Storia di un passaporto perso a Baku, Azerbaijan

baku

Ci sono storie che vale la pena raccontare. Mi ricordo che lo pensavo per auto-confortarmi, mentre piangevo disperata vagando per i vicoli della Città Vecchia di Baku: un giorno ne riderai. Ho lasciato decantare il fastidio e fatto sbollire il sangue – e quel giorno, cari miei, è arrivato. Questa storia vi ruberà dieci minuti del vostro tempo, ma vi assicuro che non ve ne pentirete. Staccate Instagram, abbassate la musica, mettetevi comodi e preparatevi a spanciarvi dal ridere. La storia è semplicemente assurda. In fondo non capita mica tutti i giorni di perdere un passaporto a Baku!
Il mito ci insegna che: è meglio non perdere passaporti, specialmente a Baku. Ma anche che, nel caso dovesse succedere, un teatrino di cento attori diversi accorreranno in soccorso di due povere diévushki indifese.

E alla fine ce la si cava sempre.
Buona lettura!

Atto I. L’antefatto: il vaso di Pandora

Scendiamo dalla navetta, il passaporto di MamaAfrika non c’è. Semplice, direte voi, ma niente ciccia. Potrei popolarvi questo incipit ultrascialbo con qualche personaggio che ronzava intorno alla testa di una che aveva dormito solo due ore, e male, su un volo low-cost atterrato alle 3.15am italiane. La poliziotta alla frontiera in aeroporto, giovanissima, sciatta, assonnata, che mi ha tenuto venti minuti in piedi a fissare una telecamera per cercare di identificarmi. La spazzina in tuta da uomo, faccia scavata e un sorriso timidissimo, che mi ha fatto il biglietto della Baku card schiacciando i tasti giusti della macchinetta in azero. La donnona russa seduta di fianco a Mama, che mi raccontava della città, e con cui chiacchieravo sotto gli occhi increduli del ragazzo ungherese che non si capacitava della mia nazionalità. “Ma no, dai, sei kazaka”. E aridaje.
Scendiamo dalla navetta, il passaporto di MamaAfrika non c’è. L’aveva tirato fuori per non lasciarlo incustodito nella stiva, l’aveva messo in una tasca aperta della giacca, ma quando siamo scese non c’era più. Con la lucidità mentale delle due ore di sonno abbiamo cercato sopra, sotto e intorno all’autobus, allarmato autista, poliziotto random di passaggio e persino alcuni passeggeri. Passaporto niet, ma abbiamo trovato, in compenso, Galina.

Aspettava forse un autobus, pelle molto chiara, un nasino aguzzo, parlava un russo sottile con voce acuta e ariosa. Le ho chiesto se potevo usare il suo cellulare per chiamare Sevil, la nostra host CouchSurfing. Mentre telefonavo e nel frattempo spiegavo al poliziotto di contattare l’aeroporto, Galina ci comprava delle caramelle a un chioschetto e ci rincuorava con la pace che solo i caucasici riescono ad avere in questi casi. Avrei voluto dare molto di più a una ragazza come lei, il mio primo vero contatto umano a Baku. Ci ha abbracciate forte e augurato ogni bene. Non ho un contatto, non ho un numero, sono solo riuscita a strapparle un nome prima che svoltassimo l’angolo. Ma il passaporto non c’era.

Atto II. L’Ambasciata Italiana di Baku

Se fino all’incontro con Galina ero in modalità “prima-dormo-poi-penso”, dopo il sonnellino su un letto vero ho iniziato a presagire il peggio e a somatizzare l’ansia e la tensione. Reperito il numero d’emergenza, abbiamo chiamato l’Ambasciata Italiana di Baku. Ma andiamo con calma.

  • Chiamiamo il numero “per le emergenze”. Ci dicono che in orario lavorativo bisogna chiamare il centralino normale.
  • Chiamiamo il centralino normale. Ci risponde una ragazza azera che non ha idea di cosa si debba fare in questi casi (yey!) e che deve chiedere ai suoi superiori, al momento occupati in una riunione di cruciale importanza per la scacchiera delle potenze mondiali. Ah, e poi l’addetto passaporti era gravemente malato. “Non preoccupatevi, vi richiamo tra un paio d’ore”.
  • Ci fidiamo della nostra Pollyanna delle relazioni internazionali e attendiamo sorseggiando un po’ di azerçay, il tè azero. Dopo due ore di occhi puntati al telefono, non arriva nessuna chiamata.

Decidiamo di tornare in centro e presentarci in Ambasciata chiedendo spiegazioni perlomeno sul come muoversi, perché in Azerbaijan è obbligatorio girare con un documento valido; e io stavo già facendo le stime del prezzo a cui avremmo potuto ricomprare quel passaporto da un terrorista iracheno nel Deepweb.

