Cinque giorni in Irlanda | #1

dal diario di Marco Gironi
07/02/2015 – 11/02/2015

Tappe: Dublino – Belfast – Giant’s Causeway – Galway – Cliffs of Moher

Irlanda, terra di antichi miti e leggende, di  porticcioli vivaci e sentieri immersi nella brulicante natura del nord, di pascoli verdi accarezzati dalla lieve brezza atlantica, pozzo di una cultura esuberante e dinamica. Un paese piccolo, ma reso grande da un paesaggio senza tempo, dove l’innata ospitalità dei suoi abitanti si traduce spesso nelle più calde delle accoglienze. Céad míle fáilte, leggo al mio arrivo all’aeroporto di Dublino – “centomila volte benvenuti”. Quello della cordialità irlandese è un cliché ormai trito, un’eccessiva semplificazione di un carattere assai complesso e antico probabilmente quanto la stessa cultura celtica, di cui il popolo sembra andare molto fiero.

Irlanda 2          Grossi nuvoloni cinerei sfilano monotoni sotto i miei occhi, al di là degli appannati finestrini dell’autobus diretto in centro. Tutto, in questa foga cittadina, in questo trepestio e ondeggiare di battelli, automobili ed individui, sembra voler far rivivere nella realtà quel paese che a lungo aveva preso forma nelle mie fantasie, e che proprio ora sta sfilando, seducente, sotto il mio sguardo attento. Mi dirigo al Dublin Castle, che si erge spazioso nel cuore pulsante del centro storico. Roccaforte del potere britannico in Irlanda per oltre sette secoli, il castello non è altro che un complesso di bassi edifici regi in cui coesistono diversi stili architettonici. Dopo essermi lasciato alle spalle i giardini, che un tempo ospitavano l’antico specchio d’acqua di Dubh Linn (lo stesso che diede il nome alla città), mi ritrovo ancora una volta tra le vie trafficate del centro, questa volta diretto a nord, verso la Christ Church Cathedral. Grazie alla sua posizione sulla sommità di una collina, e alle bellissime arcate e contrafforti, vengo immediatamente conquistato dall’eleganza della cattedrale. Le sue facciate annerite e solcate dal tempo, come cicatrici scolpite nella roccia, lasciano intuire la turbolenta storia dell’antichissimo edificio: costruita nel lontano 1030 in quello che all’epoca era il margine meridionale di un insediamento vichingo, la chiesa attraversò diverse fasi di profondo degrado.

Irlanda 1Una volta superate le vecchie cancellate in ferro battuto, mi ritrovo in un verdissimo prato punteggiato di pietre sepolcrali, le cui misteriose incisioni non fanno che accentuare l’onirica misticità del luogo. Scopro che per gran parte della sua storia, la Christ Church contese il ruolo di chiesa principale di Dublino con la vicina Saint Patrick’s Cathedal. Data l’imponenza dell’immenso campanile di quest’ultima, visibile da diversi isolati di distanza, non mi è difficile raggiungerla: lo scuro e svettante campanile si scaglia minaccioso nel cielo plumbeo, mentre le sottili guglie di ornamento rendono l’atmosfera ancora più solenne. Il parco circostante, che in passato aveva ospitato uno squallido e sovraffollato ghetto, venne risanato agli inizi del secolo scorso, e trasformato nel florido e lussureggiante giardino che si presenta oggi. Proprio come la Christ Church, anche questa cattedrale ha subito gravi danni nel corso della storia: temporali e incendi hanno più volte distrutto parti vitali del complesso, mettendone in serio rischio la funzionalità. Ciò che più mi incuriosisce di entrambe le cattedrali, tuttavia, è la loro appartenenza alla Chiesa d’Irlanda, il che rende Dublino, la cui popolazione è quasi interamente cattolica, sede di due delle principali chiese protestanti d’Europa.

Il Trinity College, probabilmente l’icona più significativa e celebrata di Dublino, non può esserne da meno, ed è proprio qui che sono diretto ora. Se il tempo è acerrimo nemico del viaggiatore, Dublino ne è uno strategico alleato: nonostante sia infatti la principale città dell’Irlanda, tutti i luoghi di maggior interesse si trovano concentrati in pochi isolati, ed è quindi possibile raggiungerli a piedi e in poco tempo. Ed ecco che in soli dieci minuti mi ritrovo nella centralissima College Street, ad ammirare le altissime mura dello storico centro universitario irlandese. Rimango nuovamente colpito della straordinaria capacità di una città così caotica e brulicante come Dublino, di isolarsi in piccole oasi di tranquillità come questa. Il Trinity College divenne presto una delle università più prestigiose del vecchio continente, che avrebbe contribuito nel corso degli anni alla formazione di una nutrita schiera di laureati illustri, tra cui Jonathan Swift e Oscar Wilde.

