Visitare la Bulgaria on the road, in 15 giorni: l’agosto selvatico di Giulia e Achille

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C’è qualcosa, in questo viaggio in Bulgaria di Giulia e Achille, che sa di quelle estati libere e senza pensieri che a volte mi sorprendono in momenti casuali del quotidiano. Una nostalgia fisica, che chiede di fermarsi un attimo a rivivere quelle luci calde di agosto, quei colori accesi bordati di ruggine e quelle storture tutte balcaniche che ci ricordano l’imperfezione della bellezza. Anche, e soprattutto, durante questi mesi di quarantena. Ho ricevuto da Giulia queste piccolissime cartoline, accompagnate da foto d’atmosfera, e ho deciso di pubblicarle perché è la Bulgaria che vorrei aver vissuto io, che vorrei vivere io in futuro. Mi ha scritto, Giulia, che vorrebbero far innamorare più persone possibili della Bulgaria, come è successo a loro. La finezza, la scrittura e la sensibilità bastano da sole: garantisco io.

Un paese inafferrabile, ibrido, uno dei più mal catalogati dei Balcani, che Giulia e Achille hanno ricomposto in venti facce diverse, inaspettatamente armoniche.

Non c’è neanche un giudizio, ma solo una grande capacità di ascolto e di osservazione.

Oggi si corre a visitare la Bulgaria on the road, un viaggio lungo due settimane pieno di tappe inusuali e fuori dai sentieri battuti. Sarà stupendo, promesso.

Buona lettura!

Agosto bulgaro: visitare la Bulgaria on the road in 2 settimane

di Achille Taccagni, foto di Giulia Agrati

I sette laghi

In Danubio, Magris scrive che “la Bulgaria, di tutti i paesi dell’Est, resta ancor oggi il più ignoto”. L’oggi della frase è il 1986, eppure in trent’anni non è cambiato granché: è caduto un regime, sono stati eletti presidenti prima un ex-monarca e poi la sua guardia del corpo, e dal 2007 il Paese fa parte dell’Unione Europea; eppure della Bulgaria si hanno ancora poche e vaghe idee, fatte di uomini grossi, non particolarmente socievoli, e casermoni brutalisti. È facile sorprendersi, dunque, specialmente se appena lasciata Sofia ci si addentra nel verde del Parco nazionale di Rila, verso i suoi “Sedemta ezera”, i sette laghi.

Monastero di Rila

Al monastero di Rila si arriva per una sola strada, lunga e tortuosa, che costeggia i fianchi di una stretta valle all’interno del Parco nazionale. Ad un certo punto emerge dal bosco una costruzione militare, simile a una fortezza: dentro c’è il cuore della fede ortodossa bulgara, destinazione di migliaia di pellegrini che arrivano tutti i giorni da ogni angolo del Paese. La storia ci è familiare: un giovane di nobili origini che ad un tratto decide di spogliarsi di tutti i suoi averi e di vivere in estrema povertà, nei boschi, nelle grotte; un gruppo di discepoli che intorno a lui forma una comunità sempre più numerosa; alla sua morte, la fondazione di un monastero che diventa in breve tempo uno dei luoghi di fede più importanti del Paese. Il volto di Ivan Rilski, san Giovanni da Rila, è onnipresente nell’iconografia bulgara; il “suo” monastero, con gli splendidi affreschi ottocenteschi della chiesa intitolata alla Natività della Vergine, è un meraviglioso connubio di arte e spiritualità.

Baba Vanga

Spostandosi di un centinaio di chilometri più a sud, verso la Grecia, si può incontrare un altro tipo di spiritualità, tanto lontano dagli ori e dalla storia del monastero di Rila quanto vicino a quest’ultimo per popolarità. Nei pressi del minuscolo villaggio di Rupite si trova la casa di Baba Vanga, nota in tutto il mondo slavo per la sua chiaroveggenza. Gli aneddoti sulla sua vita sono infiniti così come moltissimi sono gli eventi che pare abbia predetto; la sua fama fra l’intellighenzia comunista era tale che, si dice, le chiese consiglio addirittura Leonid Brezhnev. Negli anni Novanta, accanto alla sua piccola casa, fu costruita una cappella coi soldi dei fedeli: la costruzione era così distante dalle regole ortodosse – niente cupole, niente altare, niente oro all’interno – che il vescovo inizialmente non volle consacrarla, ma dovette cedere per evitare una rivolta fra i fedeli. Ora che Baba Vanga è morta il luogo è meno affollato: restano da vedere i meravigliosi affreschi di Svetlin Roussev, in una delle pochissime architetture religiose contemporanee di tutta l’area ortodossa.