La ragazza è un soprammobile caricato a sorrisini falsi e aiuto zero, che cerca di tranquillizzarci sul fatto che di solito i passaporti in una decina di giorni sono pronti. Una decina di giorni. Una de-ci-na-di-gior-ni.

Riavvolgo il nastro, perché non so se avete colto tutto il drama di questo passaggio. Siamo in Azerbaijan, non a Zurigo. Abbiamo perso un passaporto. Abbiamo un volo da Kutaisi, Georgia occidentale, 8 giorni dopo. In Ambasciata vogliono farcelo in “una decina di giorni”.

Le spiego dove si trova Kutaisi. Accampa scuse senza capo né coda. Le facciamo notare che ci aveva promesso di richiamarci e che non l’ha fatto. Risponde che hanno “tanto da lavorare” e che non sono “tutto il tempo nella stessa stanza”. La segreteria politica di Trump.

Me ne vado esasperata, mentre MamaAfrika rimane lì ad aspettare non si sa bene cosa, prima di ottenere un indirizzo di una stazione di polizia dove poter fare la denuncia di smarrimento, primo documento necessario per qualsiasi altra azione.

Recupero MamaAfrika e partiamo alla volta della fantomatica stazione di polizia. Manco a dirlo, a casa del diavolo. E qui comincia il nostro terzo atto.

Atto III. Tour delle migliori stazioni di polizia di Baku

Entriamo in un ufficio più o meno a caso, dove un signore baffuto sta guardando una partita di calcio sul cellulare dietro a una scrivania sommersa di scartoffie.
Se parlava inglese? Chiaro che no: solo russo. Nervi saldissimi, davai rispiega tutta la storia in russo zoppo e cieco: zio baffone, ci serve una strabenedetta deklarazia di smarrimento. E scrivi. Disegna. Mima. Canta e balla. Digli di chiamare l’Ambasciata Italiana per farsi spiegare in azero chemminchia devono scriverci. L’Ambasciata non risponde. Chiamiamo tipo sei volte: niente. Casualmente, mentre ero sull’orlo di un esaurimento nervoso, passa di lì un poliziotto giovane, che si incuriosisce ed entra nell’ufficio. Grazie alle sue venti parole di inglese riusciamo a capire che no, purtroppo loro non fanno questo tipo di deklarazie. Ci hanno indicato il posto sbagliato. E quello giusto è dall’altra parte della città (ma dai?).

L’ufficio chiudeva alle 17. Erano le 15.30.

Va bene, buon uomo, ma come ci possiamo arrivare: in metro? Niet, metro niet. A piedi? Niet, niet, è lontano. In taxi? Niet, niet, il taxi è costoso per due diévushki come voi. E proprio in quel momento, sfilandosi il berretto, inondato dai raggi di un caldo tramonto azero, il nostro giovane pulotto si offre di portarci a destinazione con la sua macchina. Questo a dimostrazione che non sei tu che vai all’autostop: è l’autostop che viene da te.

Sfrecciamo per le strade di Baku su sedili in pelle, sfogliando la sua gallery Instagram, facendo apprezzamenti sulla di lui moglie (una straf*ga) e facendo un rapido tour di tutti gli edifici istituzionali dell’Azerbaijan. Our president – the best, ci dice davanti al Parlamento. No doubts, gli rispondo (sic).

Non ho ben capito come siano strutturate le stazioni di polizia dell’Azerbaijan, perché non ci sono cartelli né niente, e sembrano stanze vuote a caso in posti a caso. Il pulotto va avanti e spiega un po’ la situazione allo sportello, prende MamaAfrika e si mette a compilare un modulo, apparentemente il modulo che stavamo cercando. Nel frattempo io inizio a ciarlare con il capetto, un altro nasuto baffo ma simpatico. Dopo i soliti convenevoli Albana-Celentana mi racconta di conoscere una sola città italiana, un porto dove suo fratello, che non ho ben capito che lavoro facesse, era transitato qualche anno prima. Inizio a sparare nomi: Napoli? Bari? Genova? Venezia? No. Do fondo a tutte le mie conoscenze geografiche della quarta elementare, da Brindisi a Livorno, per poi scoprire che la città era… Ancona. E inizia a raccontare. Moglie, figli, fratelli. “Sembri proprio kazaka”. Sorrido come fosse la prima volta che lo sento. Gli manca un anno alla pensione. L’anno prossimo voglio andare in Italia, mi dice. Ad Ancona.
Do poi un occhio al modulo compilato (in russo e azero). Nome, cognome… patronimico. Copiando paro-paro e in ordine dalla fotocopia del passaporto, il nostro gentil pulotto aveva inserito come patronimico di MamaAfrika “Foggia”, la sua (ridente) città natale. Questo perché in tutta l’ex URSS la gente ha nome, cognome e patronimico. Che è sempre il terzo parametro. MamaAfrika, figlia di Foggia! Ci annullano il documento e dobbiamo ricompilarlo da capo. Dopodiché non è finita: il foglio va firmato e timbrato, ma lo può fare solo il superiore del sig. Ancona.

