Una storia ciuvascia e mari. Ma essenzialmente la storia di una persona

Cheboksary, Chuvashiya

Lo dico piano dal fondo di una marshrutka che taglia le foreste di pini sotto un cielo apocalittico, tra violenti acquazzoni e profonde schiarite.
– Chyornaya magiya?
Lyudmila si allarma. Mi zittisce subito, serissima, si fa il segno della croce ortodosso. Cosa ho detto! E poi sulla marshrutka sono quasi tutti mari: meglio non rischiare.

Quelli fanno i malocchi. Non è uno scherzo, è tutto vero. Vanno al cimitero, prendono un po’ di terra nera e la buttano sui tetti delle case di chi vogliono maledire. Sono gli unici strani nel bacino del Volga, né slavi né tatari. Sono pochi, i mari, ma tutti hanno paura di loro.

È solo il mio secondo giorno in Ciuvascia ma subito ho chiesto a Lyudmila di fare una puntatina fino a Yoshkar-Olà, capitale del Mari El, la Repubblica dei Mari. Di popolazione finnica e di religione ancora in parte pagana, i mari non si sono mescolati alle altre popolazioni del bacino del Volga e a fatica mantengono, insieme ai vicini udmurti e mordvini, lingua e tradizioni uniche.

Non abbiamo potuto fare il biglietto in stazione e Lyudmila ha dovuto litigare con la bigliettaia: su tratte internazionali, bez pasporta niet. Io il passaporto con me ce l’avevo, ma Lyudmila no. La bigliettaia in grembiule blu e acconciatura fresca di parrucchiere chiude lo sportello quadrato con un gesto annoiato e torna a chiacchierare con la collega. In Italia sarebbe stato come andare da Bologna a Firenze in treno. In Russia entri in un’altra repubblica della Federazione: e se non c’è un po’ di solennità e pedanteria in queste sciocchezze, a che le fanno a fare queste repubbliche?

Con l’ansia di due genitori cinquantenni non abituati a viaggiare e preoccupati per l’incolumità di quella figlia capitatagli in affido temporaneo, Lyudmila e Sergey sono venuti con me in mezzo a una superstrada sperando che la marshrutka si fermasse e ci facesse salire senza biglietto, pagando in contanti.

Una ragazza lungo il Volga a Cheboksary

Questa inchioda dieci metri più avanti, saliamo trafelate, Sergey continua a salutare con gli occhi azzurri e duri finché non scompare dietro il cavalcavia. Prendiamo gli ultimi due posti in fondo, che nessun esperto in marshrutkologia prenderebbe mai, perché sono notoriamente più scomodi, rumorosi e stretti. Intorno a noi ci sono solo donne dai tratti somatici unici e dagli incredibili occhi grandi e opachi, dipinti ad acquerello di un verde stanco e nostalgico. Anche gli uomini e i ragazzi sono di una bellezza rara, mai vista. Ogni tanto il pulmino ferma in mezzo al nulla per far salire giovani alti e magri, dalle spalle larghe, capelli castano chiaro liscissimi, pelle olivastra e degli inconfondibili occhi placidi.

Sono silenziosi i mari, come i russi, come i ciuvasci di queste piccole città. Passeggiano quasi in punta di piedi, le strade di Yoshkar-Olà sono ampie e si svuotano ogni venti minuti in coincidenza degli scrosci d’acqua alla russa, sostituiti con una rapidità impressionante da immense schiarite e cieli blu brillante.

È Lyuda che mi vuole guidare in città, anche se ci è solo stata due volte e mi confessa che in fondo Yoshkar-Olà non le piace. “È un po’ finta”, mi dice, mentre passiamo in quella che sembra una via di mezzo tra Legoland e un set per un film su Hansel e Gretel ambientato in Olanda. Lyuda si muove a scatti, è ansiosissima, ogni cento metri ferma qualcuno per chiedere indicazioni o conferme – e no, le mie indicazioni GPS non valgono, sono diavolerie che non servono.

Passeggiamo lungo la nuova naberezhnaya Amsterdam, poi lungo quella Bruges e infine andiamo allo scoccare dell’ora ai piedi del palazzo del comune, che sembra proprio quello di Padova, ma con le finestre trifore del palazzo del Doge di Venezia. I palazzi in stile finto olandese sono solo facciate in cartongesso vuote dietro e mancano solo i rotolacampo che rimbalzano a bordo strada per completare il quadro della distopia.

