Wakhan Valley – la vita a un passo dall’Afghanistan

Wakhan Valley TajikistanE in fondo ormai lo sapete che delle cose veramente belle io non scrivo mai. Un po’ perché sono gelosa, non lo nego; un po’ perché davvero non ne sarei in grado, molte volte; un po’ perché il bello va lasciato per la scoperta più autentica, che è quella che non si è letta da nessuna parte, di cui solo raramente si è sentito parlare, quella che no, proprio non si aspettava. Come la Wakhan Valley, detta anche Valle di Vakhan.

Forse non lo conoscete, ma per me rimane uno dei testi più belli studiati al liceo. Non lo toccavo da tempo, e dopo tanti anni ora posso aggiungere nuove sfumature di comprensione a quei versi. Vi ricordate la quarta bucolica di Virgilio? La profezia del puer nascituro che mette fine a un’età drammatica per far tornare la mitica età dell’oro? Quei versi mi sono sempre rimasti impigliati in testa come quanto di più bello un uomo possa sognare di vedere sulla terra nella sua misera esistenza. Pensavo al sollievo dei contadini nel vedere la natura che, improvvisamente, mette fine alle loro fatiche e si dona con abbondanza mai vista. Le caprette che riporteranno a casa da sole le mammelle gonfie di latte, gli armenti che non temeranno più i leoni; e i campi in pianura che imbiondiranno (se ve lo ricordate, il verbo è bellissimo: flavescet) di spighe flessuose, l’uva che penderà rosseggiante (rubens uva) dai rovi selvatici e le dure querce che trasuderanno mieli rugiadosi. Virgilio scrive questi versi a partire dal 42 a.C., dopo alcuni degli anni più bui della storia repubblicana romana.

Ecco, ora io credo che Virgilio non fosse mai stato in quella che era l’antica Battriana, non lontano dalle sorgenti del più lungo fiume dell’Asia Centrale. Di sicuro non c’era stato. Da quelle terre l’Amu Darya nasce chiamandosi Panj (ma allora in greco lo chiamavano Oxos), un torrente e poi fiume dalle molte piene, che oggi separa con una linea immaginaria il Pamir dal temibile Hindu Kush, il Tagikistàn dal temibile Afghanistàn. Quel fiume ha davvero un’anima mistica, e fin dalle sue sorgenti si intuisce che diventerà un fiume maestoso. Ed è proprio nella famosa valle scavata da quel fiume che ho rivisto, passo dopo passo, la vera età dell’oro virgiliana.

Ma andiamo con calma. Oggi vi racconto chi vive nella valle di Wakhan e come ci vive. Più in basso trovate informazioni più pratiche, ma ora è il momento di parlare di cose più importanti. Andiamo?

Piccola nota linguistica: la trascrizione dei nomi tagichi è molto confusa, principalmente perché spesso convive il nome tagico insieme al nome russo. In tagico, ad esempio, Ishkashìm si scrive Ishkoshìm, ma molti anche tra gli abitanti del luogo la chiamano e scrivono Ishkashìm, leggendola alla russa con l’akan’e. Google Maps non fa testo e spesso confonde i toponimi tagichi con quelli afghani: non fidatevi. Tendenzialmente nel testo privilegerò la trascrizione russa dei toponimi perché più comune online e più familiare per gli italiani.

Wakhan Valley: paesaggio

L’imbocco della valle Wakhan si prende solitamente da Khorogh, unica vera piccola città della strada del Pamir. La strada scivola lungo il fiume sempre costeggiando l’Afghanistan, e da gola strettissima, come gran parte dell’inizio della Pamir Highway proveniendo da Dushanbé, si apre progressivamente a grande valle glaciale, piena di campi coltivati, finché non si raggiunge l’unico paesino degno di comparire sulla carta geografica, Ishkashim, città tagica chiamata come la speculare Eshkashem, in Afghanistan. Ad Ishkashim c’è un piccolissimo aeroporto e l’unico ponte della valle da cui è possibile sconfinare in Afghanistan. Una volta a settimana si tiene anche il border market, cioè un mercato tenuto nella terra di nessuno appartenente al fiume, in cui i tagichi comprano dagli afghani prodotti pakistani, e gli afghani comprano i prodotti della valle Wakhan e del resto del Tagikistan. Superata Ishkashim, l’ultima città dove potrete incontrare case in muratura, negozi che sembrano negozi e un vago sentore di urbanità, un cartello ci augura con due tulipani rossi rokhi safed!, cioè buon viaggio in tagico, una lingua che qui a sud-est non appartiene più a nessuno.

