torniamo nel bivacco e vogliamo offrirgli qualcosa, un pasto o anche solo dell’acqua bollente per riscaldarsi un po’, ma non accetta: non mangia mai caldo in montagna e con sé ha tutta la sua frutta secca a nutrirlo. Quello che gli manca è l’acqua. Da Campi di Giove alla vetta non ci sono fonti ed è rimasto a corto per la discesa del giorno dopo. Per fortuna, tra gli indumenti abbandonati e la spazzatura, qualche buon’anima ha lasciato una bottiglia d’acqua sigillata e dei bicchieri di plastica su una branda. Nestore la offre prima di tutto a noi: è quello il bene più prezioso che possediamo, in quel momento, tutti e tre. Ma di acqua noi ne abbiamo abbastanza ed è lui ad averne bisogno.

Con grande umiltà, dichiarando i suoi intenti ad ogni movimento, Nestore apre piano la bottiglia, dicendo che ne berrà solo un po’ per dissetarsi il giusto e per conservare quella della borraccia per il ritorno. Lascerà la bottiglia a metà con un messaggio per i prossimi visitatori. «Nessuno deve avere sete in montagna. Nei bivacchi si arriva, si prende quello che manca e si lascia quello che è d’avanzo e può aiutare qualcuno».

È solo la seconda volta che dormiamo in bivacco e non mi sembra vero di poter parlare con un veterano della montagna, di essere iniziata alla filosofia di comunità e rispetto che vi è alla base. Di incontri così, Nestore ne ha fatti moltissimi. La gente che si trova nei bivacchi ha un’anima diversa, speciale, così come lo sono i pionieri del CAI. La fatica fatta per costruirne e restaurarne in luoghi così impervi è spiegabile solo con un amore smodato per l’asperità, l’ascetismo, la solitudine, la fratellanza che abita le cime. Ogni anno una spedizione del CAI di Sulmona ripulisce il bivacco Pelino, ma quest’anno, per ovvie ragioni, non si è potuto fare. Sulla Majella di bivacchi ce ne sono molti e non sono un’idea moderna: già i pastori abruzzesi costruivano i thòlos, ripari segnapista per i percorsi della transumanza. Una rete spontanea che dà una casa dovunque le gambe ti portino.

In alcuni bivacchi non c’è proprio nulla, altri hanno un caminetto, altri ancora un vero deposito di acqua e viveri lasciati di viandante in viandante. Al Di Marco c’erano delle candeline appoggiate sul camino, da usare per illuminare la stanzetta di notte. Nestore ce ne racconta un po’, incontrati nella sua vita. Sulle Dolomiti, sul Gran Sasso, chissà dove altro. Alcuni spartanissimi, altri meravigliosi, ma è una cosa che in fondo non importa, perché ogni bivacco è un regalo immenso, comunque sia.

«E se non è gelido, non è un bivacco». Bisogna svegliarsi con le finestrelle ghiacciate, in attesa dell’alba, e solo allora la notte è veramente una notte, la montagna è veramente una montagna e l’uomo è veramente un uomo.⁠

Ci addormentiamo mezzi congelati – il prezzo da pagare se si vuole stare seduti ad ascoltare -, mentre Nestore svuotava il suo minuscolo zaino e si vestiva per la notte.

Prima di chiudere gli occhi lo sento mormorare: «Mi raccomando, il primo che si sveglia domani faccia rumore, tanto rumore, che svegli anche gli altri!». Senza saperlo, avevo già messo la sveglia per le 4.50.

All’alba c’è poco da prepararsi, perché sono già vestita con tutti i vestiti che ho: una canottiera, una maglietta, due pile e un k-way. Ci sono sei gradi spaccati e le luci in lontananza di Pescara, l’unica grande città in vista, sembrano delle flebili candeline. C’è un banco di nubi basso sull’Adriatico, a tratti più denso e scuro, e voglio pensare che sia la Croazia, anche se quasi sicuramente non lo è. Saliamo quei pochi metri di dislivello fino alla croce e aspettiamo una mezz’ora, prima in silenzio, poi parlando – con tutto quel rispetto e quella riverenza con cui si parla durante l’alba – con il vecchio saggio.