Melnik

Da Rupite si risale verso il massiccio del Pirin, si guida in mezzo a boschi e pareti di arenaria e si arriva a Melnik, piccola città-museo nota sostanzialmente per due ragioni: le case aggettanti, tipiche di tutta l’area balcanica, e il vino, principale prodotto della zona. Si dice che Churchill fosse un grande estimatore del rosso di Melnik e che ogni anno se ne facesse mandare una discreta quantità. Sorvolando sui gusti britannici in fatto di vini, va detto che il paese merita una sosta se non altro per la vista che si ha su di esso dalle piramidi di arenaria che lo circondano, e a cui si può facilmente arrivare con una passeggiata dal centro. È uno di quei luoghi in cui ci si accorge dell’incredibile diversità di ambienti naturali che la Bulgaria presenta, dove l’impronta dell’uomo è spesso nascosta se non del tutto assente. A pochi chilometri di distanza si trova il monastero di Rozhen, lontano dalla ressa di Rila, con degli splendidi affreschi e una vecchia vite che corre lungo tutte le pareti del cortile. 

Orsi ballerini

Sopra la città di Belitsa, immerso nella foresta originaria – si fa fatica ad abituarsi a quanto siano vasti e fitti i boschi in Bulgaria – si trova il Dancing Bears Park, un santuario per orsi sottratti ai circhi e agli ambulanti della Bulgaria e dei Balcani. L’utilizzo di orsi a scopo lucrativo è ancora diffuso nell’Europa dell’Est, in particolare in Russia, dove si stima ce ne siano ancora diverse migliaia. Cresciuti in cattività, gli orsi vengono addestrati a ballare ritti sulle zampe posteriori attraverso un anello, che gli viene impiantato nel naso; all’anello viene poi legata una catena, che può essere tenuta in mano dal proprietario o legata all’archetto di un violino: il movimento di quest’ultimo costringe l’orso a muoversi. Così, vengono portati per le strade delle grandi città, o alle feste di paese, dove vengono fatti esibire per pochi soldi. A Belitsa si trovano una trentina di orsi, sequestrati nel corso degli anni: qui vengono costantemente seguiti dagli operatori, poiché, in quanto cresciuti in cattività, non potrebbero sopravvivere da soli. Come dice il nome del parco, qui gli orsi sono finalmente liberi di ballare, come e quando vogliono: cioè mai, perché l’orso non balla, naturalmente. 

Plovdiv

La Bulgaria è uno dei membri più giovani dell’Unione Europea, parte del grande allargamento ad est del 2004-2007. L’impronta del progetto europeo sulla realtà urbana bulgara spesso assume la forma del negativo: quella dei villaggi svuotati dalla forte emigrazione, soprattutto della popolazione più giovane, verso Stati membri con redditi più alti. Ma i progetti di sviluppo sono dappertutto e lasciano il segno, e Plovdiv, che con Matera è stata capitale europea della cultura per il 2019, ne è un esempio. Qui c’è tutta la storia della Bulgaria: traci, macedoni, romani; ebrei, armeni, siriani; bizantini, bulgari, ottomani; europei. È bello perdersi in città come questa, fra il teatro romano e la Moschea del mercato, fra il museo archeologico con gli ori ellenistici e i localini un po’ hipster della Kapana. Ma ancora più dolce è la vista sulla città al tramonto, seduti sulle antiche mura della Nebet Tepe, una birra in mano e tremila anni di storia di fronte. 

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Buzludzha

Si sa che le dittature amano disseminare il territorio di architetture simboliche, volte a riaffermare, quando non ad imporre, una certa idea di identità nazionale. Alcune fra queste costruzioni sembrano addirittura volersi impadronire del territorio circostante, che viene modificato per l’occasione: è il dominio dell’uomo e dell’ideologia sulla natura. La cima di Buzludzha venne ribassata di una decina di metri quando, nel 1974, fu iniziata la costruzione del complesso monumentale che prende il suo nome, ideato per ricordare il luogo dove si riunì per la prima volta il nucleo originario del Partito Comunista Bulgaro; all’inaugurazione, nel 1981, doveva senza dubbio fare un certo effetto, con il suo aspetto futurista e l’interno ricoperto di mosaici. Ma le dittature prima o poi finiscono, e ciò che si lasciano dietro crea sempre un certo imbarazzo: così, la scelta più comune è quella di lasciar fare il lavoro sporco al tempo e ai curiosi, che anno dopo anno ne portano via un pezzo sempre più grande fino a rendere improrogabile la scelta fra la definitiva distruzione e il recupero, generalmente in chiave turistica. Nel frattempo, l’ingresso all’interno di Buzludzha è stato vietato, ma la salita al monumento resta ancora di grande impatto.

