Diari di viaggio | In treno verso Ekaterinburg, la porta della Siberia

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Ganina Yama, il luogo dove sono stati seppelliti gli zar uccisi dai bolscevichi nel 1917, poco fuori Ekaterinburg

Avrei così tanto da dire di Ekaterinburg, eppure non so da dove iniziare. Per il momento raccolgo qui (insieme ad alcune foto inedite) quei piccoli post che scrivevo dalle mie 27 ore di treno partito da Mosca, rimuginando sulle distese di neve, sugli Urali, sui lunghissimi treni russi…

Buona lettura, cari painderoutiani.
Ele

I. Un treno diretto a Nerjungri, Sacha-Jacuzia, Russia

Brutta giornata per una partenza.
Il meteo ci illude che stia arrivando il disgelo, quando la primavera non è mai in anticipo, in Russia, e di invernaccio ce ne sarà ancora un bel po’. Pantani, neve mista ad acqua, cielo plumbeo. La gente è taciturna.
Prima volta a Mosca Kazanskij, la stazione dell’Oriente. Chiunque prova a venderti un servizio, che sia un pezzo di polistirolo su cui sederti in assenza di panchine o un carretto con cui trasportare le valigie. Ma gli acchiappa clienti sono disoccupati, a febbraio.

Salgo su un treno diretto a Nerjungri, Jacuzia.
Città che non avevo mai neanche sentito nominare. Probabilmente con le armate di Risiko l’avrò schiacciata cinquecento volte…
Treno vecchio, di quelli belli, col samovar tutto acciaio e bulloni, bagno “biologico”, come lo chiamano i russi; un buco e un pedale, come lo chiamarei io, e lavandino che sembra uscito dalla sala macchine di un sommergibile sovietico

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Il mio platskart sembra un catalogo di etnologia. Un vecchio barbuto con tutte le dita mozzate che puzza di alcool e tabacco, nel letto sotto di me; un kazako coi denti d’oro, vicino al bagno. Una russa obesa con gli occhi a fessura, che quando dorme ha il collo che si fonde con la testa. Un’ucraina vestita rosa shocking, amica dei peggiori avanzi di galera del vagone accanto. Il solito panzone innocuo che gioca a candy crush. Una donna dolce e premurosa, che legge romanzi rosa con biondone scollate in copertina; un nonnino tutto pepe, una bàbushka addormentata in un fazzoletto rosa a fiori, una provodnitsa con un viso quasi eskimese, ma bionda e con gli occhi azzurri, l’altra bella pienotta, dai tratti mongoli. I soliti ragazzini rachitici in tuta adidas, le solite sciure inanellate che comprano servizi di porcellana made in china, lampadari, piatti, vasi enormi o animali impagliati dai venditori ambulanti in piedi nella bufera e sui binari, quando il treno fa soste più lunghe, e che ti assaltano se provi a scendere dal treno.

Ah! Questa Russia. Mi chiedo se avrà mai una fine.
Vi aggiornerò tra un migliaio di km

II. Gli Urali e Ekaterinburg, la porta per la Siberia

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Un lago ghiacciato con una piccola isola, in mezzo agli Urali

E’ strano imbattersi in qualcosa che non sia bianco e piatto. La Russia è sorprendentemente tutta uguale e diversa insieme. Un occhio attento lo vede che non siamo più vicino al Grande Cuore, a Mosca: lo sente nell’aria. Mancano le connessioni, l’elettricità. Non prende il telefono. La notte è buia per davvero.
Basta un momento di distrazione, in quelle ventisette ore, ed è troppo tardi. La terra nera e bianca si fa più ondulata. Ondulata con gentilezza, sia chiaro, e apparentemente senza motivo. Il cielo si apre un po’, la taigà lascia spazio a qualche radura, le betulle si fanno più alte e sottili quando crescono tutte vicine.
Ciuvascia, Tatarstan, Udmurtia. La terra cambia nome, diventa sempre più irreale. Piccole casette sommerse di neve, troppe finestre per la superficie delle pareti. Più basse e attaccate al terreno possibile, per trattenere il calore; con piccoli tetti spioventi, per far scivolare la neve.
Il pallore del cielo e della neve non risparmia nulla, neanche i dettagli più insignificanti, che si animano di luce spettrale e si profilano di bianco.

