Visitare Budapest. 10 pensieri per apprezzare una delle città più difficili d’Europa

Due anni fa conobbi, in Romania, una donna davvero straordinaria. Credo che rispecchiasse perfettamente la definizione più potente e bella – ma allo stesso tempo meno romanzata – della parola “madre” che abbia mai potuto immaginare. Niente di banale: solo fatica, resilienza, eterna accoglienza e un’incredibile forza generatrice. Occhi neri grandi, capelli cortissimi, tre bambini meravigliosi: una donna dalla fermezza e dolcezza perfettamente amalgamate. Con un nome bellissimo: Melinda. Parlammo a lungo, mentre la primavera tardava ad arrivare fino a Sibiu, nel cuore della Transilvania. Poco più tardi decisi di trascrivere, per come me le ricordavo, alcune di quelle conversazioni, che hanno inciso profondamente nella mia vita e nel modo che ho di vedere il mondo. Prima di conoscere Melinda, un’ungherese di Romania, dell’Ungheria non avevo capito proprio niente. Ma soprattutto non avevo capito niente degli ungheresi.

Il primo viaggio all’estero di Melinda fu proprio a Budapest, per studio. Fu un viaggio folgorante. Non le sembrava vero che ci fosse un’intera città (per non dire un paese!) in cui tutte le persone parlavano la sua lingua. In cui la logica opprimente dei conflitti interetnici svaniva tra ponti, cupole e palazzi. A Budapest Melinda conobbe Zaia, una ragazza dal nome strano, con cui poteva comunicare nella sua lingua madre a cuore aperto, pur con un accento insolito e parole un po’ desuete. Non so che viso avesse la nostra Zaia di Budapest, ma ricordo il viso della piccola Zaia di Sibiu, biondissima, che correva per le stanze della casa come un fiume di gioia.

Ecco, io ho avuto la possibilità di visitare Budapest molte volte e molte volte per troppo poco tempo. Solo dopo tanti anni sono riuscita a guardarla con gli occhi con cui la vide Melinda quella prima volta. E finalmente un po’ l’ho capita.

Su Budapest devo dirvi ancora un paio di cose, prima di raccontarvi come l’ho vista cambiare e svilupparsi sotto i miei occhi in questi anni.

Innanzitutto Budapest non è Est Europa – toglietevelo dalla testa. Il fatto che pretendessi che fosse Est Europa era il primo motivo per cui per tanti anni non mi è mai piaciuta: semplicemente, deludeva le mie aspettative sbagliate.

Poi, Budapest sta venendo deturpata dalle frotte di turisti incivili che si riversano per le sue strade ogni estate, in città a volte si sente parlare più italiano che ungherese, le scene patetiche si moltiplicano e i prezzi per gli abitanti del posto salgono alle stelle, allineandosi a quelli di altre città europee. Questa cosa mi ha sempre creato fastidio e dispiacere. Come dovunque, basta allontanarsi dai luoghi turistici principali e il viaggiare fuori stagione.

Infine, l’immagine che l’Ungheria proietta di sé all’esterno è preoccupante oltre che agghiacciante. Questo mi ha sempre riempita di un grande pregiudizio. Ho visto quel muro di filo spinato anti-migranti. L’ho attraversato da privilegiata, perché il mio passaporto europeo non ha destato sospetti, e un cancello di filo spinato si è aperto come un tappeto rosso appositamente per il mio treno. Quel momento è stato per me semplicemente vomitevole. Budapest non è l’Ungheria e gli ungheresi non sono il governo. Chi viaggia in questo paese ha il dovere morale di ascoltare, osservare, recepire, informarsi e confrontare. Provare a capire. Rendersi conto. È difficile farlo, ma ne vale tremendamente la pena, credetemi.

Ma ora è arrivato il momento di raccontarvi di cose belle. Oggi andiamo a visitare Budapest.

Buona lettura,
Ele

Visitare Budapest in 10 punti focali

1. La musica

Budapest è sostanzialmente musica. Mi è piaciuta all’improvviso quando ho avuto questa intuizione, mentre passeggiavo lungo il fiume e andavo dal Parlamento al famosissimo ponte delle catene. Ogni piccolo dettaglio della città ha un suo suono o un suo silenzio, delle pause eloquenti, degli armonici inebrianti o dei bassi che ti senti tremare nei polmoni. Ascoltatela: ogni palazzo canta una voce diversa, ogni guglia ha il suo acuto, i palazzi nel giallo dei lampioni tengono un basso continuo che vi porterete nel cuore. Che sia una maestosa sinfonia di Liszt, musica elettronica che trapela da uno scantinato o un mare di folla che canta allo Sziget, è con la musica che capirete la città.