Sarà pronto in… sei, sette giorni, ci dice.

Scusi?

Mi scatta la modalità pikola-racaza-di-grande-rrusia-molto-bisonio-daiuto. Entro nello sportello con testa, spalle, mani incrociate a preghiera. La prego la prego la prego, signore, lei è così buono e gentile. Conosce Ancona, no? Siamo amici, no? Celentano, no? Per piacere, signore, solo lei ci può aiutare, noi siamo due piccole dievushki. Abbiamo un volo dalla Georgia, dobbiamo lasciare l’Azerbaijan il prima possibile. Senza questo foglio non possiamo fare niente. E tutto dipende solamente da lei.

Sorride sotto il baffone. Sta funzionando.

Mmmh, va bene… Per voi sarà pronto in tre giorni.

Fingo una lieve soddisfazione, ma gli faccio capire che l’urgenza è maggiore. Scende a domani. Gli chiedo di averlo subito. Ah, kazaka, kazaka… Va bene. Provo ad andare dal capo.

Vittoria! Due ore di attesa (anche il capo lavora da remoto come analista a Wall Street) e poi la fuga liberatoria. Il pulotto ci riaccompagna a casa da Sevil, è già buio. Non ho idea di come si chiami. Però mi segue su Instagram.

Al mattino Mama si fionda in Ambasciata. Dove si sente dire che il modulo non va bene: quella è una dichiarazione, mentre a loro serve un’autodichiarazione. Facciamo notare che il giorno prima non hanno mai risposto al telefono, non ci hanno fornito un interprete e ci hanno pure mandati nella stazione di polizia sbagliata. Per giunta dicendoci di fare il documento sbagliato. Chapeau.

Chiedo di scriverci un modulo giusto in azero da ricopiare e una lettera di accompagnamento. Torniamo alla stazione di polizia in metro, arrivando però dal lato sbagliato della strada. Per chi non è mai stato in Caucaso sembra difficile da immaginare, ma le strade nelle grandi città sono delle autostrade a sei corsie per lato, rigorosamente senza sottopassaggi, lunghe decine di km e perennemente intasate di traffico caucasico. Seguiamo il marciapiede finché non scompare e diventa un tutt’uno con l’autostrada in curva. Un vecchietto ci dice che non ci sono sottopassaggi e l’unica è attraversare a caso (un’autostrada, in curva, a Baku).

Ho stimato a spanne che sarebbe stato stupido finire ricoverate in un ospedale azero senza passaporto e con un mandato d’arresto per clandestinità e attraversamento pericoloso. Stavo per piangere, quando si è fermato un taxi. L’ho supplicato (con la modalità pikola-racaza-etc) di traghettarci dall’altra parte dell’autostrada, facendo inversione a U un centinaio di metri più avanti. Mi ha guardato malissimo, ma ha iniziato a slittare di corsia in corsia, in un nugolo di clacson, fino allo snodo, per poi ripetere dall’altro lato. Mi chiedo ancora se non sarebbe stato più sicuro attraversare a piedi, in curva.

Nella stazione di polizia ormai ci salutano come parenti stretti. Torno da Ancona e gli spiego l’andazzo. Inizia a ricopiare il documento su un computer del pleistocene, battendo sui tasti singolarmente con l’indice, esattamente come farebbe un bradipo sedato allo zoo di Berlino. Dopo una ventina di minuti di sforzo sovrumano ci dice che non capisce la città di nascita. “Foggia”, diciamo, “con doppia g“. Ripete: “Fogghia, Fogghia?”, rispondiamo di sì.
Dopo un’oretta, il documento è pronto. Lo stampa. Do un’occhiata veloce per controllare.

Ha scritto Foqqia. Cioè: Foqqia. Con due stracaz*o di q. La vena del collo inizia a pulsarmi aggressiva, tipo Goku Super Sayan.
O muoio o mi digievolvo nel Dalai Lama, penso. Tiro fuori il mio miglior sorriso acquaesapone.

Ancona, gli dico, ci sarebbe un piccolissimo errore. Le due lettere devono essere delle g, non delle q. Presagendo il peggio, vedo che afferra una penna e traccia due piccolissimi trattini sotto le q.

Così va bene?

Atto IV. Diévushki alla riscossa

Schizzando come fulmini, dopo un altro paio d’ore di attesa tra nonnone che urlavano e piangevano abbracciate a poliziotti e un’atmosfera da mercato del sabato sezione pollame, torniamo all’Ambasciata. Dove è spuntato un nuovo, intrigante personaggio: il carabbiniere. 