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L’uomo senza dita mi chiama.
– Diévushka, vuoi un caffé?
Non ho avuto il coraggio di chiedergli il nome, ma per me si lui chiama Grigor. Non faccio in tempo ad abbozzargli un sorriso che li vedo spuntare laggiù, lontano: neri, curvi, addormentati. Eccola, la distrazione. Lo sapevo.
Grandi colline coperte di pini, lunghe, lunghissime, molto basse, nebbiose e pigre, piene di mistero. Gli Urali. Molto bassi ma molto larghi. Ci vogliono ore ad attraversarli per larghezza. A volte sembra scompaiano, ma poi riaffiorano, con la solita pigra gentilezza. A volte scavano valli tagliate da torrenti ghiacciati, accolgono qualche ponte ferroviario o capanne sempre più piccole e più sommerse di neve. Sembra che l’uomo qui abbia timore di queste montagne, che faccia di tutto per non disturbare quel paesaggio addormentato.

A Ekaterinburg tutto è Urali. Le pareti della metro, con i loro marmi screziati e i lampadari di ferro battuto. L’Uralmash, quartiere di Ekaterinburg, il Bronx russo. L’università degli Urali. La FC Ural Ekaterinburg, con le sue sciarpe nere e arancioni. Le estati di chi vive laggiù, trascorse a cercare fiumi e tane di orso. Mi tiro un pizzicotto: ancora non ci credo.

Benvenuti al Confine d’Europa. Da qui comincia l’Asia.

III. Indietro, verso il Tatarstan. Un treno sordomuto

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Olya all’alba, che dorme ancora. Da qualche parte in Udmurtia

Il treno è stranamente silenzioso e buio. Olya mi sorride, ha voglia di chiacchierare. Mi presenta al marito: questa diévushka è italiana! Ma pensa un po’! Un’italiana a Ekaterinburg, oltre gli Urali…
Poi attacca bottone col ragazzino del letto di fronte. Non risponde. Lo chiama di nuovo: nulla. E’ fisso con lo sguardo fuori dal finestrino buio.
Una ragazza con una maglietta gialla viene dai letti di fianco, gli si avvicina, gli tocca una spalla. Lui si gira con un sorriso immenso. Muovono le mani rapidissimamente, parlano, ridono, raccontano tantissimo. Sono sordomuti. E come loro i tre quarti del treno: un gruppo di ragazzi giovanissimi e alcuni accompagnatori vanno verso Mosca.

Il treno tace. E’ una situazione surreale. Si sentono solo i movimenti delle lenzuola ruvide, lo svolazzare delle loro mani, i tintinnii dei bicchieri di tè. Olya forse non ha veramente capito. Il marito sonnecchia. Anche la provodnitsa continua a parlare imperterrita a tutto il vagone, mentre le magliette gialle la guardano un po’ spaesate, cercando di cogliere qualche movimento o gesto della donnona.
Io, dal mio lettino, rimango incantata a guardare la poesia con cui due ragazzine si raccontano qualcosa di molto divertente, piegate dal ridere. Visi pulitissimi, sguardi vispi, molto carine. Il loro linguaggio dei segni (che è in russo e non universale) ha qualcosa di bellissimo, è magnetico. Vorrei poterlo leggere, vorrei tantissimo.

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Il treno parte, lascia la stazione di Ekaterinburg, sotto il cui nome è scritto Europa | Asia. Lo sferragliare e i fischi del treno, il dolce movimento sulle rotaie, il profumo di pulito delle lenzuola bianche, il caldo del platskart d’inverno mi fanno sprofondare in un sonno stravolto. Ogni treno è diverso e unico. Ha un suo carattere. Rivela cose degli uomini e delle terre che gli altri ti nasconderanno, solo perché non era il momento giusto per fartele conoscere. Nelle molte ore, intanto, guardo la neve, e mi preparo a tornare in Europa e ad accogliere Kazan’, la grande tatara.

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