Lasciata Ishkashim la pianura si apre in grandi campi coltivati invasi dal bestiame, piccoli villaggi di case di terra dai nomi impronunciabili e che la mappa non si degna di riportare, piccoli meli carichi di frutta e bambini che vanno a scuola vestiti di tutto punto nelle loro divise. La vera differenza tra la valle Wakhan e il Pamir è la sua abitabilità e la distanza dei villaggi tra loro.

– Mia sorella si è sposata e ora vive a Murghab. È dura la vita là, fa così freddo. Non ci sono alberi.

Non ci sono alberi, ci ha raccontato Marzuna. Non solo la stragrande maggioranza delle persone nell’Asia Centrale non ha mai visto il mare (e probabilmente non lo vedrà mai nella sua vita), ma moltissimi kirghisi e pamiri che vivono sul grande altopiano non hanno mai visto alberi. Cioè piante che non siano piccoli cespugli o arbusti che resistono al vento e al gelo del grande altopiano. La Valle Wakhan è invece un tripudio di vita vegetale, che l’autunno rende ancora più colorata.

Proseguendo a piedi si incontrano le prime fortezze diroccate (Kah-Kakha), datate a un paio di secoli a.C. mentre il fiume si allarga sempre di più scoprendo banchine di sabbia bianchissima e completamente intatta. I villaggi in Afghanistan si diradano, la strada è troppo brutta oltre Eshkashem, ma le montagne dell’Hindu Kush, tra cui a sprazzi si intravede qualche picco geograficamente in Pakistan, sono tutt’altro che disabitate. La valle è un piccolo paradiso di abbondanza protetto da cime altissime da entrambi i lati, molte delle quali rappresentavano gli estremi baluardi del comunismo sovietico a poca distanza dalle colonie inglesi: Pik Karla Marksa, Pik Engelsa, Pik Mayakovskogo, Pik Sovetskoi Armii. Niente di più lontano di quei nomi così altisonanti dalla vita quotidiana di pastorizia di quella valle, abitata dalla popolazione Wakhi, mentre in alta montagna, sia in Tagikistan sia in Afghanistan, vivono delle tribù nomadi di kirghisi. Salvatevi questo bellissimo reportage del National Geographic, da leggere dopo.

Il paesaggio, man mano che la valle sale, diventa sempre più lunare e desolato, i villaggi più distanti tra loro, e soli 200m di altitudine maggiore fanno ingiallire gli alberi più in fretta. Mai come in luoghi così delicati l’inverno si fa di giorno in giorno. Il culmine della valle si ha con Langar e Ratm (3000m), gli ultimi due paesini, protetti da un’altra meravigliosa fortezza vecchia di due millenni. Dal forte di Ratm, costruito a picco su un’altura a strapiombo sul fiume, la maggior parte dei turisti tornano indietro verso Khorog. Noi invece siamo andati avanti e non avremmo potuto avere un’idea migliore. Ma questa storia è per un altro post.

Wakhan Valley: le persone

Oltre ai paesaggi, tra i più struggenti e incontaminati mai visti nella mia vita, il vero motivo per cui qualche folle persona vorrebbe visitare la Valle Wakhan è solo per incontrare le persone che la abitano. Occhi azzurri e verdi, bambini biondi, pelli chiare e scure, lunghe trecce nere, barbe folte: i popoli confinanti li chiamano Wakhi dal nome della valle e dell’affluente Vakhsh, derivato alla lontana dal nome Oxos greco o Oxus latino. Loro chiamano però se stessi Khik. Stiamo parlando di un numero piccolissimo di pastori di origine indeuropea (50,000 circa) che vivono in valli montane del Tagikistan, dell’Afghanistan, della Cina e del Pakistan.