Il lungofiume di Yoshkar-Olà

Il sindaco di Yoshkar-Olà, con fondi apparentemente illimitati, ha deciso di dare un perché all’insulso centro città della sua capitale, ricostruendolo da zero in un atto sincretico di stili fiamminghi, olandesi, veneti e pseudorussi di dubbio gusto.

Passiamo da una torre Spasskaya in scala 1:0.75 a una specie di chiesa sul sangue versato, da un castello veronese a una sfilza di casette uscite da Jordaan, ma senza fiori o biciclette, finché non scoppia di nuovo un temporale di prima categoria e ci rifugiamo, fradicie fino all’anima, a bere una zuppa calda in una stolovaya che Lyuda conosce, perché ce l’ha portata Sergey.

Le parte Lasciatemi cantare sul cellulare, anzi, su uno dei due cellulari. Alyo? Risponde con un cellulare del quattordici diciotto. È Seryozha. Forse non si fida di Lyuda e di me, voleva sapere se era andato tutto bene ed eravamo arrivate, se ci stavamo orientando in città. Sì, tutto bene, fradicie, ma bene. A Cheboksary ha già smesso di piovere, ora arriva tutta nel Mari El. Seryozha ce l’aveva detto che avrebbe piovuto, ma noi non gli abbiamo creduto. È vero, aveva ragione. Sì, sì, ciao ciao.

Le chiedo come mai usa due cellulari – e Lyuda si volta leggermente, nascondendo gli occhi a mandorla dietro due occhialini fotocromatici sottili e larghi. Ha origini ciuvasce e bashkire, suo papà è della regione di Ufà, proprio ai piedi degli Urali.

Le scappa una lacrimuccia, che scivola sotto gli occhiali e riga la sua guancia larga. Tira fuori il cellulare più vecchio, uno scatolino consunto e dallo schermo minuscolo, su cui tiene solo alcuni numeri e qualche foto.

-L’ho tenuto così da quando… Guardi. Guardi che bella bambina.

Lyuda a volte si confonde, mi dà del lei quando parla in italiano, perché sono una donna. Mi mostra una minuscola foto di una bimba bionda, magra, dal viso ampio e ridente. Era vestita a festa, i fiocchi bianchi in fondo alle treccine, come per l’inizio della scuola. Aveva 9 anni.

Ho paura a chiederle cos’è successo. Ma mi faccio coraggio. Anche perché quei capelli d’oro e il viso così piano e tondo sembrano proprio quelli di Seryozha.

Il municipio di Yoshkar-Olà

È già 11 anni Lyuda ha perso sua figlia, ma sembrano passati pochi mesi. Singhiozza, mi abbraccia. Mi dice che è una storia orribile, veramente orribile, che non ce la fa a raccontarmela. Che in un giorno solo ha perso l’unica figlia mai avuta da Seryozha, suo fratello e sua moglie.

A casa non ci sono foto della bimba, Seryozha ha detto che non le vuole più vedere, che ci deve mettere una pietra sopra, ma lei le tiene nascoste in un cassetto e ogni tanto le riguarda con un sorriso e un singhiozzo alternati.

Deduco che suo figlio grande, che avevo conosciuto il giorno prima mentre mangiava una zuppa imbronciato e senza dire una parola, è figlio del suo precedente marito.

Per sdrammatizzare, mentre passeggiamo verso il mercato, le chiedo come ha conosciuto Seryozha. È successo al matrimonio della sua migliore amica. Lei aveva 24 anni, aveva divorziato da poco e tutto aveva in mente fuorché risposarsi. L’aveva già fatto una volta, e come in troppe storie russe, era finita molto male. Suo marito era un alkogolik e lei se n’è accorta troppo tardi. Si erano sposati subito dopo il liceo, poi è arrivato il bimbo. E infine lei l’aveva scoperto.

-Non ci ho pensato due volte. Ho preso il bambino e sono andata da mia madre, poi ho chiesto il divorzio. Lui non mi ha mai dato un rublo in tutti questi anni, non ha mai più chiesto nemmeno di rivedere suo figlio. E adesso ha pure la pensione di invalidità perché è alcolista.