In qualche modo finiamo a parlare di Mosca e San Pietroburgo, due città così diverse che sembra impossibile appartengano allo stesso Paese. Parliamo di Pietro il Grande e i suoi capricci, dei russi dell’epoca che lo odiavano e dei russi di oggi che lo adorano; di Mosca, che lui visitò negli anni ’70 grazie al PCI, dove poi portò anche sua moglie, delle piccolissime chiesette affrescate circondate dal vetrocemento dei grattacieli dell’era Chruščëv prima e Brežnev dopo. Quelle cose lui le ha viste in fieri, io ne ho visto solo il risultato. Parliamo della lingua russa, di come occupi ogni spazio possibile nella tua testa, soffocando le altre lingue che non usi più. Della Neva, delle notti bianche, degli architetti italiani a Pietrogrado, delle poesie di mio cugino.

Sherpa ed io e ci consultiamo sul da farsi. Dobbiamo partire prima che si alzi la temperatura, di modo da risparmiare acqua, ma prima abbiamo bisogno di una colazione calda. Abbiamo pochissimo cibo, che ci deve bastare fino a sera, ma decidiamo di offrire un’intera colazione a Nestore: sarebbe il minimo. Ci pensa Sherpa: gli si avvicina e decide che una busta intera sarà per lui. Con (nostra) sorpresa, Nestore rifiuta. Come se fosse infinitamente superiore a queste necessità basilari. Sta lì, seduto su una roccia, tutti i suoi vestiti stesi ad asciugare sulle pietre e a prendere il primo caldo del sole. Si gode lo spettacolo dell’alba, con un sorriso pieno, pienissimo in viso.

«E anche questa volta ci ha concesso questa meraviglia», dice. «È una fortuna, per me, vederne un’altra così, in un posto così».

Finiamo la nostra colazione e ci prepariamo a scendere, anche se non vorremmo mai venire via e lasciare Nestore alla sua discesa solitaria, ripidissima, sulle scarpate rocciose del versante occidentale. Ci piacerebbe chiedergli una foto insieme, ma con individui così grandi e saggi è davvero un tentare di rubare l’anima che non si addice, non si può fare. Sarebbe una profanazione.

Mi avvicino a lui per il massimo che ci consente il distanziamento sociale, anche se vorrei abbracciarlo come si abbraccia un nonno. Lo ringraziamo per aver condiviso così tanto con noi, per il tempo trascorso insieme. Sto per fare il primo passo verso la discesa, quando noto che tra le mani tiene un libro color grigio topo. È una brossura di carta opaca, leggermente in rilievo, particolare, che riconosco subito: la collana dei classici editi dal Corriere e in vendita a 1€ di qualche anno fa. Volume primo: il De Rerum Natura di Lucrezio. Lo legge con il testo a fronte in latino. Sulla natura delle cose: quale testo migliore, di fronte a un’alba del genere. È difficile, se non impossibile, pensare che incontri del genere avvengano per puro caso.

Scendiamo zittissimi, la luce radente sulla caldera lunare della Majella, fino al Monte Tre Portoni, sui cui dirupi si aggrappano i camosci. Sherpa si ferma e mi fa segno di venire senza far rumore. In agguato, dietro il crinale, c’è un lupo.

Questo racconto avrei voluto comparisse sotto la voce “bivacco” nel mio primo libro, “Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici”, in uscita il 23 luglio. Nestore ha incrociato le nostre vite con un mese di ritardo sulla consegna, ma voi, vi prego, considerate questo racconto come una naturale estensione del libro.

A presto e grazie per tutto l’entusiasmo con cui mi avete seguita fino ad oggi!
Eleonora

Libri consigliati in questo articolo

Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici: tutti i link qui
Poetically scorrect, di Paolo Cerruto: su Amazon, Libraccio e Feltrinelli.

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3 risposte

  1. Che storia incredibile, bravissimi!! Riguardo all’Osmannoro io ci lavoro, e non sai quante volte guardo in lontananza e la prima cosa che mi chiedo è che nome possono avere quelle cime che vedo così maestose. Montagne, l’emozione di quello che insegnano.

    1. Grande Matteo! Anche l’Appennino da quelle parti è davvero molto bello, specie nelle giornate limpide… si riescono a vedere anche le Apuane da Firenze a volte!
      Grazie del commento!
      A presto!
      Ele

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