Dai tratti impressionantemente europei, solo raramente più mongoli o più arabi, i Wakhi sono un popolo di pastori semi nomadi o sedentari. Dirò con la massima sincerità che non ho mai avuto incontri così profondamente umani come con queste persone, che dal fondo del campo ci vedevano arrivare e si avvicinavano lentamente nella nebbia leggerissima dell’alba, quando inizia la loro giornata. Si mettevano in piedi a bordo strada, aspettandoci arrivare, solo per guardarci a lungo e salutarci come si fa da quelle parti, con una mano sul cuore, gli occhi socchiusi, e una testa che si inchina leggermente, come a dire “sì, sei il benvenuto”. È stato in quei momenti che ho capito il vero significato di un saluto, che è un augurio di speranza per l’altro, un gesto molto più intimo e amichevole dei saluti nostri, che sono formali, vuoti, senza significato. Anche se è uno straniero che non hai mai visto prima. Non c’è una singola persona che non ci ha salutato e che non abbiamo salutato. Dalle donne chine sui campi, che sollevano la loro schiena affaticata per alzare un braccio e urlare salom!, ai bambini sulla via della scuola ti rincorrono per sfoggiare un hello pronunciato con incredibile accento londinese, fino agli anziani più schiantati dal sole, quelli che Carrère chiamava dei relittidei re, pensando ai mendicanti di Samarcanda o Barnaul.

Per i Pamiri Wakhi l’ospite è più sacro dei genitori. È un’occasione irripetibile di festa nelle proprie vite e di fare qualcosa che piace ad Allah. In soli due giorni a piedi nella valle abbiamo ricevuto decine di inviti per un tè, un pasto o per fermarsi a dormire. “Venite da me. Sarete i miei ospiti”, ci dicevano tutti. Avremmo voluto accettarli tutti, quegli inviti, e fermarci nella valle una settimana intera percorrendola tutta a piedi. Alla fine abbiamo seguito una Marzuna, una ragazza di 28 anni dai capelli lunghissimi avvolti in un enorme chignon, verso il remoto villaggio di Vnukht. L’abbiamo seguita nel grande buio del Pamir su per il pendio e tra viuzze strette bordate da muri di fango, fino a una delle decine di piccole case pamiri, tanto piccole e basse da fuori, quanto spaziose e incantevoli da dentro. La casa del Pamir meriterebbe un articolo a sé stante per la bellezza e la complessità di simbologie legate alla sua architettura. La cosa più strabiliante è che di ogni casa pamiri conoscerete sempre il suo costruttore, di solito il marito o il nonno di casa, che l’ha costruita con le sue stesse mani. Fatta di pietre e fango, imbiancata di fuori e con qualche piccola finestrella, la casa ha il suo centro sociale e spirituale in una sala centrale molto grande, illuminata da un lucernario contornato da varie cornici di legno concentriche, che simboleggiano i vari elementi della natura e conducono lo sguardo con naturalezza verso la luce del sole che filtra dall’alto. Un po’ la versione sedimentaria dell’apertura in cima a una yurta nomade. Le cinque colonne che sorreggono la stanza, di legno intagliato e dipinto, simboleggiano le figure più importanti per l’Islam sciita ismailita: le due colonne dell’ingresso sono unite tra loro a formare un piccolo portale, di solito decorato in maniera ancora più fine e su cui a volte si trovano fiori, collane per le preghiere, foto. L’unica stufa della casa o il forno (che spesso coincidono) di solito si trovano proprio in questa stanza, così come l’armadio in cui si tengono tutti gli oggetti posseduti dalla famiglia: le stoviglie, i vestiti, i giochi dei bambini. Sotto il lucernario c’è un’area quadrata a livello del terreno, mentre i quattro lati sono rialzati e costruiti in legno, completamente ricoperti di tappeti e materassini. Ah! E come dimenticare l’enorme ritratto dell’Aga Khan che protegge la casa? Non c’è casa pamiri in cui non ci sia un ritratto di questo grande Imam, leader degli ismailiti, che vive però in Svizzera.

Essere ospitati in maniera completamente disinteressata da questa famiglia è stata una delle esperienze più belle della nostra vita. Mangiare con loro il cibo semplice della vita contadina – latte caldo, uova, un brodo con patate e un pezzettino di montone -, vedere il nonno e il bimbo entrare nella grande stanza per prendere i loro vestiti eleganti per andare a scuola, vedere la nonna cullare il bimbo più piccolo di Marzuna in una culla di legno grezzo, che mi ha ricordato quelle di vimini di salice che faceva il mio bisnonno cavagnat e in cui abbiamo dormito anche tutti noi cugini…

Uno degli incontri più belli e sconvolgenti con i bambini del posto ve l’ho raccontato in un post pubblicato su Instagram e su Facebook. Presto raccoglierò i tanti piccoli scritti in un post riassuntivo di appunti dal Pamir, ma potete già andare a curiosare cercandoli (non tutti sono pubblicati) sulle mie pagine social.