Le tombe dei re

Da Buzludzha si ha una vista fenomenale sulla Valle delle Rose, che non si chiama così per poesia o per un vezzo dei suoi abitanti: qui tutto il terreno è coltivato a rose, e qui nasce l’olio essenziale che viene poi venduto alle case di cosmetica più importanti del mondo. Dicono che farci un giro a maggio, nel periodo della raccolta, sia un’esperienza unica; ma ha un certo fascino anche fuori stagione. Attraversando la valle si passa accanto a tante piccole collinette, alte non più di dieci metri e di forma perfettamente circolare: sono le tombe dei re traci, il popolo di guerrieri che ha abitato a lungo la Bulgaria e che ha donato alla mitologia greca le figure di Dioniso e Orfeo, e alle lotte di liberazione di tutti i tempi Spartaco. I loro re venivano sepolti insieme con il proprio cavallo e la moglie, che doveva avvelenarsi dopo aver chiuso dietro di sé la porta della tomba. Uno dei tumuli più belli si trova a Kazanlăk: negli affreschi della volta è raffigurata la coppia reale che si tiene per mano e si guarda negli occhi. Lui sembra sereno, lei un po’ meno. 

Cherno More

Quali sono i confini dell’Europa? Facile: il Mar Mediterraneo a sud, l’Oceano Atlantico a ovest, il Mar Glaciale Artico a Nord e gli Urali ad est. Cioè mare, altro mare, ancora mare e poi montagne. Forse è un problema di noi mediterranei, forse è un problema solo mio, ma è strano confrontarsi con l’idea di un mare che guardi ad est. Per dire: di là non c’è l’Africa, il Sahara e i leoni, ma l’Asia, la Russia, il Caucaso – che poi, cos’è di preciso il Caucaso? Ad ogni modo, eccoci sul Mar Nero, Черно море, su quel tratto di costa che un tempo era nota come “la Florida del socialismo” ed ora, grazie alla costruzione di alcuni discutibili complessi balneari per turisti, come “Ibiza low cost”: sic transit. Ci sono comunque alcuni paesi molto belli da visitare, come Sozopol, con i locali aperti sulle vie strette della città vecchia; si trovano anche molte spiagge tranquille, dove fermarsi un momento per far correre gli occhi lungo il mare fino alla fine, fino all’altra sponda, fino all’Africa – cioè, alla Russia.

Saline africane

Africa o no, il principio è sempre quello: c’è l’acqua e c’è il sale. A nord di Burgas c’è un’enorme salina che separa il Mar Nero dal lago Atanasovsko. Già i colori valgono il viaggio: nei giorni di bel tempo l’acqua e il cielo creano una splendida palette di rosa e celeste. Ma perché accontentarsi di una mera contemplazione estetica quando ci si può letteralmente riempire di fango da capo a piedi? All’ingresso della piccola riserva naturale che racchiude le due aree dove si può fare il bagno, una di soluzione alcalina naturale e una di fanghi terapeutici, c’è un cartello che spiega la formazione del fango: una brutta storia di molluschi, piccoli pesci, granchi, alghe e organismi monocellulari che si decompongono lentamente. Si dice che per creare un centimetro di fango terapeutico ci voglia almeno un anno; bastano una ventina di minuti per un bagno completo. Il fatto che gli avventori siano principalmente autoctoni è un segnale delle reali proprietà curative dei bagni: dicono che allevi i dolori, curi l’artrite e le malattie della pelle. I più temerari, dopo aver fatto seccare il fango sulla pelle, vanno a sciacquarsi direttamente nel Mar Nero; la doccia, ad ogni modo, è comunque consigliata.