Giovane, gentile, primo giorno di servizio all’estero. L’hanno mandato a Baku, poraccio. Gli chiedo se parla azero. Risponde di no. Allora parla russo? Nemmeno. Sa solo un po’ d’inglese. Gli faccio i miei migliori auguri. In Ambasciata compare un secondo, nuovo personaggio. È il MachoItaliano. Pullover bianco attillatissimo da cui sporgono pettorali da quarantenne con capezzolini turgidi. Non troppo alto, abbronzato, chioma al vento. Si scusa per il trattamento che abbiamo ricevuto, è rammaricato, ma sapete, non è competenza del mio ufficio. Un frittatone italiano!

Il nostro MI è però più malleabile, e riusciamo a ottenere almeno di usare un computer con internet e chiamare in Italia dal loro telefono. Chiamiamo l’ufficio passaporti di Foggia, ma non risponde nessuno. Nel frattempo Mama dice a suo padre, un santo di nome Imed, di andare in questura a Foggia a cercare di persona l’addetto passaporti.

Nell’asse Baku-Foggia ovviamente non poteva andare tutto dritto, infatti il numero scritto sul sito di Foggia era sbagliato. Imed, dal suo cellulare, passa l’impiegato passaporti foggiano al nostro MI, che contratta selvaggiamente per ottenere il nulla osta. Perlomeno il passaporto di Mama, probabilmente già arruolato con l’Isis in Siria, viene bloccato dal sistema. L’Ambasciata di Baku è però in chiusura, e il MI ci comunica che saremmo dovute tornare la mattina dopo e che lui stesso, massimo alle 10, ci avrebbe fatto trovare il passaporto stampato.

Il giorno dopo ovviamente il passaporto è stato rilasciato ben più tardi, ma abbiamo comunque festeggiato con un bel succo di melograno venduto dentro una bottiglia a forma di bomba a mano (in russo melograno si dice granat). Così, per restare in tema emozioni forti.

Questo è quello che vi dovevo dire, e spero vi sia piaciuto. Baku, sbatti vari a parte, è una bellissima città. Occhio solo ai passaporti. Aspetto i vostri commenti (e le commiserazioni)!

Eleonora

6 Commenti

  1. Stefano

    Per alcuni minuti sono tornato con il pensiero a Tashkent, non è Caucaso ma l’andazzo è lo stesso. Racconto esilarante, coinvolgente Eleonora. Baku però mi frulla in testa da un po’ di tempo, magari associato con l’interno del paese.Che ne dici?

    1. Dico che è una buona idea! 🙂
      Già, anche se l’Asia Centrale in media dev’essere ben peggio del Caucaso… Non augurerei nemmeno al mio peggior nemico di perdere documenti a Tashkent o ad Ashgabat!
      L’Azerbaijan è un paese ancora sconosciuto e in gran parte inesplorato. Baku è una città molto moderna che cambia a vista d’occhio, pulitissima, efficiente, mentre il resto è di certo più “caucasico”. Adesso il visto si fa online con una velocità e comodità impressionante, io direi di farci un pensierino serio 🙂

  2. Silvia D'Oria

    Ho lavorato in Ambasciata a Baku per diversi mesi e ho constatato quotidianamente un’invidiabile professionalità. Ho avuto l’immenso onore di seguire dal vivo e appassionatamente la storia che hai appena narrato e rileggendola adesso – fra un popcorn e l’altro – mi sono domandata: ma quando è accaduto tutto questo? Le cose non sono andate esattamente così. Vorrei darti un consiglio: la prossima volta che insulti pesantemente la pubblica amministrazione italiana cerca di essere esente da critiche. E stai più attenta ai numeri da chiamare, alle indicazioni che ti vengono date e alle parole che usi.

    1. Gentile sig.ra D’Oria, mi rammarico si sia sentita offesa dalla nostra esperienza. Quello su cui scrivo, però, è un blog di viaggi e un diario di avventure in prima persona, non un giornale d’inchiesta. Ho romanzato, omesso e semplificato molti passaggi in virtù di una narrazione fluida e divertente, perché credo che a nessuno dei miei lettori interessasse il dettaglio della procedura burocratica seguita né una cronaca sterile in presa diretta. Aggiungo poi che l’articolo ha intenti ironici e sarcastici ben dichiarati, ma nessun “insulto” – di cui allego la definizione in lingua italiana per amore e attenzione all’uso delle parole: http://www.treccani.it/vocabolario/insulto/

      Sono felice di sapere che la sua esperienza in Ambasciata è stata positiva e le auguro di (non) avere a che fare con molte altre storie altrettanto appassionanti nella sua carriera.
      Cordiali saluti,
      ES

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