2. La lingua

L’ungherese è una specie di miracolo linguistico europeo. Una lingua venuta da molto lontano rimasta come per magia intatta nei secoli, mentre nelle pianure circostanti avanzava da un lato il cristianesimo, da un altro gli slavi e da un altro ancora il mare delle altre lingue indeuropee. Fin dalla mia prima visita in città, nel lontano 2013, mi infastidì il fatto che solo poche persone parlassero inglese. Spesso non parlavano nemmeno tedesco o francese: magyar, ci rispondevano. Ungherese. Ci ho messo tanto tempo ad accettare questo aspetto. Anche se per certi aspetti si intreccia con forse il peggior nazionalismo d’Europa dei nostri anni, questa resistenza linguistica e culturale al livellamento generale dell’inglese è ammirevole. La loro lingua incredibile sopravvive a chiazze in zone montane o rurali della Romania, della Serbia, della Slovenia, dell’Ucraina e non solo. Melinda è un’ungherese dagli occhi e capelli neri come la pece – o, come diceva lei, neri come le sue radici asiatiche. Che il patrimonio genetico degli ungheresi d’Ungheria sia ormai un gran potpourri va da sé, ma la lingua è un qualcosa su cui non sono disposti ad arretrare: ce l’hanno fatta per così tanti secoli e non vogliono cedere proprio ora. Sforzarsi di imparare qualche frase è per noi forse un traguardo inarrivabile, ma ciao e grazie richiedono poco sforzo. Ascoltate come parlano a bassa voce: sussurrano in una lingua che nessuno capirà. Sentite come tutti quegli accenti e segni diacritici cambiano le vocali: le allungano, le alzano, le abbassano, come una melodia. Non capirete neanche una parola, ma sarà bellissimo: siete in Europa. Stupitevi che una lingua del genere, rara, isolata e difficilissima, sia ancora parlata da milioni di persone a un tiro di schioppo da Vienna.

3. Le luci

Il primo anno pensai che l’illuminazione fosse inefficiente: a led sarebbe stato più ecologico e più efficace. Poi, in una calda sera del 29 settembre, io e Sherpa siamo saliti sul famosissimo bastione dei pescatori. Il sole era già tramontato, i turisti se n’erano andati: c’eravamo solo noi, la possente cattedrale con le sue tegole smaltate e il leggero freddino portato da un venticello da sud insieme alle prime foglie secche. Ho visto il Parlamento illuminato da lassù. Non era affatto la prima volta che lo vedevo, ma almeno la quarta, eppure non so che mi è successo: ho pensato che quelle luci dorate fossero strabilianti. I ponti erano illuminati. Il lungofiume lo era. Il bastione, i musei, tutto era illuminato da lucine flebili che mi ricordavano quelle delle candele della Luminara di Pisa, il 16 giugno, o di certe stradine a lato della Fontanka a San Pietroburgo. Non riuscivo più a sostenerne la bellezza.

4. La maestosità

Budapest è una città grande. Anzi, è una città fatta da due città. Il centro è già di per sé abbastanza grosso – mi ricordo una camminata interminabile controvento a gennaio lungo il Danubio, avremo percorso forse 6km ma mi sembrava di essere rimasta ferma! Se Pest è sconfinata e si allarga a vista d’occhio fino all’aeroporto, Buda sfuma più dolcemente nelle colline, e non è ben chiaro se ci si trovi ancora in città o in campagna. Portate rispetto a questa grande città, lo merita.