Varna

Man mano che si risale lungo la costa ci si accorge di quanto il mare sia luogo di scambi: più ci si avvicina a Varna, più numerose diventano le targhe straniere che si vedono per strada. Romania, Moldavia, Ucraina, Russia, ma anche Turchia: un’internazionale del Ponto Eusino. Varna ha sempre giocato un ruolo centrale in quest’area sin dall’antichità, come dimostrano gli ori finemente lavorati con cui venivano sepolti i suoi abitanti nel 4600 a.C. – ben prima dei traci, dei macedoni e dei romani – , rinvenuti in una necropoli appena fuori dalle mura della città e conservati nel museo archeologico. Oggi Varna è una vera e propria metropoli marittima: lo si capisce dal porto e dai cantieri navali, ma anche dagli splendidi viali del Morskata Gradina, il giardino pubblico che dà sul mare, e soprattutto dalla spiaggia di quattro chilometri che si trova appena al di là di esso. L’unico rischio è di incontrare qualche medusa mentre si fa il bagno: cosa che non sembrava assolutamente spaventare gli avventori di questo molo, il cui passatempo preferito era tuffarsi in acqua, afferrare le meduse dalla testa e lanciarle sul molo. Paese che vai.

Il grande khan

Una data che si impara presto a ricordare visitando la Bulgaria è il 1981: in quell’anno furono inaugurati una miriade di monumenti per commemorare i 1300 anni dalla fondazione della prima entità statuale sul suolo bulgaro. Breve storia: i bulgari, anzi, i cosiddetti protobulgari erano una popolazione proveniente da un’area dell’Asia Centrale nei pressi del fiume Volga (allora chiamato Bolga, da cui il nome dei suoi emigranti); stanziatisi nei Balcani, insieme agli altri clan della zona diedero vita, nel 681, al Primo Impero Bulgaro, sotto la guida del khan Asparuh. Nel Monumento ai Fondatori dello Stato Bulgaro di Šumen – un’enorme costruzione fatta esclusivamente di cemento armato, statue comprese – Asparuh è rappresentato nell’atto di piantare la spada nel terreno, indicando con il braccio teso i terreni che l’impero avrebbe riunito; seguono una serie di statue che rappresentano le figure principali del suo sviluppo. Le pose sono maestose, ma ciò che di più affascina è la simbologia che si cela dietro ogni gesto “scolpito” nel cemento. Ad esempio, questi sono i tre khan che sono succeduti ad Asparuh – Tervel, Krum e Omurtag – e ciascuno di loro sta a significare una fase dello sviluppo dell’impero: la pace con i bizantini, l’amministrazione della giustizia sui territori dell’impero, la posa delle fondamenta della capitale.

Alfabeti

Ci sono poi una decina di statue che raccontano di altre fasi importanti, come l’adesione al cristianesimo – la statua di Boris I, primo khan bulgaro a convertirsi, è forse la più impressionante: costruita in un incavo del cemento, sembra che stia scattando in avanti dal trono, come a cercare la strada, e dietro di lui una fessura nel muro forma una croce – lo sviluppo delle arti e della cultura, l’espansione dei territori e il rafforzamento dell’esercito. Come se non bastasse, un enorme mosaico a cielo aperto rappresenta l’evoluzione dell’alfabeto: il pannello più inclinato rappresenta il runico, la prima forma di scrittura utilizzata in Bulgaria, poi sostituita dal glagolitico, introdotto dai santi Cirillo e Metodio, sino ad arrivare all’utilizzo del cirillico, rappresentato nel pannello a sinistra. A coronare il tutto, in cima al monumento è posto un gigantesco leone di granito di circa 1000 tonnellate, visibile da una trentina di chilometri. È facile sentirsi piccoli in un luogo del genere.

Veliko Tarnovo

Veliko Tărnovo è una città estremamente amabile. C’è tutto quello che serve a renderla tale: un fiume che disegna una serie di anse da cartolina, un centro storico pedonale fatto di strade strette e case che sembrano costruite una sopra l’altra, una grande università con una discreta vita culturale, e soprattutto un’enorme monumento socialista da cui guardare il tramonto e la spianata di case a picco sulla Jantra, che scorre dolce sotto i piedi. I bulgari sembrano esserci particolarmente affezionati, sarà per l’età dell’oro che rappresenta per la loro storia, con le antiche scuole di architettura e di pittura di icone che sono nate qui, sarà perché è stata la capitale dell’ultimo grande impero prima che la Bulgaria diventasse definitivamente la periferia di qualcosa, sarà perché in tanti hanno studiato qui, sarà perché è circondata dal verde ed è più piccola e vivibile di Sofia: sarà quel che sarà, provate a non affezionarvici voi, a una vista del genere.