 

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Bibi significa “la rispettata”. È un nome abbastanza comune nel mondo islamico, ma poche volte l’ho trovato così calzante come per questa bambina (a destra). Le raccontavo che saremmo andati a Murghab, dove lei non era mai stata. “Krasivo”, mi rispondeva (“bello”). Le raccontavo che eravamo stati a Khorog. “Krasivo”, mi diceva di nuovo. Leggevo dal suo libro di inglese alcune storie inventando fantasiose traduzioni in russo. Tutto per Bibi era красиво, un oceano di incalcolabile bellezza. Le ho letto dei ponti che si aprono di notte a San Pietroburgo. Dell’Ermitage, della fortezza di Pietro e Paolo. Poi le ho letto di Jurij Gagarin, “a hero”, come recitava il libro in stampatello e grassetto. All’inizio non l’avevano riconosciuto, allora ho spiegato che era il primo kosmonavt, il primo uomo nello spazio. Si sono illuminati. Aaah! C’erano tanti bambini in quella famiglia, tutti tremendamente gioiosi e curiosi, ma io leggevo solo per Bibi. Nella valle Wakhan tutti imparano l’inglese. Tutti lo insegnano anche, e il netto è che lo si sa abbastanza maluccio, ma per il Tajikistan sono comunque grandi risultati. Quello che più mi ha colpito è stato il libro di testo: un testo palesemente sovietico tradotto in tagico dal russo. Una grammatica di inglese organizzata per gruppi lessicali, senza alcun tipo di priorità: prima tutta la frutta, poi tutta la verdura, poi tutti i vestiti e così via. Essendo una grammatica sovietica, i riferimenti al mondo anglosassone sono pari a zero. Se penso ai miei libri di inglese delle elementari mi vengono in mente la Union Jack, il tè delle 17, le cabine telefoniche e i bus di Londra, le zucche di Halloween americane e il trick or treat; In questo libro c’era solo la goffa trasposizione culturale dei giochi tradizionali dei bambini, la descrizione dei costumi delle bambine tagiche, le attrazioni turistiche di San Pietroburgo e la storia dell’infanzia di Jurij Gagarin. Un minestrone di elementi diversi con cui si imboccano bambini che vivono al confine con l’Afghanistan e hanno una lingua e una cultura uniche. Ho indicato un limone sul libro e Bibi è saltata per aria urlando “banana!”: nel Wakhan non si trova nessuno dei due. (continua)

Un post condiviso da Eleonora ~ Pain de Route (@painderoute) in data:

Una donna pamiri, dopo essersi sposata, si trasferisce nella casa dei genitori del marito, mentre l’uomo di solito vive e lavora in un’altra città (o spesso in Russia, a Mosca, SPB e Ekaterinburg) per portare a casa dei soldi. Le donne sono spesso sole e su di loro ricadono i lavori più pesanti per portare avanti la casa: mungere e portare al pascolo il bestiame, gestire l’orto, cuocere il pane, pulire la casa e lavare stoviglie e vestiti. Le famiglie vivono praticamente di sussistenza, ma l’acqua corrente non esiste in quasi nessuna casa, così come spesso non esistono i bagni. Nel migliore dei casi questi sono dei gabbiotti di legno costruiti su delle buche da cui si raccoglie poi il letame maturato. Nel peggiore dei casi sono degli angoli del giardino protetti da un muretto. La doccia non esiste, e quando le persone devono lavarsi vanno nelle molte sorgenti di acqua calda della valle, oppure, d’estate, si lavano nel fiume. Per lavarsi la faccia al mattino, invece, si mischia l’acqua del pozzo di una bacinella con un po’ d’acqua bollente, per renderla tiepida. Quando si chiede a una famiglia che cosa produce nel proprio orto, la risposta è sempre tutto: carote, patate, pomodori, cipolle e cavolo. Gli alberi da frutto, forse per la scarsa presenza di parassiti a quelle altitudini, danno invece un tripudio di mele e albicocche, che solo in Tagikistan esistono in decine di varietà. La mela è l’oggetto di minor valore posseduto dalle persone: chiunque vi regalerà volentieri chili e chili di piccole mele rosse dal sapore veramente unico. Non rifiutate mai o le persone potrebbero offendersi!