In prima fila al matrimonio – lei faceva la testimone – vide un ragazzo dal viso pulito e gli occhi di ghiaccio, seduto di fianco a una ragazza tutta agghindata ma nemmeno troppo bella. Non come lui, perlomeno! Che peccato averlo visto con lei, pensò. Alla festa chiese chi fosse il fidanzato di quella ragazza, ma le risposero che erano soltanto amici. E da allora…

Da allora si sono sposati e lei ha iniziato a lavorare per la sua attività, che importa cucine italiane in Ciuvascia. Ha iniziato a studiare italiano. E hanno avuto la bambina. Suo figlio poi di recente si è sposato, ma la nuora non le piace. È una che si lamenta sempre, non le va mai bene niente. Non sa godersi la vita. Hanno una nipotina dai begli occhi ciuvasci, ma mentre mi mostra il video di lei che impara a camminare non sorride come ci si aspetterebbe. Lyuda è premurosa, affettuosa e piena di vita, mi coccola come fossi sua figlia, ma quando è sovrappensiero c’è un velo di dolore nella sua espressione.

Torniamo a Cheboksary attraverso quelle foreste accompagnate, ogni tanto, da un ceppo di legno intagliato a segnare la via. Conifere alte e strette, adagiate su colline lunghe e basse: paesaggi tipici della Russia europea, ma che esalano magia se penso ai raduni dei mari nei boschi sacri, ai sacerdoti pagani, alla lettura del futuro nei movimenti delle oche, alle case abbandonate così come sono per sempre quando muore un familiare.

Dal mezzo del nulla salgono due uomini e una donna completamente ubriachi, slavi, che dopo un’oretta pretendono di scendere, di nuovo, nel mezzo del nulla. L’autista deve caricarseli in spalla e trascinarli giù dal mezzo, quasi fossero dei cadaveri, per poi distenderli sulla ghiaietta a bordo strada. Per l’intera operazione, eseguita con la pazienza di un habitué, tra la puzza di vodka e di sudore, i deliri mistici e gli schiamazzi passa una ventina di minuti buona. Che strage di umani la vodka, diciamo io e Lyuda. Non la bevo più, dico io. Neanch’io, dice lei.

Alla stazione di Cheboksary ad aspettarci c’è Seryozha. Sempre serio, sempre coi suoi occhi di ghiaccio, le mani in tasca. Siamo in ritardo, sì, ma abbiamo avuto qualche problema con tre ubriachi. Saliamo in macchina perché c’è un giro importante da fare: quello dei dintorni di Cheboksary, tra le cui attrazioni imperdibili ne svetta una, solenne così come il nome che porta. La GES: la diga sul fiume Volga.

Seryozha mi fa sedere davanti, così vedo meglio, mentre Lyuda da dietro scherza come una bambina, canta e mi sussurra in italiano. Quant’è bello il suo Seryozha, che bel viso il suo Seryozha…

Il mio cervello, esausto da giorni, sta provando quella sofferenza psichica intensa e inevitabile che solo chi parla il russo, il tedesco o altre lingue ad alto valore thinking for speaking può capire. È il passaggio da lingua passiva a lingua attiva, che comporta un affaticamento della materia grigia come mai niente di provato prima di allora in vita mia. Quattro giorni di full immersion nel russo dopo due anni di digiuno, ma Seryozha mi deve assolutamente raccontare delle fabbriche di Cheboksary est. Non mastica una parola di inglese, figurarsi di italiano, e Lyuda traduce solo quello che in ogni caso avevo già capito. Finché non arriviamo alla GES, che sorprendentemente mi si srotola davanti in un tramonto dorato, spettacolare, coi colori ancora freddi di una vera tarda primavera.

Il Volga è un prodigio, lento, costante, perenne. La diga è di fatto anche il ponte che collega Ciuvascia e Mari El. Mi portano su un’altura da cui si dominano quelle pianure, con una visibilità talmente impressionante che sembra di poter percepire la curvatura terrestre. Seriozha non ride mai, sembra sempre rigido e teso, ma ci tiene a sapere se la GES mi sia piaciuta o no, perché lui è cresciuto lì vicino, a Novocheboksarsk. E come non dargli soddisfazione! Quella diga è famosa in tutta la Russia. Una possente diga sul Volga, mica sull’ultimo dei torrentelli siberiani.