5. La quiete

La quiete di Budapest è un tratto che la accomuna a molte città esteuropee. Per goderci l’ultimo sole autunnale, di ritorno da una bufera di neve in Kazakistan, io e Sherpa ci siamo riposati per un paio d’ore su una panchina proprio fuori dall’ingresso dell’università Corvinus. Gli studenti erano silenziosissimi di un silenzio positivo, bello, non inquietante. Le strade di sera sono estremamente silenziose, quasi come se avesse appena nevicato; si sentono risuonare i passi sui marciapiedi, i campanelli e i binari dei tram, si sente il vento sul Danubio e il fruscio degli alberi. Per contro di giorno alcune strade principali della città possono diventare degli ingorghi assordanti di traffico. Ma basta svicolare in una stradina secondaria e…

6. Il panorama

Budapest dall’alto non toglie il fiato, toglie direttamente i polmoni. L’ultima volta che l’ho guardata era dopo un tramonto infuocato di fine settembre. I comignoli, le guglie e i tetti delle case di Pest sfumavano uno dopo l’altro, creando un effetto talmente evocativo che mi sentivo Mary Poppins sui tetti di Londra. La vista dal Museo Storico è strepitosa da entrambi i lati, ma ancora di più lo è quella dalla Citadella (Statua della libertà), che vale interamente la scarpinata per arrivarci. Oppure potreste farvi portare in cima a un palazzo affacciato su tutte le più belle guglie della città, illuminate d’oro nella notte; o anche a fare un pic nic al buio su una delle alte colline di Buda in una torrida notte d’agosto. La vista a quel punto sarebbe semplicemente indescrivibile.

7. Il Danubio

La prima volta che vidi il Danubio rimasi sconcertata dalla sua larghezza e da quanto tempo ci si impiegasse per arrivare dall’altra parte del fiume. Non è certo il fiume più grosso del mondo, ma dà un apporto notevole alla maestosità della città, per non parlare dei ponti, che sono uno più fiabesco dell’altro. Quello che è importante capire è però il legame fortissimo che questa città ha con il fiume e con ciò che il fiume comporta. Una distesa d’acqua malinconica eppure di primaria importanza nella storia. Ulma, Linz, Vienna, Bratislava, Budapest; e poi naturalmente Novi Sad, Belgrado fino alle Porte di Ferro – e poi il mare. È tutto una semplice conseguenza, che fluisce verso sud.

8. L’eleganza nei dettagli

A tratti decadente, a tratti così elegante da lasciare senza parole. Nelle ultime visite in città ho sempre adorato lo stile classicissimo dei cartelli con cui si indicano le vie. È elegante, un po’ rétro, sembra il font con cui si scrive adagio sopra uno spartito. I leoni che guardano il ponte. Il ferro battuto e il vetro decorato di certi portoni di Pest, i cortili interni dalle piastrelle dai colori sbiaditi, i capitelli di ghisa della stazione di Nyugati pályaudvar e l’immensa vetrata che fa filtrare la luce in mille riverberi verdolini; le colonnine di legno della metro gialla, i bulloni e le scritte sovieticissime della metro azzurra, quel biglietto per Belgrado scritto in ungherese e tedesco, i parchi perfetti per un libro di epoca romantica e la bellezza modesta di certe terme ottomane bellissime, come quelle Kiraly o Rudas, a cui un restauro toglierebbe tutta l’anima che hanno.

9. Il carattere

Budapest è una città con carattere. Un carattere molto difficile, per carità: gli ungheresi non sono certo il primo popolo che mi viene in mente quanto a ospitalità e gentilezza. Però in qualche modo hanno carattere: introverso, tranquillo, riflessivo, molto sofisticato e creativo ma per nulla remissivo. Lo troverete nelle birrerie sotterranee, nei molti caffè e bar ancora a buon prezzo delle zone più defilate del centro, dove antichi palazzi si trasformano in gallerie d’arte, birrerie artigianali, centri sociali e molto altro ancora. Tra gli altri, il clima politico opprimente sta in alcuni casi soffocando queste realtà. Il famoso bar con terrazza a più piani in piazza Blaha Lujza, il Corvin Club, di cui ricordo una festa leggendaria, è stato chiuso di recente e sostituito da un ristorante.