Ad ogni invito in una casa pamiri vi verrà offerto del cibo oltre che l’onnipresente tè, l’unico modo che le persone hanno per bere l’acqua della valle: per gentilezza anche noi abbiamo sempre condiviso con le persone il cibo che portavamo con noi. Più volte ci è capitato che fossero solo gli uomini a parlare con noi e a sedere al nostro ‘tavolo’ (che in realtà è una tovaglietta appoggiata sui tappeti della parte rialzata della casa), mentre le donne stavano in disparte a preparare il tè e a servirci il cibo.

Come raggiungere la valle Wakhan

La valle Wakhan è una deviazione del percorso classico della M41, la famosa Pamir Highway. L’unico verso con cui potete sperare di entrare nella valle Wakhan con i mezzi pubblici (cioè taxi condivisi) è proveniendo da Khorogh. Per uscire potete invece provare a chiedere a Langar se c’è qualche macchina disposta a portarvi ad Alichur (il primo villaggio sulla M41) o a Murghab. L’opzione più conveniente è fino ad Alichur (circa 80€ per 4 posti), da cui è poi facile fare autostop fino a Murghab; altrimenti vi toccherà tornare indietro fino a Khorogh e da lì proseguire il percorso sulla Pamir Highway.

Nota importante: i trasporti nella Wakhan Valley sono molto più costosi che nel Pamir, perché la benzina costa circa 1€/litro. Giusto per darvi una misura di quanto questo significa per la popolazione locale, che non si sposta mai se non per emergenze o eventi straordinari, un biglietto dell’autobus a Dushanbe costa circa 10 centesimi. È comunque possibile spostarsi con i taxi condivisi, ma dovrete aspettare un po’. Importantissimo spostarsi sempre al mattino presto, anche prima delle 8, per assicurarsi i posti migliori e soprattutto di trovare macchine. Chiedete alle persone di indicarvi dove si trova la stazione dei taxi nei villaggi più grandi.

Dove dormire

Nei villaggi più grossi o turistici, come Ishkashim, Vrang, Zong o Langar, la maggior parte delle case vi ospiterà nella loro homestay per circa 10$ a persona (circa 10 somoni tagichi), cena e colazione incluse. Non pagate più di 15$, le sistemazioni sono estremamente spartane e pagare di più significa farsi fregare, non fare la carità: le persone che hanno realmente bisogno non sono quelle che gestiscono homestay per turisti. Soprattutto nei paesini più piccoli molte persone saranno gioiose di accogliervi in casa loro gratuitamente. È una buona idea presentarsi con qualche dono carino. In generale il dove dormire non è un problema nel Pamir, troverete sempre qualcuno o qualcosa disposto ad aiutarvi. Lo stesso vale per il mangiare: non ci sono supermercati o bazaar, per cui è meglio fare una bella spesa di frutta secca e altri cibi a lunga conservazione a Dushanbe, di modo da essere coperti anche in mezzo al nulla, ma le persone vi inviteranno sempre a mangiare qualcosa a casa loro.

Che lingua parlare? Si sopravvive senza parlare russo?

In Tagikistan, come nella stragrande maggioranza dei territori dell’ex Unione Sovietica, la lingua franca di comunicazione interetnica è ancora il russo; molti servizi pubblici, come ad esempio i siti delle ferrovie o i treni sovietici sono ancora interamente in russo. L’inglese in generale è parlato o compreso da pochissime persone, limitate solo ad alcune aree più frequentate dell’Asia Centrale. Mi avete fatto questa domanda in tantissimi e rispondo qui sperando di fare chiarezza definitivamente: chiaro che si sopravvive, nessuno è mai morto perché non sapeva il cinese mandarino viaggiando nelle campagne della Manciuria. Sarebbe ipocrita però non dire che viaggiare senza sapere una parola di russo sia molto più complicato e soprattutto vi impedisca di fatto di entrare in contatto più facilmente e più in profondità con le persone del posto. In sostanza, farcela ce la si fa, ma cavarsela in contesti problematici sarà molto più complicato e a volte sarà un peccato non potersi capire più che a gesti con chi vorrà invitarvi o ospitarvi. Potreste valutare l’idea di prendere una guida per qualche giorno; altrimenti iniziate a studiare un po’ leggendo la guida painderoutiana al russo essenziale per viaggiare. Sono sicura che un po’ vi aiuterà 🙂