Irlanda 3Quando lascio alle mie spalle il Trinity College la luce del sole è appena percettibile oltre i tetti in lontananza. Avendo ancora una manciata di ore a disposizione, decido di visitare il cosiddetto “quartiere culturale” di Dublino, un labirinto di stradine e stretti vicoli che si estende tra Dame Street e la Christ Church Cathedral. Mi inerpico per l’acciottolata Fleet Street, assaporando l’odore di carne alla griglia di cui è pervasa l’aria e lasciandomi cullare dalle note irlandesi di una band in lontananza. Più mi avvicino a Temple Bar Square, cuore pulsante del quartiere, più gli edifici sembrano voler sfoggiare il loro fascino vintage anni ‘60. Mi aggiro curioso tra i numerosi negozietti di dischi musicali, botteghe di abiti d’epoca, ristoranti etnici, taverne fumanti e spumeggianti artisti di strada, finché non mi ritrovo involontariamente di fronte al decantatissimo Temple Bar. Reso famoso dalla qualità della Guinness, la celebre birra irlandese a doppio malto, che qui scorre come un fiume in piena, il pub deve il suo nome all’omonimo quartiere che lo ospita. Nonostante la stanchezza decido che non posso lasciarmi sfuggire questa opportunità, e dopo un breve istante di esitazione varco la soglia della chiassosa birreria per unirmi ai suoi esuberanti clienti. A dispetto della sua notorietà in città, i prezzi nel Pub sono contenuti: per poco più di cinque euro, ordino anch’io la mia spumosa pinta di Guinness, che mi viene servita in un calice di tutto rispetto.

          Sono le cinque del mattino quando la sveglia suona facendomi sobbalzare nel letto. Assonnato e con le gambe ancora indolenzite dalle lunghe camminate del giorno precedente, mi avvio verso il terminal del bus per Belfast. Nel giro di poco più di quattro ore avrei varcato il confine del paese per entrare ufficialmente nel Regno Unito, in Irlanda del Nord. Un sole radioso illumina i primi tetti umidi delle periferie di Belfast: sono già le dieci. Avrei dedicato la prima metà della giornata alla visita delle Giant’s Causeway, una spettacolare formazione rocciosa che sorge sulla costa più settentrionale della nazione, per poi rientrare a Belfast e spendere le rimanenti ore. Una volta arrivato in treno a Corelaine, una tranquilla cittadina sulle rive del fiume Bann, avrei dovuto prendere il bus per Giant’s Causeway, con un margine di soli cinque minuti.

16026455703_fead95b6ad_kCorelaine è così piccola da non comparire neanche sulla mia cartina. In questo minuscolo paesino formato da casupole colorate e ben curate, i gabbiani sembrano essere gli unici abitanti. Li osservo impaziente dai finestrini del treno che si avvicina lentamente alla banchina, ansioso di raggiungere il mio bus: ho solo tre minuti di tempo per trovarlo. Alimentato da un’improvvisa scarica di adrenalina, adocchio il mio bus: gesticolando all’impazzata riesco finalmente ad attirare l’attenzione del conducente, una giovanile signora dai capelli brizzolati, che abbozzando un sorriso mi apre le porte: “welcome aboard my dear!”

Quando mi ritrovo davanti l’imponente formazione di roccia, non faccio fatica a capire per quale motivo gli antichi abitanti di questa zona non la considerassero un fenomeno naturale. Una vasta distesa di fitte, regolari e levigate colonne esagonali, lambite dolcemente dalle onde dell’Atlantico, si estende sotto i miei occhi. L’intera area è patrimonio UNESCO: nella sua monolitica perfezione, sembra davvero l’opera di un gigante. E in effetti, secondo una leggenda locale, il gigante irlandese Finn McCool costruì una passerella di roccia per poter attraversare il mare e andare a combattere il titano scozzese Benandonner, suo acerrimo nemico. Tuttavia quest’ultimo lo spaventò a tal punto, con la sua ferocia, da costringere Finn a battere in ritirata. E per evitare di essere inseguito, si assicurò di distruggere quella stessa passerella che aveva costruito poco prima e che ora riteneva troppo pericolosa. Tutto ciò che resta di questa antica struttura sono le estremità: la Giant’s Causeway in Irlanda, e l’isola di Staffa in Scozia, che presenta formazioni rocciose molto simili.irlanda 5

Alle mie spalle alcuni timidi fasci di luce riescono ad eludere i grossi nuvoloni, proiettando riverberi surreali sulle colline in lontananza. Devio verso l’interno, abbandonando il piccolo sentierino ciottolato a ridosso del litorale. E solo allora mi accorgo che quell’infinita distesa di vegetazione non è altro che una fitta macchia di muschi e licheni: al primo passo il mio piede destro sprofonda nell’umido groviglio di vegetali, e sono costretto a indietreggiare per lo stupore. Più mi allontano dalla costa, più la flora intorno a me sembra voler far sfoggio, orgogliosa, dei suoi insoliti colori: il verde intenso dei muschi lascia improvvisamente spazio a linee irregolari di pruni e sterpi di un rosso vivace, che a loro volta, poco più in là, si tingono di un arancione sgargiante, e così via a perdita d’occhio. Quando finalmente raggiungo il ripido costone del colle più vicino, anch’esso punteggiato di infinite tonalità di colori, consto di non poter proseguire oltre, e la mia unica alternativa è quella di tornare sui sentieri battuti. È sufficiente un’occhiata sbrigativa all’orologio per capire che i miei minuti sono giunti al termine, e una volta ritornato sui miei passi in prossimità della costa, mi avvio verso la desolata stazione dei bus.

[Continua in Cinque giorni in Irlanda | #2]

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