Turchia mistica. I dervisci rotanti di Bursa

BursaCome, come, whoever you are, come! Our lodge is not for hopelessness!

Sono seduta di fronte alla sua espressione beffarda, fissandolo dritto negli occhi. È la prima volta che parlo a un personaggio così improbabile. Sorseggiamo entrambi il nostro succo d’arancia chimico, di quelli frizzantini che sanno di Polase malsciolto. Solo dopo venti minuti di sudore su vecchi divanetti marroni in fintapelle mi accorgo che questo strano individuo non ha le gambe. Parla un discreto inglese, cosa rara per essere turco, racconta storie incredibili di viaggi leggendari, business fruttuosi e case affittate in tutto il mondo. Ma è in realtà uno di quegli strani figuri che a Bursa chiedono l’elemosina nelle strade, seduti su due cosce mozzate da chissà quale macellaio o strano morbo.

Dire grazie in turco è molto facile. Si dice te…shcuhdncididksnshfu
Eh?
Te lo ripeto: te shxhsbchjjkkshcue
Ehm. Mi sa che non ho capito…
Facile! Teşekkür ederim!

Provo a ripeterlo. Pessimo risultato. Ride come un pazzo fino alle lacrime. Che umiliazione. Lingua spietata con lo straniero, il turco.
Siamo nella capitale religiosa della Turchia mediterranea, Bursa. Fa un caldo pazzesco e soffocante, siamo stanchi e nervosi dopo troppe ore di viaggio. Lo storpio continua a parlare, è davvero una lingua lunga. Questa volta però ci racconta un’altra storia che ha dell’incredibile…

Bursa è una città davvero strana e inaspettata. Bella? No di certo. Case storiche si mischiano a condomini in cemento armato color pastello sbrodolati di inquinamento, in un accatastarsi inconsueto. Moschee grandiose e mausolei restaurati ingenerosamente, pitturando sulla ceramica vecchia di cinquecento anni.

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In questo marasma turco lo Storpio (passatemi il termine, non saprei come altro chiamarlo) ci racconta di una Madrasa e Moschea insieme che porta in sé un segreto antico e inestirpabile dalla città di Bursa. Avevamo già sentito parlare delle leggende sui Dervisci Rotanti, un’eresia più “clericale” e sincretica dell’Islam, che la rivoluzione laica dei Giovani Turchi ha quasi fatto scomparire. A Istanbul ormai sono spettacoli a pagamento per turisti, con ballerini addestrati che danzano tra luci, fuochi, fumi nei teatri.

Un po’ scettici, aspettiamo il tramonto e andiamo. Persi tra i vicoli bui di Bursa, chiediamo a una ragazza se conosce la strada per il Centro Culturale Karabaşi. Si illumina: “ma certo, qui tutti lo conoscono…”. Entriamo nel cancelletto e ci sediamo sotto un grande fico. Siamo gli unici occidentali. Ci raggiunge un uomo brizzolato che parla inglese, ci offre un tè e ci racconta la storia della scuola, mostrandoci tutti i luoghi dove i bimbi dervisci si esercitano e studiano. Da 4 anni ormai ci sono anche 44 donne dervisce…

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L’idea del posto non è molto lontana da un oratorio: c’è un barettino, uno spazio grande all’aperto per prendere il tè, tavoli, aree per i bambini e ovviamente una sala-moschea a due piani, di costruzione cinquecentesca, quello sopra per le donne e quello sotto per gli uomini, intorno a uno spazio centrale, per assistere alla “preghiera” quotidiana, cioè alla danza dei dervisci.

E, ancora, non capisco cosa siano davvero questi dervisci rotanti. Dei monaci, dei laici dal grado spirituale più elevato? E perché portano quei cappelli di feltro lunghi e quelle gonne che svolazzano così magnificamente? Studiano per sei mesi consecutivi per imparare a ruotare con moto continuo, esercitandosi su delle pedane con una punta centrale. Finito il periodo di addestramento, diventano dervisci della comunità. Che ogni sera “pregano” davanti ai familiari e amici.