Semi di girasole

Pensi all’Europa dell’Est e la mente ti porta a un campo di girasoli. Chiunque abbia attraversato in auto un qualunque Paese al di là della cortina di ferro lo sa: è uno dei panorami che sfilano dal finestrino con più frequenza, e qui, secondo le statistiche, ancor più che altrove, dato che la Bulgaria è il maggior esportatore mondiale di semi di girasole. Attraversi in auto la pianura danubiana e ti sembra un continuo tuffo nel giallo. Guidare in Bulgaria è divertente: esiste solo un’autostrada, che taglia in due il Paese da Sofia al Mar Nero, per cui la maggior parte degli spostamenti avviene su strade secondarie, attraverso campi e paesi, fra vecchie Lada (ascoltate la puntata #02.06 di Cemento Podcast!) e berline tedesche. A volte c’è da stare attenti perché l’asfalto, così com’è iniziato, finisce: riprende solo qualche centinaio di metri più avanti. Meglio non farsi troppe domande e salvaguardare le sospensioni, contando sulla clemenza degli operatori dell’autonoleggio. La macchina resta comunque il mezzo di trasporto più comodo da queste parti, e alcune strade ripagano dello sforzo, soprattutto quando si addentrano in mezzo a boschi che sembrano non finire mai. Vi consiglio di controllare su questo link affiliato se volete noleggiare una macchina: DiscoverCars.

Banditi o forse eroi

Dopo essersi riempiti gli occhi di architetture socialiste e del loro modo di contrastare con l’ambiente circostante, arrivare a Belogradchik è rilassante. La Fortezza sembra incastrarsi alla perfezione fra le rocce che caratterizzano la zona, con un’armonia che è rimasta intatta nonostante i continui rimaneggiamenti. Le mura più antiche sono infatti di epoca romana; durante il secondo impero bulgaro sono state rinforzate alcune postazioni e infine, nei primi anni dell’Ottocento, gli ottomani hanno costruito quello che adesso è il corpo principale della fortezza. La nuova struttura doveva servire a contrastare le sempre più frequenti incursioni degli hajduci (aiduchi, in italiano), combattenti irregolari che, a seconda di come la si guardi, possono essere considerati dei banditi o degli eroi della resistenza anti-turca. Ora la costruzione ha un’aria particolare, un po’ Signore degli Anelli un po’ fortezza Bastiani, affacciata su una foresta di rocce dalle forme più strane. È uno di quei luoghi di Bulgaria così scenografici da chiedersi quanto tempo passerà prima di vederli in un film.

Sofia

Sofia potrebbe stare tutta in questa foto: si vive la capitale nel costante e spesso incoerente confronto fra le diverse fasi della sua storia, fra le vestigia dei regni traci e le sfarzose architetture di fine Ottocento, fra le chiese del secondo impero bulgaro e il brutalismo socialista (di cui parliamo nella puntata #01.02 di Cemento podcast). Una sensazione comune ad altre capitali dei Balcani, Belgrado su tutte, ma che qui provoca uno straniamento maggiore forse perché, a differenza delle altre città, Sofia non sembra essersi fermata nella sua evoluzione, quasi fosse un cantiere continuo. La piazza di Sveta Nedelja, naturale snodo di ogni tour della città nonché punto di partenza dell’elegante viale pedonale della Vitoša, pochi anni fa è stata completamente sventrata per far emergere i resti romani dell’antica Serdica, sacrificando la prospettiva della spianata per “restituire” alla città un’altra area archeologica: è qualcosa di nuovo, per una città che non si è mai fatta problemi a costruire sulle rovine di qualcos’altro. Così è stato ad esempio per la chiesa di San Giorgio: costruita da Giustiniano sulle rovine di un precedente luogo di culto distrutto dagli Unni, a sua volta costruito sui resti delle antiche terme romane, fu usata come moschea durante la dominazione ottomana, ritornando consacrata dopo l’indipendenza per essere infine circondata, nel 1956, dalle pareti dell’Hotel Balkan.