Diarrea del viaggiatore nel Pamir

L’ultimo capitolo è dedicato al tocco di sfortuna che ci ha accompagnati per 3 settimane, da cui pochissimi viaggiatori avventurosi riescono a scampare quando visitano il Pamir. Anche con tutte le cautele e le attenzioni del caso, nella valle Wakhan come in altre zone remote del Pamir le condizioni igieniche sono talmente scarse che qualsiasi cosa mangerete, berrete o toccherete con mani non lavate vi metterà a rischio intossicazioni alimentari o diarrea del viaggiatore. Non esagerate con le precauzioni perché serviranno a poco: preparatevi piuttosto i medicinali per tamponare il malessere. Non sappiamo cosa esattamente ci abbia fatto stare male: forse l’acqua con cui ci lavavamo i denti, del kefir, della frutta secca o altri cibi che ci sono stati offerti. Con i miei 3kg persi e 3 settimane di imprecazioni mi ritengo fortunata, perché ho incontrato molti altri viaggiatori che hanno perso fino a 6kg. Portatevi medicine apposite che vi coprano almeno una settimana (antidiarroici, fermenti lattici forti ed eventualmente antibiotici) se possibile già dall’Italia, ma soprattutto tenete i vostri piani flessibili. Nella fase acuta, che a noi è durata due giorni, a stento riuscirete ad alzarvi dal letto.

Ultimo consiglio: l’acquisto dell’anno per me è stato il filtro per l’acqua Sawyer Mini. In zone dove è impossibile comprare acqua potabile in bottiglia è stato una salvezza (l’ho testato anche in Giordania, ce l’ho ormai da più di 6 mesi, mai avuto un problema). Secondo me assolutamente da avere, anche perché dura tutta la vita e costa solo 27€.

7 Commenti

  1. Arianna Lenzi

    Come sempre sei stata straordinaria ❤ Tutti consigli giustissimi e storie di incontri meravigliose. Solo io sono scampata al malessere? In 3 mesi sono stata praticamente male solo in Turchia 😀

    1. Ahah, sei stata miracolata! Anche qualcuno di noi era stato male in Turchia, ma credo che peggio dei batteri del Tagikistan al mondo ci sia ben poco. Tra i vari viaggiatori incontrati nei giorni dopo ho sentito solo storie dell’orrore, niente di comparabile con malesseri avuti da altre parti (io me ne presi uno tremendo, veramente tremendo, in Sud Africa, ma durò solo due giorni. Qui sono stata male 3 settimane e davvero non è stato comparabile). Cmq come sempre grazie mille 😘

  2. Leonilde Bompard

    quando ti leggo di colpo mi teletrasporto li’ con voi..vivo in quelle case, incontro quelle persone, sento l’aria fresca sul viso..hai straordinario talento nel raccontare le tue meravigliose esperienze..

    1. Leonilde sei troppo buona e mi sciogli se dici così 🙂 ma sono felice che tu abbia sentito tutto ciò, perché l’aria era di una purezza unica, le persone di una semplicità, gioia e ospitalità rare. E uscire da quella porticina al mattino è stata una delle sensazioni più belle ed entusiasmanti della mia vita. A presto 😘

  3. Annika

    Che bello, si legge tutto d’un fiato. La foto in cui sei china sul libro circondata dai bambini e’ veramente stupenda, da tramandarsi di generazione in generazione 🙂

    1. Mi sciogli, Annika! Credo la userò come immagine del profilo più spesso, allora! E pensa che mi ero anche arrabbiata perché Sherpa non ne ha fatta una che sia inquadrata bene, a fuoco o non mossa… Un disastro di fotografo, però ha colto la dolcezza del momento così bene ❤️ ma soprattutto la mia estasi profonda, è stato seriamente uno dei momenti più ricchi della mia vita, quei bambini, il loro multilinguismo e la curiosità verso il nuovo mi hanno davvero ricaricata completamente. Un’emozione indescrivibile!

  4. E’ proprio vero che non conoscendo la lingua si perde una parte importantissima del viaggio. Vivendo e viaggiando in Cina, che conserva moltissimi luoghi totalmente sconosciuti al turismo, ho spesso questa sensazione di mancanza, essendo il mio mandarino ancora troppo limitato.
    Bellissimo racconto.

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