10. La cultura invisibile

Tratto che la avvicina all’Est, anche Budapest è pervasa dalla sottigliezza della cultura immateriale posseduta da questi popoli. Che va molto, molto oltre i monumenti e i bei palazzi – dovunque vi giriate: persino le università sembrano competere per bellezza, una di fronte all’altra sul fiume. Dalla musica all’etnografia, dalle leggende popolari tramandate nella lunga marcia attraverso le lande russe alla storia, molto più ricca e interconnessa (e quindi europea) di quello che immaginiamo; dai bellissimi artefatti di legno fino al ciarpame postcomunista del mercato di Ecseri, dalle spezie all’atmosfera dei mercati cittadini al coperto. Ma soprattutto nelle storie di vita delle persone. Avere un amico ungherese è difficile e raro, ma è un qualcosa di veramente impagabile. È l’unica possibile e vera porta d’accesso al mondo più profondo e indecifrabile in cui i grupponi di turisti non arriveranno mai. E che potrà essere per sempre e gelosamente solo vostro.

Ecco, questo era un po’ quello che avevo da dire sulla città.

Spero vi sia piaciuto e ci tengo davvero a sapere cosa pensate di questa città, se e come siete mai riusciti ad apprezzarla davvero.

Se non lo fate già potete seguirmi su Facebook e Instagram, vi aspetto come sempre lì 🙂
A presto,

Ele

8 Commenti

  1. Mi hai fatto pentire di non esserci ancora stata. Sai quando dici “devo rimediare?”, ma una parte di te sa già che non riuscirà a cogliere tutta la bellezza antica, spazzata dal presente e dalla gentrificazione? Ecco. Comunque scrivi che è una bellezza, Ele 🙂

    1. Già, Budapest in parte è già andata. È brutto da dire, ma è l’emblema della destinazione low cost, abbastanza vicina, e costantemente servita da voli a basso prezzo: solo Ryanair e Wizzair credo facciano in totale 3/4 voli giornalieri Milano-Budapest, a seconda della stagione. Gli aerei Wizzair che ho preso ultimamente erano veramente enormi, fino a 45 file! Ci sono però tanti posti un po’ fuori dal centro ancora quasi intatti. Come in altre città gli abitanti iniziano ad essere infastiditi dai turisti. Però devi andarci, sì, è un “unicum” in Europa e alla fine merita. Non è facile da apprezzare, ma spero che questo sproloquietto ti abbia aiutato un po’ ad apprezzarla 🙂 A presto!

      1. stefania

        Budapest è bellissima!!!! Proprio perchè è una bella citta ricca di fascino e di cultura deve esssere accessibile a tutti!!!! Ben vengano i voli low cost. Io personalmente l’ho vista ben 5 volte e posso assicurare che non è finita ancora.

  2. Anna

    Mi hai condotta per mano a ritrovare una città che amo, hai ricreato atmosfere, risvegliato memorie.
    Mi sono ritrovata in tutto. Aggiungerei il cibo: la cucina ungherese non è soltanto gulash e il piacere di una fetta di torta multistrato (come dimenticare la Esterazi?-certamente non è scritto
    così! ) è impareggiabile
    Grazie per i tuoi ricordi e i tuoi pensieri.

    1. Hai ragione, Anna, mi sono dimenticata del cibo! Non sei l’unica ad avermelo detto, ed è vero che la cucina ungherese è deliziosa. E fosse anche solo gulash mi basterebbe, per quanto mi riguarda, perché adoro quel genere di zuppe! Però sì, è un interessante mix di cucina germanica e slava con una sua peculiarità. Grazie a te del commento, a presto!
      Ele

  3. Paolo

    Bellissima descrizione di una bellissima città, grazie!
    Mi permetto una aggiunta: mi ha colpito l’attaccamento al passato e alla Storia, non in senso nostalgico, ma come consapevolezza delle origini del proprio popolo.
    Un esempio forse estremo, ma che secondo me la dice lunga: nel Parlamento è esposta la corona del primo regno di Ungheria, piantonata da due soldati in uniforme con cambio della guardia più volte nella giornata. Un po’ come se da noi a Montecitorio ci fosse la corona dei Savoia, presidiata dai Corazzieri.
    Mi ha stupito questa attenzione alla corona, come se la Repubblica di Ungheria (che dura dal 1918) fosse solo una piccola parentesi storica che priva l’Ungheria del proprio Re, destinato comunque a ritornare in possesso di quella corona che il popolo ha custodito proprio nel Parlamento.

    Aggiungo due suggerimenti turistici, certo non i più importanti ma che ho apprezzato: l’ottovolante in legno vicino allo zoo e la Chiesa nella roccia, accanto al ponte della libertà.

    Ciao, Paolo.

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