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Principe, condottiero, santo

costruito nel culmine del periodo di massimo splendore che il Paese ha conosciuto in età moderna, è dedicato a un russo. I bulgari infatti si sentirono in dovere di sdebitarsi coi russi dopo che questi ultimi persero circa 200.000 uomini durante la guerra coi turchi, che portò poi alla liberazione della Bulgaria nel 1878; così decisero di costruire un’enorme cattedrale nella nuova capitale del Paese e la intitolarono ad Aleksandr Nevskij, principe, condottiero, santo, fra gli eroi nazionali più amati di tutta la Russia – una delle vie più note e centrali di San Pietroburgo porta il suo nome. La struttura è massiccia e veramente imponente: forse per la grandezza, forse per la collocazione in una piazza molto ampia o per l’oro delle sue cupole che riflette la luce e quasi acceca, l’effetto che fa trovarvisi di fronte non è assolutamente riproducibile con alcuna fotografia. Come in tutte le chiese ortodosse l’interno è estremamente buio, e questo permette al luogo di mantenere una certa spiritualità, nonostante la folla.

Il Museo dell’Arte Socialista

Il legame coi russi è diventato ancora più solido con la nascita della Repubblica Popolare di Bulgaria, nel 1946. Dapprima fu retta da Georgi Dimitrov, già noto per essere uno degli accusati dell’incendio del Reichstag nel 1933, fatto che permise a Hitler di prendere pieni poteri: si scoprì poi che l’incendio era un inside job escogitato dagli stessi nazisti per potersi svincolare dalla Costituzione di Weimar. Dimitrov riuscì a tornare in Bulgaria da eroe, ma al potere durò poco: considerato un titoista, morì in circostanze sospette nel 1949, proprio mentre Tito veniva espulso dal Cominform. Nel 1956 salì al potere Todor Živkov, che resse la Bulgaria fino al 1989: di lui, un giornalista una volta disse che serviva l’Unione Sovietica più ardentemente degli stessi leader sovietici. Quel giornalista, Georgi Markov, fu ucciso nel 1978 mentre si trovava a Londra, con una capsula di ricina sparatagli dalla punta di un ombrello: le meraviglie dei servizi segreti bulgari. Alla caduta del comunismo, tutte le statue installate a Sofia durante il regime furono distrutte, o rimosse dalla loro posizione e trasportate nel giardino del Ministero della Cultura: ora formano il Museo dell’Arte Socialista, che merita senza dubbio una visita. Uno dei pochi monumenti ad essere rimasto al suo posto è quello dedicato all’Armata Rossa, che ricorda la liberazione dai nazisti: ora, le splendide statue realiste del soldato che guida i cittadini bulgari alla Rivoluzione fanno da guardia agli skater, che hanno adottato la piazza.

Sofia. Il dvorets na Kulturata

Al termine dell’area pedonale della Vitoša si apre un grande spazio verde, con due lunghe fontane che accompagnano lo sguardo fino al Natsionalen Dvorets na Kulturata, il Palazzo Nazionale della Cultura, inaugurato nel 1981 in occasione dei 1300 anni del primo impero bulgaro. La guida di Sofia pubblicata da Odòs lo descrive come “non soltanto il più grande centro congressi dei Balcani, ma anche il più grande complesso multifunzionale dell’intera Europa sudorientale”. Prima della partenza frasi del genere possono sembrare altisonanti e, a meno che non siate grandi appassionati dei complessi multifunzionali dell’Europa sudorientale, non così entusiasmanti. C’è da dire che, a vederselo di fronte, l’impatto è effettivamente molto forte: non si può non ammirarne la struttura – anche se la maggior parte dei 1.300 metri quadrati dell’interno è visitabile solo durante eventi, mostre o concerti – e la piazza in cui è collocato, pur essendo brulicante di persone ad ogni ora, dà un’incredibile sensazione di pace.

Spero che queste cartoline vi siano piaciute, perché a me hanno regalato un flusso di ricordi e sensazioni impagabile. È un talento che da fuori appare così semplice, l’andare sotto la superficie di un territorio, Giulia e Achille lo incarnano bene. E che in molti si appassionino a un paese così ricco di cose grandiose!

A presto e un abbraccio,
Ele

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2 risposte

  1. Grazie a chi ha scritto questo bellissimo articolo e grazie a chi lo ha pubblicato! Se non ci fosse stata la pandemia probabilmente la Bulgaria sarebbe stato il mio viaggio di questa estate. In pochi giorni a Sofia lo scorso ottobre mi si è aperto un mondo: il mondo dei posti autentici, ricchi di valore e poveri di turisti!

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