Lo scetticismo non passa, ma la curiosità aumenta. Quando arriva il momento della preghiera, l’uomo brizzolato manda me e Sofia al piano di sopra. Devo coprirmi la testa e le gambe, togliermi le scarpe, e le donne mi fanno segno di sedermi in maniera pudica, con le gambe ben serrate. Va bene. Mi sorridono e mi guardano con occhi grandissimi, incuriosite dal vedermi. Mi chiedono se sono musulmana. Rispondo di no, ma che ho un grande interesse per la loro religione. Allora mi chiedono se sono cinese. Rido. Sono italiana… I loro veli sono coloratissimi e con motivi floreali, incorniciano espressioni di serenità e pace contagiose. Tra i dervisci ci sarà anche il loro bambino. Ma cosa…?

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D’improvviso entrano i musicisti con lunghissimi flauti di legno, tamburi profondi e altri strumenti musicali mai visti. Entra pure un Maestro. Chiude gli occhi. Cala un silenzio tombale, sale una tensione e un’eccitazione palpabile. Inizia a mormorare, poi gridare: mi scuote tremendamente. La sua voce mi trapassa le viscere, mi riempie di brividi, poi di gioia, poi di pianto e commozione, di paura, di estasi. Sta chiamando i dervisci. Il coro crea un basso continuo che scioglie la tensione e accompagna i sensi a uno stato di estasi, i flauti si inseriscono sul ritmo ancestrale dei tamburi con musica modale, così fluida per le nostre orecchie occidentali… Il Maestro urla disperato, emette versi e soffi che premono sul battito cardiaco, spaventano, eccitano poi tranquillizzano, poi eccitano ancora.

I dervisci iniziano a ruotare gentilmente e le loro gonne sembrano levitare nell’aria. Non mi sarei affatto stupita, inebriata dai tamburi e dai flauti, se avessero iniziato a volare…

Man mano che ruotano e danzano seguendo i richiami del maestro, come posseduti, iniziano a raccogliere l’energia divina con le braccia puntate verso l’alto, e la trasmettono alla terra facendosi Occhio di Allah, puntando il sinistro verso il basso. Il moto è perfetto, perpetuo, simmetrico. Sembrano dei fusi che roteano su un asse immaginario che li collega terra e cielo, passando per la loro spina dorsale, spezzata da un collo dolcemente reclinato e quasi addormentato, con in viso un’espressione puerile e docile – allora forse avevo intuito qualcosa. Si facevano strumenti dell’amore di Allah.

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Il Sema è il ruotare, ma in verità significa “ascoltare”. Oggi, quel rapimento mistico e quello stato di trance, che diffonde una tensione elettrizzante e orgasmica in tutti gli spettatori, rappresenta il viaggio spirituale (miraj) verso la maturità. E’ in sé la creazione dell’Universo e la risurrezione dell’uomo nella realtà, conscio di essere un servo dell’amore di Allah, impotente di fronte alla sua grandezza. La rotazione è l’origine dell’Universo: come i protoni e gli elettroni, o il sangue che circola nei corpi. Il Sema racconta un viaggio alla ricerca di sé stessi come echi della potenza di Allah, tra sofferenze e lotte con la propria facoltà intellettiva e la propria volontà, che si risolve sempre e solamente in Allah.

Anche il vestiario è simbolico: il nero rappresenta la gravità e il bianco il sudario, mentre il copricapo è come una pietra per l’equilibrio. La posizione incrociata delle braccia richiama l’Unità indivisibile di Allah, le mani aperte accolgono l’amore e lo diffondono al Mondo, attraverso i loro corpi rotanti di puri e semplici mediatori.

Quando la musica cala, i dervisci sciolgono i corpi, stremati e spossati. Nell’aria aleggia una gioia incontenibile e sacra. Torniamo a casa frastornati, reduci di un viaggio “spirituale” inspiegabile. Cos’è mistico? Cosa significa? Non credo di avere una conoscenza razionale della cosa, ora. Ma la mia pelle e i miei sensi in un certo senso lo sanno.
Guardate il video per capirci un po’ di più…

Per chi fosse davvero interessato a sapere come trovare questo luogo unico: contattatemi qui. Sarò felice di darvi indicazioni più precise.

A presto, viaggiatori.
Ele

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