Torniamo in macchina, si è alzato un venticello fresco della sera, e con la luce rosa di un tramonto infinito torniamo verso il centro città, passando dal blok dove è cresciuto Seryozha, il suo cortile, il suo boschetto, le sue altalene. Quanti giochi hanno fatto in quel cortile. Finalmente gli esce un sorriso quasi infantile.

A Cheboksary invece, dopo aver fermato l’auto in una rotonda trafficatissima per farmi fare una foto al simbolo della ciuvascia, coi colori di Grifondoro, riescono a farmi entrare all’ultimo piano di un altissimo grattacielo in costruzione. Hanno chiesto le chiavi a un cliente che ha comprato una loro cucina, e lui gliele ha lasciate nel quadro elettrico. Entriamo cercando di non lasciare tracce, la vista è strabiliante, il grattacielo altissimo. Cheboksary non è grande, ma è molto distribuita e intervallata da piccole valli boscose, grossi laghi, foreste urbane di un verde brillante. Sembra l’unione di tanti piccoli villaggi. E oltre il Volga semplicemente la grande pianura, l’infinità taigà…

Torniamo infreddoliti, è già buio. Lyuda accende come sempre la televisione in sottofondo, come a scacciare la paura del silenzio in una casa troppo grossa per solo due persone. Sono le solite news pilotate contro l’Ucraina, seguite poi dai mirabolanti successi della classe 3A della scuola numero 12 di Cheboksary, che ha vinto la finale di hockey ai giochi studenteschi in Tatarstan. Seryozha deve riposare, il giorno dopo lavora. Lyuda invece mi offre i suoi blinchiki avanzati con fare da babulya, è una cuoca provetta: per alcuni anni, prima di conoscere il suo bel Seryozha, ha avuto il suo ristorante e si sente.

Mangio di gusto, parliamo a lungo, ormai Lyuda è un’amica. Ti voglio bene, Elya, mi dice.

Poi tira fuori la vodka, ma con due bicchierini. Perché ci si sente soli se non si beve in compagnia. Brindiamo a noi, alle cose belle, a Lyuda sfugge un’altra lacrima e io le propongo di cantare una canzone cosacca.

-Cosa vuole? Canzone?

-Davai. Cantiamo Ne dlya menya pridyot vesna (*non per me arriva la primavera)!

Lyuda si fa cupa, ma ormai il suo cuore è aperto.

-Non ce la faccio, Elya. È troppo triste. Ma ne conosco un’altra.

Tiro timidamente fuori il microfono e, dopo due bicchierini di vodka liscia buttati giù al raz, dva, tri Lyuda intona Oi, to ne vecher. La seguo con una seconda melodia, la sua voce profonda vibra come una corda di violoncello – è meravigliosa Lyuda quando canta, d’improvviso mi srotola tutta l’anima davanti e sembra una ragazza. La voce è calda e inizia a cantare in ciuvascio, lingua di sua madre, la canzone di un uccellino che dovrà separarsi per sempre dalla famiglia e volare via verso l’età adulta. Sembra una ninnananna di suoni piccoli, parole brevissime e vocali chiuse, Lyuda la canta con tutto l’amore e il dolore del mondo.

È tardi ormai e dormi! dormi!, mi dice Lyuda, che viene a controllare perché ho ancora la luce accesa. I primi giorni di Transiberiana sono stati leggermente anestetizzati. Un po’ era la strana sensazione di tornare in Russia dopo due anni, dopo una miriade di altri viaggi, trovando tutto diverso e tutto uguale. Un po’ era il peso dei mesi turbolenti del post-laurea, l’ansia del Dal’nyi Vostok, di Sakhalin, di un viaggio così lungo tutto da sola.

La voce di Lyuda invece mi ha infuocata. Mi sono addormentata con una sensazione di calore al petto che si espandeva a tutto il resto del corpo, scoppiando di gioia per aver vissuto con lei la magia più profonda di queste terre.

Oi to ne vecher, cantato da Lyuda e me

A presto ♥
Ele

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